Né destra né sinistra. Socialismo nazionale

Luca Leonello Rimbotti

La volontà politica di rovesciare la società del marciume capitalista-cosmopolitico non ha nulla a che vedere né con la “destra” né con la “sinistra”, quali oggi vengono intese. Essa è la semplice registrazione di un consuntivo ormai secolare: l’ideologia industrialista sta portando il pianeta alla rovina e gli uomini alla disintegrazione bio-psichica. Per avvertire la gravità di quanto cade ogni giorno sotto i nostri occhi, le categorie vetero-testamentarie di “destra” e “sinistra” non valgono nulla. Ciò che vale è una coscienza politica motivata in profondità. Ai pochi sensitivi che avvertono l’avvicinarsi di una biblica resa dei conti tra natura e tecnocrazia, tra umanità e dis-umanità, occorrono riferimenti, una cultura politica, un’ideologia. E queste cose si trovano ugualmente negli insegnamenti del passato, nelle necessità del presente, nelle aspettative del futuro. Ovunque esistano idee capaci di lottare e di scuotere il portone del sistema fino a sfondarlo, lì devono trovarsi agili mani pronte ad afferrarle come strumenti di antagonismo.

Lasciarsi incastrare tra le maglie di formule partitiche che oggi sono discese al rango miserabile di recitativi fra guitti, vuol dire rendere un ottimo servizio ai mestatori di coscienze e ai professionisti della menzogna, che oggi non ronzano più nei dintorni del potere, come hanno sempre fatto simili scorie umane, ma sono il potere stesso. Lo incarnano, lo sorreggono, da dentro come da fuori delle strutture ufficiali.

I conti sono ancora quelli di cent’anni fa, i problemi i medesimi: è solo la loro incombente gravità che causa un’urgenza di risposte che, fino a qualche tempo fa, potevano ancora attardarsi in atteggiamenti dialettici. La lotta alla concezione oligarchico-tecnocratica che domina il mondo non può obiettivamente rinunciare al doppio registro di un rinsaldamento della personalità intima dell’individuo e al tempo stesso di un richiamo alle fondamenta dell’identità popolare. Uomo e popolo, l’uno e i molti, individualità e comunità devono ritrovare lo smarrito punto di contatto, senza il quale ci si assicura non la disintegrazione del sistema, ma il sistema perpetuo della disintegrazione.

Il socialismo nazionale coniuga gerarchia di comando e partecipazione di popolo, lambisce gli estremi catturandone l’essenza, affronta la realtà dal lato in cui essa si mostra. Vuole essere in alto e in basso, ha nietzscheane proiezioni sui contrari: alte fronde verso il cielo dei miti e profonde radici nel ventre biologico di madre terra.

La “volontà di difendere il mondo dell’uomo dal mondo della tecnica” sospinse un uomo come Martin Heidegger ad esporsi per contribuire alla creazione di una comunità nazionale riorganizzata sulla modernità: sfidare “l’incertezza dell’ente”, accettare cioè i pericoli dello scatenamento della tecnica e della messa in moto di tutte quelle sette della perversione industrialista-cosmopolita che oggi spadroneggiano, voleva dire per il filosofo contadino affidarsi all’eternità di ciò che si è. Aggrapparsi all’identità immutabile – la cui roccia vivente è il popolo – nell’imperversare delle minacciose tempeste sradicatici, era allora un’opzione culturale e politica praticabile nei fatti.

Oggi, che non conviviamo più con minacce ma con opere concrete di quotidiana demolizione di edificazioni storico-biologiche millenarie, l’allarme si è talmente ingigantito da avere spento, disperso, domato l’istinto di sopravvivenza di individui e popoli.

L’assalto mondialista all’umanità non è di “destra” o di “sinistra”: è le due cose insieme, dei due vecchi schieramenti avendo saputo collegare il peggio, assemblandolo in un infernale golem di snaturante violenza, capacissimo di presentarsi con l’aureola soft dell’efficientismo democratico. Con simili attori al governo del mondo, il progetto antagonista non può che passare da altre categorie. I Prometei naniformi hanno soggettivizzato l’universo, hanno personalizzato i destini, hanno privatizzato gli spazi, hanno monopolizzato le idee, mettendo l’individuo – il loro individuo: malriuscita protesi del mercato – sul trono invertito del “migliore dei  mondi possibili”. Cos’altro?

Se la “destra” e la “sinistra” sono quelle al potere oggi, l’alternativa è il loro contrario. La rivoluzione liberale-giacobina ha fecondato l’individualismo cartesiano partorendo il presente feticcio progressista. Un’ideologia del contro-potere avrebbe armi a portata di mano, se solo le vedesse: e i popoli sarebbero loro stessi a fornirgliele, se appena appena udissero da qualcuno incitamenti, parole, sussurri di risveglio. Il termine “destra” ci richiama oggi la tecnocrazia, l’insensibilità sociale, la destra economica, il conservatorismo progressista, tra tutti il peggiore. Il termine “sinistra” non ci richiama nulla.

La risposta al radicalismo dell’offesa, che ogni giorno viene portata ai popoli del mondo, deve essere altrettanto radicale e partire dal passato, dalla riunificazione dei simboli antichi e dalla creazione di quelli nuovi. Quindi, forse, “destra” in questo senso dimenticato. Ma col significato opposto a quello odierno: “destra radicale” non significa qualcosa di diverso, ma precisamente di opposto rispetto a “destra conservatrice”. Qualcosa che si sappia però nutrire di realismo politico, di modernità anti-modernista, di coraggio futuristico, tutte cose senza le quali si hanno le solite recriminazioni degli impotenti. L’ossessione del liquido soggettivismo individualistico può essere fronteggiata solo da un radicalismo popolare-comunitario, ricominciando dalle tradite identità primarie. A partire dalla terra, dal luogo, dal suolo. La maledizione del “divenire” e la sua vittoria sull’ “essere”, che è la lontana origine dei presenti disastri dis-umani, ha un contenitore, la concezione logico-quantitativa del soggetto. E noi sappiamo che il termine subjectum significa esattamente “messo sotto”: questo soggettivismo che ci globalizza ogni giorno è roba da servi. Occorre una rivolta dei signori contro i servi al potere. Ma il tempo stringe.


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