Il Fondo Quotidiano 10/3 – 10/4/2010

Il Fondo

Il Fondo Quotidiano è una costola del Fondo Magazine. Nasce dall’esigenza di restare nella cronaca giornaliera tra una edizione e l’altra della casa madre settimanale. A differenza della matrice che accoglie abitualmente scritti eterogenei, FQ esprime esclusivamente la linea editoriale.

La redazione

MOTOCICLETTA, ADDIO?

Italia, 10 aprile 2010 – Occhio, amici motociclisti: è in arrivo la stangata finale per il nostro amato mezzo di locomozione. Per le moto superiori ai 70 cavalli, dal prossimo autunno dovremo indossare l’abbigliamento tecnico totale anche per fare il giro del palazzo.

Chi è motociclista da una vita, le elementari norme di sicurezza le adotta tutte. Io indossavo il casco anche quando non era ancora obbligatorio, per esempio (magari lo indossavo pure per altri motivi, ma questo è un altro discorso…). Ma a tutto c’è un limite. E passi l’adozione del casco integrale in luogo dello jet o similari; e passi il giubbotto con salva gomiti e paraschiena; e passi pure l’uso di guanti protettivi ma adesso, per noi over 70 (cavalli) ci sarà pure l’obbligo di indossare i “pantaloni tecnici” sempre ed in ogni caso.

In altre parole, ogni volta che decideremo di salire in sella, anche fosse solo per andare a comprare le sigarette, ci dovremo bardare come un cavaliere di medievale memoria.

Uno potrebbe pensare che si tratti del solito escamotage per favorire l’industria che produce tale abbigliamento. Ma non è così. Tra i primi a dirsi contrari a un provvedimento legislativo del genere è, per esempio, Vittorio Cafaggi, marketing manager dell’azienda leader mondiale del settore, la “Dainese”: «Devo essere sincero – afferma – a breve termine per noi sarebbe un vantaggio in termini di diffusione dei prodotti (un abbigliamento tecnico totale può arrivare a costare anche più di 1000 euro, ndr). Ma a lungo termine potrebbe rivelarsi un grosso boomerang rischiando la paralisi del mercato della mobilità a due ruote».

Infatti, non ci vuole un mostro di intelligenza per capire che da normale mezzo di trasporto per qualsiasi uso, la moto diverrebbe gingillo per le gite fuoriporta o per i viaggi a lungo raggio. Sfido chiunque a dover fare il totale cambio di abbigliamento ogni volta che intende servirsi della moto per i brevi spostamenti di abitudine quotidiana. E da qui a decidere di non concedersi il lusso del puro divertimento domenicale o in tour feriale il passo è breve.

E’ vero: muoiono 1400 motociclisti all’anno. Ma quanti di questi muoiono per la mancata protezione che il cosiddetto abbigliamento tecnico garantirebbe? Le statistiche non lo dicono.

Per esperienza diretta, tutte le volte che ho corso qualche pericolo è stato a causa dell’imperizia degli automobilisti. Ma posso pure ammettere che in giro a due ruote ci vanno gli emuli ignoranti e paradossali di Valentino Rossi che sfrecciano per le vie cittadine a 180 km orari. Ma se sono loro che vanno a sbattere, nessun abbigliamento tecnico li metterà al riparo dalle amare conseguenze della propria imbecillità.

Forse sarebbe il caso di introdurre corsi di educazione stradale nelle scuole. E’ una vita che se ne parla, ma niente mai di concreto è stato fatto.

Molto più facile prescrivere dall’alto norme che puniscono solo chi già sa come comportarsi. In fondo, anche questo passaggio è del tutto conforme a quel Dio della Sicurezza che, da qualche anno, ispira i nostri amati governanti.

Avanti, popolo (della libertà).

WRITER METROPOLITANO A PROCESSO
IN GALERA… IN GALERA…

Milano, 7  marzo 2010 – E vai! Ecco il primo writer sotto processo,  dopo la riforma del luglio 2009 che ha inasprito le pene per il reato di imbrattamento (articolo 639 del codice penale) delle pubbliche, e dio le preservi immacolate, mura cittadine.

