Marta Ottaviani. Mille e una Turchia

Raffaele Morani

INTERVISTA MARTA OTTAVIANI

La Turchia è un paese di cui negli ultimi anni sentiamo parlare sempre di più, per il suo possibile ingresso nell’Unione Europea, ma quanto sappiamo veramente di questo Paese che rappresenta l’ultimo lembo dell’Europa verso l’Asia, un Paese così lontano eppure così vicino, sospeso tra Occidente ed Oriente senza mai essere totalmente parte dell’uno o dell’altro? Un buon modo per cominciare a conoscere la Turchia, le sue storie e contraddizioni, è senz’altro il libro di Marta Ottaviani Mille e una Turchia, (Edizioni Mursia, 2010, pagg. 184 € 17) , un libro che come il suo precedente lavoro, Cose da Turchi, uscito nel 2008, si legge come un saggio ma può essere tranquillamente usato come una guida sapiente di quel Paese. Nel suo primo libro  l’Autrice ci raccontava la sua esperienza di giovane precaria, che un giorno decide di lasciare la sua città per andare a vivere a Istanbul, regalandoci con un tocco di ironia e passione un quadro molto realistico della realtà Turca, della vita di tutti i giorni, dei suoi problemi irrisolti, senza dimenticare la descrizione semplice ma molto accurata dei quartieri di Istanbul, dei suoi colori, dei suoi odori e sapori. In questo nuovo lavoro, Marta Ottaviani, diventata nel frattempo corrispondente da Istanbul fra l’altro per “La Stampa”, “Avvenire”, “Liberal”, “Io Donna”, “Radio 24″, riprende il discorso  realizzando un esauriente e chiaro reportage giornalistico che mette in luce tutte le contraddizioni di un Paese sospeso tra Europa e Asia, tra modernità e tradizione: dalla vivace e dinamica Istanbul, all’immobile e severa Ankara, passando per Batman e la condizione della donna, Hakkari e la situazione curda fino ai nodi irrisolti con l’Armenia e, soprattutto, con Cipro, ultimo ostacolo, e di più difficile soluzione, all’ingresso della Turchia in Europa. Abbiamo incontrato Marta Ottaviani durante il tour di presentazione del libro, e con molto cortesia e disponibilità ci ha concesso un’intervista in esclusiva per il Fondo.

LA TURCHIA SULLA VIA DELL’EUROPA

«Non penso che la Turchia sia un Paese di cui aver paura – esordisce Marta Ottaviani [nella foto]. Se un turco ne ha la possibilità, resta a casa sua. Sono attaccatissimi al cay (il the tipico) con due zollette di zucchero, al muezzin che con i suoi richiami alla preghiera gli scandisce la giornata. E’ normalissimo per le vie di Istanbul vedere allo stesso tavolo ragazze in minigonna che parlano e bevono il cay insieme a ragazze che portano il turban (il velo islamico nella sua variante turca), da noi in Italia è così normale? I Turchi adorano l’Italia e stimano gli italiani. Ci vedono come gli unici amici che hanno in Europa, grazie anche ai rapporti economici e diplomatici eccellenti tra i nostri due paesi, sono innamorati dell’Italia, della sua moda e del suo calcio! Se continuiamo a considerarli un popolo di 72 milioni di contadini musulmani ignoranti non si fanno molti passi avanti. Molti turchi sono diventati euroscettici a causa delle reazioni di chiusura verso di loro da parte di paesi come la Germania e la Francia».

Nel suo libro ci sono molte vicende irrisolte, la classica frase “nel momento in cui il libro va in stampa si aspetta la pronuncia della Corte Costituzionale, l’evolversi della tale crisi di politica interna o estera, la Turchia è quindi un Paese in rapida evoluzione e cambiamento?

I cambiamenti avvengono a velocità vertiginosa. La questione curda è la più urgente da risolvere, alcuni passi significativi sono stati fatti dal governo di Erdogan, ad esempio la campagna elettorale adesso può essere svolta in lingua curda. A volte gli interventi dall’esterno, come le recenti risoluzioni del parlamento svedese e della commissione esteri del congresso USA, sul riconoscimento del genocidio armeno, veramente improvvide nei tempi visto che in quei giorni si stava firmando un protocollo storico tra Turchia e Armenia, hanno il solo effetto di provocare l’irrigidimento dell’opinione pubblica turca, che ha un grande orgoglio nazionale e si sente sotto osservazione.”

