Bahman Ghobadi. I gatti persiani

Raffaele Morani

httpv://www.youtube.com/watch?v=HusBTq5hJ9c
(Bahman Ghobadi, I gatti persiani, 2010)

Le foto di Kurt Cobain, Beatles, e altri miti musicali di ieri e di oggi alle pareti, sale prove più o meno professionali, cantine o altri locali insonorizzati alla meglio, internet per cercare festival musicali all’estero a cui inviare i propri pezzi e curricula via mail sperando in un invito, ma non è il classico film sui sogni e le speranze delle bands giovanili di casa nostra. A questi elementi classici, i protagonisti del film I gatti persiani devono anche aggiungere il timore di essere scoperti dalla polizia o denunciati alle autorità dai vicini disturbati dalla loro musica  che impariamo a conoscere durante il film.

I gatti persiani, vincitore del premio speciale della giuria al Festival di Cannes 2009, è stato girato clandestinamente in 20 giorni, ed è ambientato in una Teheran frenetica, dove la telecamera mobile indugia tra i centri commerciali moderni ed i vecchi bazar, tra il traffico intenso di autostrade e tangenziali e le stradine strette del centro, tra i grattacieli e la gente che vive tra i rifiuti, tra la vita vissuta di giorno e le feste clandestine notturne dei giovani iraniani, questi sono gli scenari attraverso cui si muovono i giovani musicisti Ashkan e Negar alla ricerca di altri giovani musicisti con cui formare una band per andare a suonare ad un festival all’estero.

La ricerca si articola nell’universo musicale underground (di nome e di fatto!) di Teheran, dove i gruppi provano e suonano in assoluta clandestinità, in quanto il regime degli ayatollah vieta questa forma di protagonismo giovanile. Non è un caso se molti dei musicisti che incontriamo durante il film girato in clandestinità (e in digitale, in quanto la pellicola 35 mm è di proprietà dello Stato, che decide  quali registi ne sono meritevoli), dopo la fine delle riprese sono emigrati all’estero alla ricerca dei propri sogni, mentre altri musicisti appaiono coi volti sfumati e irriconoscibili.

Attraverso gli incontri dei protagonisti scopriamo una minima parte della scena musicale iraniana, composta da oltre 3000 band composte da giovani che si cimentano con il rock, l’heavy metal, il blues, il rap, la musica tradizionale persiana, senza nulla da invidiare ai loro coetanei occidentali. E’ un film che critica il regime iraniano, ma non è un film militante, è stato girato durante la campagna elettorale delle ultime elezioni presidenziali che hanno visto la contestata vittoria di Ahmadinejad su Mussavi, ma la lotta politica non vi appare mai, i tasti su cui batte il regista Bahman Ghobadi sono l’ironia: l’umorismo ed il ritmo coinvolgente dei protagonisti che evitano di piangersi addosso, non si rassegnano e cercano di realizzare i propri sogni.

Il film è stato sceneggiato dallo stesso  Bahman Ghobadi insieme a Hossein M. Abkenar e alla giornalista free-lance Roxana Saberi, balzata nei mesi scorsi agli onori delle cronache internazionali perché incarcerata con l’accusa di spionaggio e poi espulsa in quanto di cittadina nord-americana. Ghobadi, che compare in un piccolo ruolo, già  assistente di Abbas Kiarostami e poi autore del bellissimo Il tempo dei cavalli ubriachi, vincitore nel 2000 de la Camera d’or al festival di Cannes, ha scelto la via dell’esilio e lasciato l’Iran dopo la vittoria di Ahmadinejad e dopo l’uscita del suo film, non sul grande schermo (cosa avvenuta solo all’estero) ma su dvd venduti clandestinamente per le strade dell’Iran.

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