Daniele Nicolosi [nella foto], 28 anni, in arte Bros, noto writer milanese che ha esposto le sue opere al Pac e a Palazzo Reale, si è presentato alla prima udienza del processo che lo vede imputato per aver imbrattato coi suo spray alcuni edifici della città. Sua colpa, sua massima colpa…

Vittorio Sgarbi lo ha definito il «Giotto moderno» ma a che vale? A nulla: volete mettere il decoro di una metropoli intonsa dai grafitaggi col parere di un critico d’arte?  Nisba, che sia il giudice a decidere della immacolatezza delle mura esterne del carcere di San Vittore, della tettoia di una fermata della metro e di altre sacre pareti dell’urbe meneghina, infangate dalla verve di questo terrorista del colore.

D’altronde, ricorderete che Graziano Cecchini, per il suo exploite creativo futurista delle 500mila palline colorate rotalanti giù da Trinità dei Monti, a Roma, s’è già beccato 8 mesi di galera (con la condizionale, per ora…), per interruzione dei pubblici servizi. Interruzione di cosa? Ma sì, un autobus aveva dovuto attendere una mezzoretta che ripulissero la piazza dalle palline per poter ripartire nella sua corsa. Ah, sì? E le migliaia di cittadini che, soprattutto in periferia capitolina aspettano anche un’ora il passaggio del bus che non arriva, cosa dovrebbero fare?  Minimo, denunciare il comune per disservizio totale e chiedere sistematicamente i danni economici.

Ora, non è che voglio elevare a sistema il fatto che a chiunque salti lo schiribizzo prenda su una bomboletta e si metta a verniciare quello che gli pare. Ma che si cominci a processare uno, come Daniele Nicolosi, in odor di arte, sembra proprio il classico «colpirne uno per educarne cento». E non mi sembra che tale metodo sia il massimo della educazione democratica. O forse, sì?

Avanti, popolo (della libertà…)

GIULIETTA E ROMEO
TERZO MILLENNIO

Italia, 6 aprile 2010 – Una storia alla Giulietta e Romeo, ma con una morale diversa. La tragedia si è consumata ai nostri giorni, in Italia, ma ha tutto il sapore di una vendetta del destino. Un destino che questa volta sta dalla parte delle donne.

Mentre nella tragedia shakespeariana Romeo, credendo Giulietta morta, si uccide a sua volta, nella realtà di un paese familista e maschilista come l’Italia il mito si declina in maniera diversa, fino ad assumere tinte femministe. Che cosa è successo? A Siracusa, un lui tenta di uccidere la fidanzata. Tenta di soffocarla, lei cade a terra perdendo i sensi. Secondo gli inquirenti, la donna avrebbe solo finto di essere svenuta facendo credere al fidanzato violento di essere ormai morta. Lui non ha neanche provato a rianimarla, è fuggito e poi vinto dai sensi di colpa, pensando di averla uccisa, si è tolto la vita. La donna invece è stata ricoverata, ma è viva.

Una storia che ribalta il triste finale di tanti altri fatti di cronaca dove purtroppo mariti, fidanzati, ex di tutti generi hanno la meglio. La notizia era riportata oggi sul Corriere della sera ed era uno dei tanti piccoli pezzi che facevano da contorno alla “donna del lago”, Beatrice Sulmoni, trovata morta lo scorso giovedì sul lago di Como, vicino alla casa di Clooney. La donna poiché era stata ritrovata nuda era stata scambiata per una prostituta. Solo dopo si è scoperto che era una donna della zona. Accusato: il marito.

Niente da obiettare contro le prostitute, ma non può non infastidire lo stereotipo messo in atto da inquirenti e stampa: nuda e bella, quindi puttana. Molto irritante. Così come oggi risultano irritanti i toni con sui si racconta sul Corsera.it il delitto commesso dal marito, Marco Siciliano: sarebbe stato preso da raptus e il suo sarebbe un omicidio passionale. Ma quale raptus e quale passione! Questa storia, l’ennesima, parla di una violenza normalizzata e istituzionalizzata e di un odio che diventa morte.

Consoliamoci con la vicenda di Romeo e Giulietta del Terzo Millennio: non cambierà la storia, ma almeno ha salvato la vita di una donna.

Angela Azzaro

TRE AFGHANE MORTE
UN ALTRO INCRESCIOSO INCIDENTE

Kabul, 5 aprile 2010 – Diciamolo francamente: non ce ne va bene una. In Afghanistan, dico. Roba di qualche mese fa, le nostre vittoriose Forze armate hanno accoppato per sbaglio una trentina di civili nel corso di un raid aereo. Avevamo cercato di far passare la cosa come attacco ad un manipolo terrorista e c’hanno sgamato. Pessima figura – certo – ma prontamente scusatici, abbiamo ripreso la nostra vittoriosa marcia verso la gloria.

