Carlo Michelstaedter. Dialogo della salute

miro renzaglia

«So che faccio cose inopportune e a me non convenienti».  Sono le parole di Sofocle che troverete in epigrafe alla prefazione della tesi di laurea di un giovane studente di Gorizia, Carlo Michelstaedter, di cui quest’anno ricorre il centenario della morte, avvenuta per suicidio il 17 ottobre del 1910, proprio alla vigilia della discussione accademica. Quella tesi, mai discussa appunto, è diventata negli anni una delle opere di filosofia più enigmatiche e affascinanti del  nostro panorama sapienziale novecentesco, portandone lo stesso titolo voluto dall’autore: La persuasione e la retorica. E’ il testo unico che ci ha lasciato. Oddio, proprio unico non è: fra poesie ed epistolario, non c’è praticamente riga vergata  dal goriziano che non abbia visto luce editoriale. Compreso quel Dialogo della salute e altri scritti sull’esistenza che viene riproposto dalle edizioni Mimesis (pp.210, € 16,00), a cura e con l’approfondito saggio introduttivo di Giorgio Brianese, docente di “ontologia dell’esistenza” e “propedeutica filosofica” all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

«Carlo Michelstaedter – afferma Brianese – scrisse il Dialogo della salute nel 1910, mentre lavorava alla stesura della tesi di laurea, e lo concluse il 7 ottobre. Dieci giorni dopo si sarebbe tolta la vita. Cosa può significare riflettere, dialogando socraticamente, sulla salute trovandosi nel contempo in prossimità di una morte volontaria? Non si creda che Michelstaedter, nelle sue pagine, irrida il nostro “stato mortale”, come sembra fare il custode del cimitero nella pagina che apre il Dialogo. Piuttosto egli c’invita a essere pienamente noi stessi ritrovando la verità profonda della nostra esistenza: chi ha la “salute” può guardare in faccia persino la morte, la quale “di fronte a lui è senz’armi”. Perché l’oscurità, per lui, “si fende in una scia luminosa”, ed egli “sa godere la luce del sole”».

La persuasione e la retorica, la salute e la morte, l’essere e il divenire, l’esistenza ed il nulla, sono queste le dicotomie intorno alle quali il pensiero di Carlo Michelstaedter si arrovella, concentrandosi sull’unico fattore che le risolva tutte in un colpo solo e alla radice: la libertà. La libertà di essere autentici in sé senza lasciarsi ingabbiare in uno qualsiasi dei ruoli che “la comunella dei malvagi”, o della società che tutto omologa, pretende di assegnarci. Come per Nietzsche, anche per lui il campione della mistificazione della libertà resta Platone (e Aristotele), con la sua repubblica perfetta ed ideale dove ad ognuno è affidata una funzione e, soprattutto, una finzione: quella di essere «liberi di essere schiavi». Schiavi delle convenzioni, del possesso di cose e virtù omologate, della carriera, del successo, del denaro e, soprattutto, schiavi del futuro. Quel futuro che rinviandoci continuamente ad un sole dell’avvenire sempre prossimo e successivo ci espropria dell’unica vera libertà che abbiamo: quella di essere qui e di esserlo adesso. E’ la «via della salute»: «Ci son cose che distruggono la salute stessa e del corpo e dell’anima, contro le quali né forza fisica vale né animo libero, cose che ti tolgono appunto questa libertà e questa forza e ti tengono debole e miserabile in lor balìa (…) Quale forza fisica o quale virtù ti potrà mai salvare dalla morte? No: val meglio coglier l’attimo che fugge, sani o malati, e fuggire con lui, quando che voglia il caso» (dialogo.2).

L’oraziano carpe diem, quindi: cogli il giorno, prendi l’attimo, vivi il presente e quam minimum credula postero, confida il meno possibile nel domani, sembrano essere la ricetta dell’uomo in salute, del persuaso. Sennonché a dettare  l’ode di Orazio è quel «dio del piacere», quella «philopsichia», che Michelstaedter aborrisce reputandola responsabile di creare l’illusione che una sopravvivenza qualsiasi sia la vita stessa nella pienezza del suo significato. Così non è e, infatti: «Quando si parla comunemente dei “piaceri” come di posizioni determinate che danno il piacere, siamo ormai nella posizione ammalata: e andiamo a cercare il piacere per sé, a sfruttare la nostra posizione verso una cosa per avere un sapore che in quanto lo andiamo a cercare non lo abbiamo più. Vogliamo godere due volte di noi: non più “godo – perché sono” – ma “son io che godo”, e in realtà non godiamo più» (dialogo.8).

Michelstaedter vede con chiarezza dov’è il trucco e lo svela: tutto ciò che crediamo vita non è altro che una serie infinita di espedienti per sfuggire al dolore. E il principio del piacere è il  primo fra tutti gli inganni. Ma il dolore è vita e la fuga dal dolore non è altro che fuga dalla vita, rinviando all’infinito del verbo divenire, l’essere vivo. Ha ragione Brianese ad osservare che sussiste in Michelstaedter un principio di contraddizione, o di non risoluzione, quando pretende attingere per il suo apologo sulla “salute” e sulla “persuasione”, sia da Eraclito, profeta del panta rei, tutto scorre, e quindi del “divenire” che da Parmenide maestro dell’immobilità dell’ “essere in quanto è”. Ciononostante, non fu il primo a tentare una sintesi avendo come antico predecessore Empedocle e nobile contemporaneo quel Friedrich Nietzsche che vaticinava nell’eterno ritorno il punto di massima approssimazione del divenire all’essere. La massima nicciana: «Si diviene ciò che si è», avrebbe potuto essere sottoscritta, l’avesse conosciuta, anche dal goriziano. Ed entrambi, non a caso riconoscenti intellettualmente a Schopenhauer, partivano dal suo assunto secondo il quale: «Reale è solo il dolore», perché noi: «Sentiamo il dolore, non l’assenza di dolore». Ed è la lotta contro il dolore, non la fuga in derivati anestetizzanti, che insegna a vivere.

E’, come appare elementare, una lotta di liberazione e non di supina accettazione della sofferenza, magari come via salvifica all’ultraterreno: «Davanti al tiranno (dolore) io sono senza colpa», dirà Nietzsche. Con Michelstaedter che invoca: «il coraggio di sopportare / tutto il peso del dolore».

Che uno (l’ex professore basilese) sia morto pazzo, e l’altro (lo studente goriziano) suicida, nonostante fossero due menti votate entrambe alla “salute”, forse non depone molto in favore del fatto che le loro teorie siano facilmente  e felicemente praticabili. E Giorgio Brianese, almeno nel caso di Michelstaedter,  non manca di rilevarlo con un certo grado di pessimismo realista: «La persuasione è dunque l’ideale limite al quale l’uomo non potrà mai giungere, ma al quale non per questo deve rinunciare a tendere. La rettorica è ciò che si sa che va negato, la persuasione è ciò che si sa che va attuato; e tuttavia la persuasione è impossibile e la rettorica risulta vincente». Ma di nuovo e tuttavia, quando il palio della partita che si gioca «a ferri corti con la vita», è la libertà stessa di autodeterminarsi uomini, anziché ciechi e assuefatti ingranaggi di un sistema che ce ne espropria, varranno per sempre i versi del sommo Dante: «Libertà vo cercando, ch’è si cara, / come sa chi per lei vita rifiuta…». O, se si preferisce e come sembra più appropriato in questa conclusione, le parole di Carlo Michelstadter stesso: «Il coraggio dell’impossibile è la luce che rompe la nebbia, davanti a cui cadono i terrori e il presente divien vita».

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