La Lega e i nuovi scenari italiani

Angelo Spaziano

Maledetto il paese in cui i cittadini non mangiano lo stesso pane e non parlano la stessa lingua, disse una volta un filosofo. E condannato a non avere pace quel paese che non si riconosce nella stessa storia e nella stessa memoria. Sembra il ritratto dell’Italia odierna, dove tra Alto Adige e Calabria ci sono tante cose in comune quante ce ne sono tra la Svezia e il Marocco. Un organismo irrimediabilmente spaccato in due, dove un Nord-locomotiva dinamico e produttivo sta facendo una fatica sempre più ingrata per tirare avanti i torpidi vagoni centromeridionali. Proprio perché esporta all’estero, infatti, la crisi globale, dovuta al calo della domanda mondiale e a una moneta forte che rende le esportazioni poco competitive, colpisce il Nord molto più a fondo che il Sud.

Il Centro-sud, invece, la cui economia lavora solo per il consumo interno, sente assai meno la competizione globale e soffre relativamente poco. Il risultato è che nel Nord che produce ricchezza la vita costa ogni giorno di più e si pagano sempre più tasse, mentre lo Stato centralizzato, con le sue caste burocratiche parassitarie e inamovibili, oltre a non produrre nulla si comporta come un padrone ottuso, che al lavoratore stacanovista taglia anche il nutrimento.

Il risultato non s’è fatto attendere. Alla fine è accaduto ciò che era da aspettarsi, e sono arrivati i matamoros di Alberto da Giussano. Il loro chiodo fisso sulle prime è stata l’indipendenza da Roma “ladrona”. Il loro obbiettivo creare una “nazione padana” dai caratteri alquanto vaghi e indeterminati, ma che suppergiù doveva ridursi all’area occupata dal bacino idrografico del Po. Maniaci dell’autonomia dal governo centrale, appena vedevano un tricolore avevano la stessa reazione del toro davanti allo sventolare della muleta. Il loro simbolo, un drappo verde con un fiore a sei petali, verde pure lui. Il partito si chiama “Lega Nord”.

All’inizio sembravano una banda di arruffapopoli, tronfi di demagogia a buon mercato, di pseudomitologie celtiche confuse con credenze paganeggianti raccattate tra il Monviso e le vallate della bergamasca. Ogni tanto si riunivano in una specie di parodia di parlamento fissato d’imperio ora qua ora la per la Valle Padana, preferibilmente tra Mantova e Vicenza. A Pontida si avventuravano in strampalate celebrazioni di antichi giuramenti declinati nelle cupe nebbie del medioevo, rinnovando i fasti indipendentisti della Lega Lombarda tra un tripudio di bandiere verdi e fiumi di vino. E poi quelle ridicole cerimonie con le ampolle d’acqua del Dio Po adorate come il sangue di San Gennaro. Sembrava la fumettistica saga di Asterix. A un certo punto un gruppo di sfigati soprannominati “I Serenissimi” tentarono addirittura una grottesca insurrezione alla polenta taragna, dando uno sconsiderato assalto al campanile di San Marco per piazzarvi una bandiera con tanto di leone. Naturalmente finirono rinchiusi nelle poco patrie galere.

Il capo carismatico di questa combriccola di suonati si chiama Umberto Bossi, un oscuro tecnico di Cassano Magnago ribattezzato “il Senatùr”. Un rozzo populista che amava apparire in tv con una canottiera d’antan vantando la durezza degli attributi del suo schieramento. I suoi primi outing suscitarono un moto di sdegno nell’opinione pubblica. Bossi infatti venne più volte condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla in più occasioni pubblicamente offesa: «Quando vedo il tricolore m’incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo». Oppure, rivolto ad una signora che esponeva la patria bandiera, «Il tricolore lo metta al cesso, signora». Nonché di aver chiosato «Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che un magistrato dice che non posso avere la carta igienica tricolore». Insomma, un tipetto alquanto sulfureo, lontano dalle mezze misure e poco incline ai compromessi.