Manco il tempo di dimenticare l’increscioso incidente che, tac! ecco quest’altra grana: s’è saputo oggi che tre donne afghane, di cui due incinta, morte a Gardez nell’Afghanistan del sud il 12 febbraio scorso e che, in un primo momento, eravamo riusciti a far passare come “decessi per cause sconosciute”, sono state in realtà uccise con colpi d’arma da fuoco sparate dai nostri valorosi militi.

Uno pensa: “ma come si fa a far passare per cause sconosciute dei colpi di arma da fuoco”? Eh! stavolta c’eravamo preparati bene: estratte le pallottole dai corpi e lavate le ferite, avevamo raccontato di aver trovato i cadaveri in covo terrorista. Tutti l’avevano bevuta o avevano finto di berla… Tutti, tranne, chissà perché, i familiari delle vittime che, testardi peggio dei muli, hanno continuato a far pressioni  presso il Comando Nato per stabilire la verità. Ma quello (il Comando Nato), niente: fedeli all’obbedir tacendo hanno ripetuto fino a ieri che:  «Non siamo riusciti a stabilire con certezza come e quando vennero uccise ma abbiamo concluso che fu nel corso del combattimento».

Poi, come al solito, si sono messi di mezzo quei disfattisti della carta stampata. E mica giornali di quartiere afghano, macché: a ritirare su il caso ci hanno pensato il New York Times e il Times di Londra. Ed eccoci di nuovo a fare i conti con la cattiva diceria che penalizza la nostra profonda bontà umanitaria e il nostro super professionismo militare.

La gazzetta newyorkese ha addirittura adombrato l’ipotesi che fatti come questo possano indurre il nostro amato Supremo Condottiero, nonché Nobel per la Pace, il Presidente eletto per volontà di Dio e del Popolo universale, Barack Obama di fronte al difficile bivio: restare in Afghanistan contro tutto e tutti e perseverare nell’impresa di Civiltà che il Destino ci ha assegnato, o ritirarci con tutto quel che seguirebbe in termini della nostra amata sicurezza occidentale.

Voglia il Dio degli Eserciti del Bene Assoluto consigliare il nostro amato Presidente a proseguire nella missione fino all’immancabile Vittoria Finale.

RU486
LA REAZIONE DICE NO

Italia, 1° aprile 2010 – Parlavamo di Lega? Eccola qua: Cota in Piemonte e Zaia in Veneto, neo-eletti governatori, prendono la prima decisione «politica» della loro amministrazione. Da entrambi arriva un netto no alla distribuzione della pillola abortiva Rsu 486.

«La mia posizione è sempre stata chiara: essendo a favore della vita farò di tutto per contrastarne l’impiego. Potranno marcire nei magazzini», ha detto il primo. E, il secondo: «Per quel che ci riguarda non daremo mai l’autorizzazione a poter acquistare e utilizzare questa pillola nei nostri ospedali».

D’accordo con loro, e coma poteva essere altrimenti?  monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e cappellano di Montecitorio: «A Cota va il mio plauso».

E’ la solita ipocrisia all’italiana, dettata dal Cupolone.

Noi de Il Fondo riteniamo che si possa essere legittimamente contrari all’aborto. Non condivideremmo comunque la crociata  che lede il diritto fondamentale della persona umana di disporre liberamente almeno del proprio corpo, ma che, allora, gli ostili prendessero iniziative atte a vietarlo in tutte le sue forme di attuazione.

Impedire o cercare di impedire una prassi che rende più lieve la procedura di espulsione del feto indesiderato sa solo di logica punitiva.

E, infatti, sempre Cota dichiara: «È ovvio che rispetterò la legge, non posso fare diversamente, ma è altrettanto chiaro che dal punto di vista dei valori penso che la pillola abortiva debba essere somministrata quanto meno in regime di ricovero».

Ma non sono solo i leghisti a promettere paletti. Spiace annoverare fra i riottosi anche la neo-governatrice del Lazio, Renata Polverini che si è allineata e prontamente coperta: nel Lazio la somministrazione della Ru486 «seguirà lo stesso percorso dell’aborto chirurgico, quindi sarà somministrata in ospedale».

Del resto, la presa di posizione della Polverini era prevedibile: se nel suo schieramento erano candidati personaggi come Olimpia Tarzia, che fa della campagna anti-abortista una missione, i risultati non potevano che essere questi.

