Pdl o del Centralismo Carismatico?

Nicola Piras

Ciò che è andato in onda durante la direzione nazionale del PdL è ben chiaro, un plotone di esecuzione, formato da volenterosi subalterni, pronti a sparare sul pericoloso traditore. Lo stesso Nostromo che aveva imbarcato le sue truppe sulla nave del Cavaliere si è visto da queste delegittimato e denunciato.

Il milite esautorato dai suoi uomini ha allora raccolto intorno a se un gruppo di ammutinati, sparuto ma non così tanto, deciso a non abbandonare la nave ma a prenderne il timone, evitando però che questa fronda possa portare il vascello ad essere lasciato in balia delle onde.

Così si riassume la posizione di Fini espressa ieri di fronte a un partito tristemente incentrato sugli interessi di poltrona.

Berlusconi, incensato dai suoi, non ha usato giri di parole affermando come il dissenso non sia concepibile in un partito quale è il PdL. Eppure le richieste di Fini non paiono poi così anormali. Ciò che preme al Presidente della Camera è una maggiore democrazia all’interno del partito, affossata da quella che definisce una riproposizione del vecchio centralismo democratico tipico del PCI, che oggi si manifesta come “centralismo carismatico”. Il Leader, mai messo in discussione nel discorso del ex capo di AN, ha assunto una posizione autocratica non accettabile all’interno di uno schieramento che dovrebbe rifarsi ai valori del conservatorismo europeo. Mentre invece assume sempre più le parvenze di un partito populista, un involucro di plastica privo di contenuto teso solo ad accontentare le richieste, gli ordini per meglio dire, di un Capo Supremo. Dando in pasto alla folla slogan più che proposte, discutendo con la pancia e non con la testa.

Inoltre ha criticato, con toni aspri, l’appiattimento sulle posizioni leghiste e non solo in tema di immigrazione. La Lega, senza troppo nasconderlo, si presenta come partito antinazionale per eccellenza sventolando la bandiera del federalismo, alimentando però una insana voglia di separatismo.

Seppur una riforma in senso federale rientri nel programma del PdL, questa non può essere il suo cardine che invece deve giocarsi in una reciprocità tra autonomismo e identità nazionale. Autonomia però non deve significare secessione, così come non può significare barricata etnica, tra Nord e Sud. Il federalismo può essere fatto, deve essere fatto, nei modi opportuni. Non semplicemente trasferendo il destinatario del carico fiscale ma anche eliminando tutti i motivi di spreco che affossano il Sud. Una presenza forte dello stato accanto alle Regioni per combattere il mostro della criminalità organizzata, principale artefice dell’arretratezza del Meridione.

Questo è l’altro nodo centrale del discorso di Fini: il senso dello stato e dell’identità nazionale. Lo stato non è una sovrastruttura ma qualcosa di interiorizzato, nelle parole evocative di Falcone, primo baluardo dell’identità collettiva di un popolo.

Il presidente Fini non manca nel dispensare critiche verso quello che per lui è un grosso colpo allo stesso concetto di legalità, l’introduzione del processo breve, che così come strutturato avrebbe fatto fuori, in un solo colpo, seicentomila processi. Facendo passare l’idea che esistano “sacche d’impunità”.

Tutto ciò è stato accolto da fischi e grida scomposte, quasi si trattasse di eresie.

Quasi i concetti espressi non fossero di Destra. Ma non è destra forse la difesa dell’identità Nazionale e del senso dello stato, la legalità, la lotta alla mafia, la  coesione sociale, l’estensione degli ammortizzatori sociali? Si potrebbe obbiettare che questi valori appartengono anche a una certa declinazione della sinistra, ma di certo non possono essere fatti propri da un partito regionalista o da chi spinge per un liberismo sfrenato. La conferma di ciò avviene dalle parole di Bossi, che minaccia la fine dell’alleanza e preconizza Berlusconi come futuro difensore dal comunismo. L’armata sovietica è alle porte, del resto.

Cosa ha prodotto infine questa direzione nazionale? Il giuramento di fedeltà assoluta e incondizionata al messia laico, il Premier, da parte della grande maggioranza dei parlamentari suggellata da un documento, già interpretato come uno strumento che permetta l’espulsione dei dissidenti.

Le parole di Berlusconi già durante l’assemblea lasciano del resto pochi dubbi, l’invito a lasciare la presidenza della camera rivolto a Fini, quasi fosse un suo dipendente passibile di licenziamento, l’accusa che le esternazioni di Fini siano solo strumentali. E quelle a seguire «È quasi finita, manca un niente e finalmente è fuori, non ne potevo più. Basta con quei suoi modi arroganti, con quel suo tono sprezzante. Lo avete visto? Sembrava uno venuto dalla Luna, l’ho provocato e poi umiliato. Ma ora glieli sfilo uno per uno, me li compro tutti». Chissà se riuscirà nel suo intento, ma ciò che è certo è la prossima fine dell’avvizzito centrodestra italiano così come si è evoluto negli ultimi quindici anni. L’inossidabile duo Belrusconi-Fini è giunto al momento di rottura, provocando effetti che percuoteranno l’intero panorama governativo.

Il berlusconismo, come fenomeno politico, ha ora un nuovo avversario. Non solo un uomo politico con al suo seguito una robusta componente ma anche una galassia intellettuale che intesse le sue idee tra Farefuturo e il Secolo d’Italia. Idee che parlano di una destra aperta e plurale, che sappia essere libertaria e ghibellina. Che abbia ben in mente che la laicità, seppur il cristianesimo sia permeante la società italiana e vada difeso come unità tradizionale, debba essere una priorità. L’identità della destra, come della società, è definita così come dinamica ma non instabile. Lo stesso concetto di tradizione non è antitetico a questo dinamismo e a questa propulsione ma inserito nel processo, come le radici di un albero che da frutti dai colori sgargianti presso i rami, come estremità tese verso il futuro.

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