Se ne accorse per sua sfortuna il De Mita dei tempi della Prima Repubblica, quando un giorno, in un talk show, il buon Ciriaco ebbe la ventura di lanciarsi in uno dei suoi strampalati “raggionamendi”. Dopo mezz’ora di sproloqui il leader leghista non ce la fece più a trattenersi e sbottò «Ma tàchete al tram…».

Improvvisamente però, forse in seguito a un malore che per poco non lo ha spedito all’altro mondo o forse per la presa di coscienza dell’assoluta inconcludenza di una politica condotta a suon di offese, provocazioni e turpiloqui, l’Umberto e la sua truppa s’è improvvisamente, come dire, dato una “ripulita”. Il partito della Lega nord, infatti, da qualche tempo in qua ha acquisito insolite caratteristiche di serietà e pacatezza nel linguaggio e sobrietà nel comportamento, tali da fargli guadagnare fior di consensi anche ben al di fuori della ridotta padana.

Per prima cosa è stata messa da parte ogni mena secessionista, e la dirigenza ha saggiamente deciso di non agitare più la minaccia [non è proprio così: in un’intervista recente a El Pais, Bossi ha rilanciato la parola d’ordine secessionista, ndr. LEGGI QUI]. Ora il Carroccio sa per esperienza che non deve suscitare allarme nell’opinione pubblica e cerca invece l’accordo con i caporioni meridionali per giungere almeno al più ragionevole e soft federalismo fiscale. In ciò, Bossi è aiutato anche dall’autonomismo siciliano, che, data la situazione in cui è sprofondata l’isola, non potrebbe apparire più ridicolo. All’Ars infatti c’è un governatore fervente “autonomista”. Ma si tratta di un autonomismo da operetta, del tipo «La Sicilia è nostra e ce la gestiamo ( leggi: divoriamo) noi». Che però, all’ennesima frana con vittime e devastazioni varie, diventa subito la solita lamentela: «Lo Stato ci deve aiutare».

L’elemento principe di tanto successo leghista, però, oltre al look rinnovato e alla “presentabilità”, è stata anche l’abile condotta governativa del ministro dell’Interno. E’ proprio grazie alla tenacia di Maroni, infatti, se si è riusciti a strappare al satrapo di Libia un accordo sui respingimenti di extracomunitari. I risultati del patto si sono rivelati stupefacenti. Il fiume d’immigrati che fino a poco tempo addietro dava l’assalto alle nostre coste riversandosi nell’ “eden” padano s’è ridotto a un misero rivolo di poche decine appena di persone. Nessuno prima c’era mai riuscito. Inoltre, l’incremento nella lotta alla malavita e a favore dell’ordine pubblico e la messa in sicurezza delle nostre città hanno fatto il resto. Alle ultime elezioni regionali, infatti, la Lega Nord ha fatto il pieno di consensi, strappando il Piemonte alla sinistra e riuscendo a governare, con la riconferma del Veneto, in due delle regioni più importanti della Val Padana. Il carroccio ha guadagnato fior di consensi perfino nella rossa Emilia Romagna e in Toscana, mandando in fibrillazione il Pdl che con la minacciata fronda dei finiani ora è una pentola in ebollizione.

E’ stato proprio lo tsunami bossiano infatti a preoccupare l’ex leader di An. Per la prima volta, le maggiori regioni del Nord sono sotto guida leghista (in Lombardia insieme al Pdl) e quindi in piena contiguità territoriale. Esse rappresentano un blocco geograficamente unito, economicamente potente, nevralgico crocevia d’infrastrutture stradali e ferroviarie d’interesse comune, con comuni interessi e con governatori che hanno le stesse idee sullo sviluppo. Gli amministratori leghisti inoltre sono in stretta sintonia con le esigenze della cittadinanza, mentre le burocrazie locali ascoltano i bisogni delle imprese e cercano di soddisfarli. L’esatto opposto di quello che accade nel Sud.

Insomma: Piemonte, Lombardia e Veneto sono già, in fieri, uno Stato coi fiocchi, e, contrariamente al Sud, uno Stato prospero, di livello europeo per produttività ed efficienza, in grado di competere con la Baviera, la Svizzera o l’Austria, che fanno corona alla “Padania”. Un irresistibile magnete d’attrazione anche per la limitrofa Emilia-Romagna, ancora temporaneamente rossa, che converge anch’essa verso quel polo per interessi e aspirazioni.

