La paura nell’animo d’Europa

Fabrizio Fiorini

Sempre più rapidi, sempre più declivi bruciate le mète, rompete tutte le dighe. La catena non vi è misurata! Cogliete i lauri di tutte le vostre conquiste. Correte con ali sempre più rapide, con orgoglio sempre più teso con le vostre vittorie, con i vostri superamenti, con i vostri imperi, con le vostre democrazie. La fossa dev’essere colmata e s’ha bisogno di concime per il nuovo albero che balzerà fulmineamente dalla vostra fine.                         

Guido Lupo Maria De Giorgio

A chi legge potrà sembrare a dir poco un’anomalia. Però, se si ha la fortuna di conversare con dei superstiti dell’ultimo conflitto mondiale, sarà sorprendente constatare come, per una gran parte di loro, le bombe “alleate” che devastavano le nostre città abbattendosi su scuole, ospedali, fabbriche e abitazioni civili, siano tuttora considerate “bombe amiche”, senza le quali non ci si sarebbe potuti “liberare dal nazifascismo”. C’è chi dirà: “ma è la propaganda”. Propaganda fin che si vuole, ma sempre sotto le bombe stavano; vedevano pur sempre i propri cari uccisi o mutilati. A chi scrive è bastato ascoltare la sirena di un allarme aereo d’esercitazione (Belgrado, 2000) per percepire che di “amico” in quel suono c’era ben poco. Bisogna quindi interpellarsi – esclusa aprioristicamente la bontà del fine – sulla quantità e sulla qualità di tale propaganda.

Queste armi di dissuasione di massa, messe in atto attraverso ogni strumento trovato sul mercato – la stampa, la “cultura”, la cinematografia, il blaterare dei politicanti – hanno dovuto segnare il passo al cospetto dei casi in cui la violenza del nemico dell’uomo ha assunto proporzioni intollerabili e impermeabili a ogni capziosa analisi propagandistica. Il bombardamento atomico del Giappone è uno di questi.

Fatti salvi i pochi fisici cultori della materia e i cittadini nipponici che hanno avuto modo di toccare con mano la vicinanza fraterna espressa nell’agosto del 1945 dagli Stati Uniti d’America, in pochi possono concepire la portata della potenza distruttrice di un ordigno atomico, peraltro di sovente edulcorata e romanzata da una scadente cinematografia contemporanea. Nel 1961, sotto l’alto patrocinio del presidente Nikita Khruščëv, le forze armate dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche sperimentarono, nell’isola artica di Novaja Zemlja, la più potente bomba atomica mai costruita da mani umane: la chiamarono Car’ Bomba, e sprigionò la potenza equivalente di circa sessanta megaton, ovvero di sessanta milioni di tonnellate di tritolo, come sessanta treni merci pieni di tritolo lunghi ciascuno da Roma a Milano. Il lampo fu visibile a mille chilometri di distanza, il fungo atomico raggiunse l’altezza di sessantaquattro chilometri, le perturbazioni fecero tre volte il giro del pianeta, ad alcune case finlandesi saltarono le finestre e quasi tutti vissero felici e contenti, compreso il pilota dell’aereo, che riuscì miracolosamente a salvarsi la vita. Il meno contento di tutti fu lo stesso Khruščëv, che si trovò costretto a limitare la potenza della bomba, inizialmente prevista della formidabile caratura di cento megaton: la qual cosa avrebbe però comportato danni rilevanti sullo stesso territorio sovietico, e fu ritenuta pertanto improponibile.

La stessa tipologia di paura, la fondata paura che naturalmente si pone alla base del mero istinto di sopravvivenza, non sembra albergare nei potenti dell’Europa contemporanea. Tutt’altro: essi sembrano bramare di sprofondare nell’abisso. Con un fare – nichilisticamente quasi apprezzabile (?!) – da distruttori, essi non si rendono nemmeno più conto della reale portata delle proprie azioni, e non riescono più nemmeno nel discernimento di quanto possa essere nocivo alla loro stessa tenuta. Non si pretende certo che vogliano il bene del popolo; ma è meraviglioso constatare che costoro non desiderano neanche il loro, tanto sono presi dalla spinta distruttrice di cui sono vittime e promotori. E’ sufficiente aver letto le cronache, lasciando la ricostruzione storica ai necrofori del futuro.

Stanno distruggendo la nostra sovranità politica, senza paura di tramutare il continente in una colonia di schiavi. Hanno trasformato gli stati in delle proiezioni istituzionali della grande finanza, nei quali alle autorità autoctone non è più consentito neanche comminare una contravvenzione senza il permesso del padrone atlantico. Hanno adottato sistemi politici autoreferenziali che prevedono l’alternanza di due o tre strutture burocratiche identiche come gemelli deformi: lo chiamano multipartitismo, alternanza, partecipazione, e non si accorgono della stanchezza e del crescente risentimento con cui il popolo li osserva, rassegnato finché si vuole, ma che li sprofonderà nell’oblio eterno. Hanno privato l’Europa della possibilità di decidere se e con chi stringere rapporti di vicinanza e cooperazione, costringendola alla sempiterna “alleanza” con le potenze prevaricatrici, con la violenza sionista e colla prepotenza di Washington. Gli iraniani se ne sono accorti, e ci hanno espresso la loro commiserazione per le vessazioni cui siamo costretti a causa della guerra perduta; gli iraniani sì, ma da queste parti i governi tirano diritto verso una umiliante e priva di senso castrazione.

