Pietro Altieri. Ubiquità del bianco

Mina Franciulli

Il percorso letterario di Pietro Altieri che trova ora completezza nella raccolta Ubiquità del Bianco (I libri de Il Fondo, 2010, € 12, 30), con la prefazione di Milo De Angelis,  non è breve, né monocorde: l’autore indaga le vie della poesia e sperimenta la prosa in alcune sceneggiature  degli anni Settanta. Giunge alle prime fortunate pubblicazioni di poesie negli anni ’80/’90 ed alcune di esse trovano posto in antologie e riviste letterarie  cui l’autore collabora tuttora. Il rapporto di Altieri con la Parola ha dunque origini lontane; un rapporto appassionato e rigoroso al tempo stesso. Vigilanza costante, disciplina nel dare vita a voci ed immagini della propria creatività .

Lavorare stanca,  quando si è consapevoli della valenza morale della Parola,  quando se ne avverte la responsabilità , soprattutto quando  essa è evocativa ed emozionale come quella propria della poesia. E dunque, lavoro duro, faticoso, doloroso,  pur nell’ebbrezza dell’intuizione, dell’invenzione. Lo Stile è il traguardo: la Parola vive allora la sua avventura autonoma

«Il dolore culmina, / cessando» (Allora). Non sono consentiti ritorni. La Parola è Forma, madre e figlia del Moto che la seduce e travolge nell’amplesso definitivo che le dà respiro e la iscrive in una dimensione spazio-temporale senza contorni. Nel Caos essa prende forme occasionali e diverse, che l’occhio (e solo l’occhio dell’artista) coglie e  fissa  nell’ attimo compiuto. «Quando ti assale, / al centro della fronte, / rappresa in rossi / spruzzi di pensiero/che fanno male.  Quando ti assale, / come un veleno o un dono, / l’occhio…»(Occhio) .

Caos primordiale, possente, fluttuante. Massa e Vapori . Gas . Silenzio .   «C’eravamo già stati…ai margini inerti del No» (Extrasistole). «E poi…..E ancora…E lei…»(Ancora).

«Oppure quando inciampano/ nel gelo di un gesto…» (Insonnia) .

Gli incipit sono connettivi sciolti da esatte geometrie sintattico-grammaticali. Associazioni mai esternate, evocazioni di cose lontane, smarrite chissà Dove, Quando. Non è il tempo  delle simmetrie prestabilite . L’occhio vede ormai oltre l’inganno. Il ritmo del Tempo è affanno , la parola è breve, è voce che interferisce tra le scaglie sconnesse di un mondo già dissolto. Con l’accento  sull’ultima, le  sillabe arrivano come sussulto dell’ultima afasia.

Echi lontani di voci remote, di spazi remoti.  «Cicatrici di voci ….interferenze acustiche  …sezionano la carne in gridi…» (Interferenze). Da lento, il ritmo assurge ad un crescendo forte, fortissimo. Bagliore. Taglio improvviso. Fine.

L’Energia vitale plasma e, deflagrando, separa, confonde. Nel vortice del Moto, provoca spinte istintive, incontenibili: desiderio di appropriazione, distruzione,  annientamento totale. Tensione. Desiderio. Frenos, Possesso. Eros. «E’ la lingua  / a scegliere le bocche, / crune del dire. / Senza saperlo / essere, / prosciugato nell’eco: /ossidi di stelle./ Profili pensili,/ scavati / nel vuoto./ L’oscillare del nulla/ tra due specchi.» (Lingua).

Sollecitazioni estetiche ed etiche. Già, la Parola ha in sé  molteplici valenze: è sempre a rischio di pericolose suadenti ambiguità .

Ecco perché Altieri ha assunto, come costante ineludibile della sua poesia, la rigorosa disciplina del controllo: non vuole cedere al pericolo del compianto o del compiacimento. «Perché nel mio parlar VOGLIO esser aspro…».  Un imperativo programmatico che procede per scarti, per eliminazioni . «Nessuno respira,/in attesa di un nome . / Un’ombra sconosciuta /  sosta   / agli angoli di un volto / e il Vicolo Cieco  / è sulla faccia di tutti» (Vicolo cieco). E la Parola è lì, inequivocabile, assoluta,   insostituibile. Il cordone ombelicale è ormai rotto, il Vaso di Pandora è ormai aperto. Non è più possibile l’inganno. S’impone la distanza; la mente si rivela come  il grande Occhio, che VEDE e non può mentire a se stesso. Le parole sono ideogrammi che in sé racchiudono forma e contenuto e si dispongono definitive come su uno spartito musicale.

Tempo e Spazio catturano la battuta; il ritmo fluisce ed esalta l’ossimoro, le dissonanze, i contrasti («Estratti a sorte: l’abito giusto il gesto…») Il tema della Ubiquità è costante in ciascuno dei Tre Movimenti dell’intera raccolta, così come è costante la sperimentazione strutturale. L’autore  indaga soluzioni audaci e diverse; in imprevedibili pause gioca e lascia giocare in casuali combinazioni sillabe  che divengono lampi di immagini e suoni.

Voci e suoni si dispongono su traiettorie diverse e convulse: luce radente e cavernose oscurità.

«Sette stemmi sulla fiamma del forse-/ anche gli androidi hanno un dentro,/d’argento o d’acciaio-….Angeli di cera /bruciano in ombre lente / sulle sabbie del Sempre.»  (Iperspazio). Caos, Magma, Emozione, Pensiero, si mescolano nella esplosione primordiale.   «Quarant’anni di radiazioni e di spazi  e tutte le epoche alle spalle./…I pianeti/ sono legati al sangue: non li sciogli. / Accumuli occhi alle pareti, / li conservi vivi.» (Specchio).

Il bianco algido, accecante, tagliente come una lama ,si manifesta in un sorriso di gesso. I colori sono lividi, inquietanti. ( Fiotti di nubi al fosforo). Nessuna pausa è concessa. Non c’è quiete  ulteriore per chi è morto e respira. «Eravamo morti e respiravamo» (Paul Celan). «A sud di se stessi… Pulsa il silenzio nel sangue.» (La notte rossa).

«Trascinarsi in ginocchio alle foci del Futuro». «Stelle infrante precipitano / sulle terre della Sera” (Abendland). «Voci da un utero primordiale, / parole assolute, / frammenti di un mondo già disssolto / di cui noi siamo grumi, / scaglie sconnesse …alle foci del Futuro»  (Entropia). «Lame di Luna/sezionano la carne in gridi (…) Cicatrici di voci…» (Interferenze). «Il Tempo è respiro: viene e va» (Ore).

«Conflitto… Sali… Scendi… Nessuno va…» (Nessuno).

Le pagine  di Ubiquità del bianco scorrono tra le dita lentamente, perché forte è l’impatto emotivo, straordinaria la pulsione delle immagini , fortissima la provocazione intellettuale che ti porta naturalmente a riflettere. Sicché torni alle pagine come per ritrovare parti recondite di te tra i versi di XX Secolo: «Fiordi vivi di sguardi,l’ora nuda / curvata sul quadrante»; in  Extrasistole: «E poi quelle stasi inaudite, / soffocate a stento…»; in  Notte rossa «Pulsa il silenzio nel sangue./ Ferite di luce / fremono in corpi spenti, /nelle sale d’aspetto. E’ la Notte Rossa (…) Pallidi coribanti del Niente / sfrecciano rombando/in oscure armature, / vestiti d’amianto o di noia. / Martelli pneumatici del Caos…E’ la Notte Rossa …Sulle ferite aperte / e sulle piazze/arcobaleni di razze / DANZANO».

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