Il fatto è che la Lega Nord è solo una lucina accesa sul cruscotto dell’automobile-Italia a segnalare che nell’ingranaggio nazionale c’è qualcosa che non va più per il verso giusto. Non è certo sopprimendo l’allarme del malessere nordista che il Bel Paese si rimetterebbe all’improvviso a correre come un bolide. E’ da ingenui pensarlo. Una volta spazzata via la spia-Lega il motore-Italia fonderebbe definitivamente, condannandoci alla guerra civile. La divisione fra Nord produttivo e Sud parassitario infatti non s’è creata ad opera del Carroccio, ma al contrario, si tratta del deleterio risultato di decenni di malamministrazione democomunista che ora rischiano di presentarci un salatissimo conto. Questa penalizzante zavorra improduttiva infatti ha scavato un vero solco delle reciproche mentalità, di cui l’accusa di “xenofobia” è solo uno degli “effetti collaterali”.

Ma il Nord è tutt’altro che xenofobo. Nonostante le strida parolaie dei nemici di ogni cambiamento, è comprovato che il Nord, nei fatti, integra gli immigrati assai meglio del meridione, come hanno mostrato i pogrom di Castelvolturno e della Calabria. Ma il dramma è che il Nord e il Sud si capiscono sempre meno. Anche perchè il Nord si confronta con l’Europa e il mondo avanzato e il Sud, purtroppo, no. Il meridione si chiude ogni giorno di più nel suo provincialismo, in un insieme di furberie e abusivismi che confluiscono in una sorta di autolesionismo rassegnato e distruttivo, con politici incapaci e corrotti che commerciano i voti degli elettori con l’aiuto delle mafie locali.

Insomma, il Nord non tollererà più a lungo di essere danneggiato dal pressappochismo meridionale. Tantomeno in tempi di marcata recessione come questi che stiamo attraversando, caratterizzati da una profonda deflazione e dalla necessità di deflazionare ancor di più. Una congiuntura provocata  dall’euro forte. E si sa che quando non si può svalutare la moneta, si deve svalutare almeno il costo del lavoro. Questa situazione rende ancora più evidente l’assurdità dei sacrifici che si chiedono al settentrionale: lavorare di più e guadagnare di meno, per essere più competitivi. Ma il Sud intanto a rendersi competitivo e a darsi una mossa non ci pensa proprio.

A questo punto, se l’andazzo continuerà ad essere quello di sempre, risulterà irrilevante delineare per il nostro settentrione un futuro “alla belga” o alla catalana o alla scozzese. Altro che federalismo o autonomie varie. I casi dei paesi Baschi, della Corsica e dell’Irlanda del nord lo dimostrano. Il rischio che si prospetta per la nostra patria è, nella migliore delle ipotesi, quello di un “divorzio consensuale” alla cecoslovacca. Nella peggiore, invece, uno scenario jugoslavo. Ricordate la fine della federazione jugoslava?

Iniziò dapprima timidamente, con la secessione della ricca Slovenia insofferente dell’abbraccio con la depressa Serbia. Quindi, con un perverso effetto domino, si passò allo scontro diretto, analogo al primo ma ben più cruento, della Serbia contro la Croazia. E finì in un bagno di sangue. Poi, si arrivò addirittura alla frantumazione della Bosnia in due aree d’influenza, con la Bosnia serba lanciata all’assalto della Bosnia croata. Quindi è stata una mattanza generale, un baratro senza più né capo né coda, con bosniaci, serbi, croati e kossovari, macedoni e montenegrini a sbudellarsi senza ritegno l’un con l’altro.

Anche il Caucaso potrebbe profilarsi come possibile scenario per un’Italia che continuasse spensieratamente a procedere a doppia velocità. Ora bisogna chiederci: vogliamo davvero progredire tutti insieme appassionatamente e per sempre? Bene. Allora dobbiamo rassegnarci a contribuire tutti in misura equa a tirare avanti la carretta. Ma per far questo occorrono riforme serie. Riforme che solo il Pdl può – e deve – realizzare. Se qualcuno la smettesse di remare contro.

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