Tra i mille paradossi il principale è senz’altro il fatto che l’elite civile e militare filo-occidentale, laica in senso lato, è la più restia ai cambiamenti costituzionali portati avanti dal governo “filo-islamico moderato” di Erdogan, vincitore delle ultime elezioni nel 2007 col 46,6% dei consensi. Cambiamenti effettuati per poter entrare nell’Unione Europea e che, se approvati, porterebbero ad una maggiore liberalizzazione dell’economia, una maggior democratizzazione e maggiori diritti per le minoranze (curdi, alaviti, ecc.).

E’ il più grande paradosso della Turchia di oggi. Dobbiamo smettere di pensare secondo i canoni occidentali che i laici sono i buoni, mentre i filo-islamici sono i cattivi. Quando si parla di minoranze bisogna riconoscere che Erdogan è l’unico interlocutore interessato a cambiare le cose. Le minoranze stesse si sentono in qualche misura più tutelate dal governo islamico dell’AKP, rispetto ai “laici” di tradizione Kemalista del CHP. Manca una reale alternativa di governo all’AKP di Erdogan e Gul, molti finiscono per votarlo perché viene visto come l’unico in grado di garantire una transizione democratica, l’ingresso in Europa, e anche l’unico in grado di ridimensionare i militari, che sono intervenuti direttamente nella vita politica attuando tre colpi di stato (nel 1960, nel 1971, nel 1980). Attualmente è in vigore la Costituzione del 1982, figlia del golpe del 1980, il più devastante dei tre. La nuova carta costituzionale che dovrà essere discussa nei prossimi mesi è il vero banco di prova del governo di Erdogan. Dovrebbe essere di ispirazione civile dopo tanti anni, e ridimensionare i poteri di militari e magistratura, le due istituzioni tradizionalmente più fedeli all’eredità di Kemal Ataturk e più ostili ai movimenti più o meno filo-islamici. Non ho nulla in contrario alle riforme di Erdogan, purchè si crei realmente uno stato democratico e rispettoso delle differenze, e di tutte le minoranze.

Descrive la Turchia come un Paese dalla mille contraddizioni, sospesa tra oriente ed occidente, laicità e religione, modernità e tradizione, con la voglia di rimanere ancora sospesa tra i due mondi, sebbene abbia fatto richiesta di entrare nell’UE. Come valuta l’ingresso della Turchia nell’UE?

Intanto penso che i vantaggi all’ingresso della Turchia in Europa siano maggiori degli svantaggi, in tutti i sensi. Sullo stato dei negoziati sono pessimista. Le trattative tra UE e Turchia sono bloccate, il nodo di Cipro è ancora irrisolto. Recentemente la parte nord di Cipro, che dal 1974 è sotto occupazione militare turca e che solo la Turchia riconosce come stato sovrano (Repubblica Turca di Cipro Nord)  ha eletto come suo presidente Erolu, meno favorevole dello sconfitto Talat a trattative di pace coi ciprioti. Negli ultimi tempi in Turchia è cresciuto maggiormente l’euroscetticismo, in quanto la Turchia è uscita da sola dalla crisi economica, senza aiuti esterni, inoltre c’è una politica di rivalsa verso l’immobilismo dell’Europa e di apertura verso gli arabi, che ha portato ad un certo deterioramento dei rapporti con Israele, tradizionalmente molto buoni. Sembra quasi che Erdogan voglia far capire all’Europa che, rimanendo ferma nei confronti del suo paese, stia perdendo una grande occasione storica. L’Europa non ha capito veramente cos’è la Turchia, non c’è neanche una posizione unitaria, visto che vediamo Sarkozy e la Merkel frenare le trattative, mentre Brown, Berlusconi e Zapatero sono più possibilisti. Erdogan fa benissimo a fare le riforme, ma secondo molti osservatori sembra la persona meno indicata per portarle avanti, a causa delle sue idee di fondo ed alcune sue ambiguità, che fanno sì che il mondo laico si senta minacciato e sotto pressione. Nel 2011 sono previste le elezioni, dovrebbero partecipare due nuovi partiti, uno di centrosinistra guidato da Mustafa Sarigul, laico e alternativo al CHP e all’immobilismo dei kemalisti storici, l’altro di centrodestra e populista, guidato da Abdullahtif Sener, che fu ministro nel primo governo di Erdogan. Due nuove alternative che potrebbero portare cambiamenti interessanti nel panorama politico.

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