Stanno distruggendo la nostra sovranità militare, mandando soldati di vent’anni, a migliaia, a difendere in giro per il mondo il bidone di benzina che occorre a fare il pieno ai carri armati di Obama e Netanyahu; a questo proposito consentono loro di uccidere, torturare, vessare, umiliare la sovranità di stati terzi, annientando così anche la dignità delle nostre povere Forze Armate. Poi qualcuno torna indietro nel sacco nero, e allora questi serpenti bagnano lo scranno di immeritato velluto con più lacrime di quelle versate dalla Madonna di Siracusa; per un attimo sembrano ripensarci, poi squilla loro il cellulare, sullo schermino appare la scritta The Pentagon, ed eccoli tornare a offrire magnanimamente migliaia di posti di lavoro ad altrettanti giovani di Catanzaro, di Taranto, di Matera, dicendo loro che devono andare a Kabul a fare gli assistenti sociali, e di fare attenzione alle buche sulla strada.

Stanno distruggendo la nostra sovranità economica e monetaria, confidando – senza paura – che i loro lauti emolumenti durino in eterno. Si lasciano imporre che rifornirsi dal tale oleodotto sia sbagliato, pur se più conveniente; non fanno una piega se vengono loro tirate paternamente le orecchie quando le loro compagnie energetiche acquistano o trattano cogli Stati delle canaglie. Svendono, dismettono, come inutili orpelli, le strutture di stato sociale che per decenni hanno garantito la cura dello Stato nei confronti del popolo: basta che un sicofante di Bruxelles dica no e non si costruisce neanche una casa popolare. Hanno accettato di convertire l’economia reale nel black jack delle rendite finanziarie, grazie alle quali solo chi molto ha molto può ottenere; gli altri, tutti gli altri, non si sognino neanche di poter andare nel negozio sotto casa ad acquistare ciò che occorre alla propria famiglia: anche perché non lo troveranno più, e al suo posto ci sarà una banca che gli proporrà un mutuo. Hanno abdicato dalla legittima proprietà della moneta, l’hanno regalata a delle cricche private di affaristi che prendono un foglio di carta (per lo meno filigranata), ci scrivono sopra “cento” e a cento te la vendono. Non solo: i tapini gradiscono anche gli interessi sul prestito, a un tasso che fino a qualche anno fa le banche quantomeno concordavano con lo Stato; ora no, lo decidono solo loro. Tasso di sconto, lo chiamano. Poi ti dicono – senza paura, ma questa volta la paura che dovrebbero avere è quella di trovarsi il Quarto Stato sotto casa coi forconi – “compra la casa col mutuo, fidati dell’amica banca”. Piuttosto è meglio lo strozzino di piazza Sacro Cuore.

Stanno distruggendo la nostra cultura, annientando la nostra identità e cancellando la nostra memoria storica. Le nostre città sono brutte, il sadismo edilizio ha soppiantato il razionalismo funzionale, si vive nella sterilità di un ambiente asettico. Hanno puntato, fallace scommessa, su un modello reificante per cui la merce sostituisce i beni. Ci hanno detto che tutto è mercato: cibarsi delle stesse identiche porcherie in tutto il mondo, divertirsi tutti allo stesso modo, leggere i libri in vendita nei centri commerciali; vogliono che ci si rassegni a camminare per la città ammirando l’alternanza tra banche, call-center e negozi di scarpe da ginnastica americaneggianti da indossarsi sempre e comunque, che l’abito alla lunga può fare il monaco. Senza paura, convinti che i cancelli attorno alle loro residenze li proteggeranno per sempre, si godono sghignazzando il turpe spettacolo delle guerre fra poveri che hanno scatenato; commerciano in schiavi pontificando di accoglienza e integrazione, offrendo loro le allettanti prospettive di stare dodici ore nei campi per venti euro, di vendere eroina sulla strada, di fare le pulizie in qualche opera pia o di praticare fellatio nelle macchine dei clienti.

Senza paura della fine che li travolgerà, si vogliono eterni. Ci propinano la teoria secondo cui la storia sia alla fine, questo sia il migliore dei mondi possibili e per sempre durerà. Della storia si dà una versione edulcorata degli ultimi decenni, poi a ritroso non si va più: hic sunt leones. Prima si sbagliava e ora non più. Punto e basta. E se qualcuno dovesse dissentire, non si tema: il codice penale è in corso di aggiornamento.

Gli uomini liberi invece paura possono averne; la legittima paura che si può provare dinanzi al nulla che avanza, dinanzi alla sua forza che appare preponderante. Da cui occorre svincolarsi con una semplice presa di coscienza: fare ciò che deve essere fatto. Continuare a pensare e ad agire. Perché, come disse qualcuno, “la paura mangia l’anima”. Loro invece, gli uomini del sistema, ne sono privi: sia di paura che di anima.  Questa carenza è la manifestazione palese del loro vuoto, come quello che è dentro le lampadine. E come una lampadina che si rompe spariranno, in un pof! sordo di cui poco dopo ci si dimentica. Ma la loro fioca luce non ci mancherà: ben altre luci, ben altri fuochi, illumineranno il cammino dell’uomo verso la libertà.

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