Vale comunque la pena ricordare che in altri paesi europei  non è previsto alcun ricovero ospedaliero per la somministrazione della pillola abortiva.

Nella maggior parte dei casi il protocollo usato varia, ma quello più affermato prevede due fasi:

a) la somministrazione di tre pillole iniziali e la donna va a casa;
b) il terzo giorno la donna torna in ospedale e le viene somministrata la pillola che
provoca il distacco del feto, dopodiché resta altre due ore in osservazione ospedaliera e,  una volta effettuata l’ecografia, se tutto è a posto, se ne torna a casa con le sue gambe.

Punto.

Questa procedura  è sicurissima e, comunque, l’aborto farmacologico dà meno problemi di quello chirurgico che, appare evidente pure a un idiota, è soluzione ben più invasiva del corpo della donna.

Avanti, popolo (della libertà).

.

ART. 18 STATUTO DEI LAVORATORI
PER IL MOMENTO LA MOD
IFICA NON PASSA

Roma, 31 marzo 2010 – Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rifiutato la firma al ddl proposto dalla maggioranza che prevedeva, tra l’altro, la modifica all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, e ha rispedito il provvedimento alle Camere per  «ulteriori approfondimenti».

Che ci fosse qualcosa che non andava, Il Fondo lo aveva denunciato subito dopo la notizia della volontà di modificarlo (LEGGI QUA).

L’art. 18, gioverà ricordarlo,  rimandando all’art. 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, riguarda le norme da seguire in sede di “licenziamenti individuali” e alla possibilità di scegliere la sede giudicante: ordinaria o arbitrale.

La sua modifica, non a caso, era stata salutata con gioia dalla Confindustria e valutata criticamente da quel sindacalismo non del tutto asservito alla causa del maggior profitto a qualsiasi costo. E già questo era indice sufficiente degli interessi ai quali rispondeva.

Il ministro del lavoro Sacconi, commentando la decisione del Presidente Napolitano, dice: «Terremo conto dei rilievi del presidente della Repubblica. Da parte del governo proporremmo alcune modifiche che mantengano in ogni caso l’istituto (l’arbitrato, ndr)».

La sua dichiarazione contiene una evidente inesattezza: l’istituto dell’arbitrato sul lavoro già esiste ed è operativo, come ricordavamo sopra. Solo che la decisione di rivolgersi all’arbitrato, allo stato attuale, viene presa al momento del sorgere di un contenzioso e congiuntamente dalle parti (lavoratore e datore).

La modifica che il governo voleva introdurre, invece, in deroga dei contratti collettivi, costringeva la parte contraente più debole (ovvero il prestatore d’opera) a decidere, fin dall’atto dell’assunzione, quindi in una condizione di inferiorità, se optare per l’arbitrato anziché per le vie giudiziarie ordinarie. Con un evidente squilibrio della possibilità decisionale a favore del datore.

Per il momento, l’ennesimo attacco al mondo del lavoro è sventato… Il timore è che sia solo rinviato…

NO DAL MOLIN
LA PROTESTA CONTINUA

Vicenza, 30 marzo 2010 – Continua la battaglia dei cittadini vicentini contro l’allargamento della base americana Dal Molin. Domenica scorsa, in concomitanza con le elezioni regionali, una ventina di militanti del movimento “No Dal Molin”, vestiti da operai, hanno tagliato la recinzione allestita di recente dal genio civile sull’argine di proprietà del demanio idrico per «consentire di nuovo ai cittadini vicentini di camminare lungo il loro fiume», secondo le parole di Marco Palma, uno dei portavoce degli attivisti nodalmoliniani.

E così, verso le 14, la sala radio della questura e la centrale operativa dei carabinieri hanno informato le rispettive pattuglie sul territorio della nuova dimostrazione di dissenso. Questa azione è nata dal fatto che da qualche giorno, nel punto in cui domenica 31 gennaio una trentina di supporter no-base era penetrata nel recinto del grande cantiere all’altezza della gru numero 14 issandovi una bandiera della pace, il genio civile, su indicazione delle autorità, aveva collocato una recinzione perpendicolare rispetto a quella del cantiere, lunga una quarantina di metri con sopra del filo spinato e oscurata da un telo verde. Si volevano così impedire ulteriori incursioni. Infatti, per tagliare la recinzione sono occorsi quei minuti che hanno consentito alla ronda di dare l’allarme e impedire ai manifestanti di rimettere piede nel cantiere costellato di gru.

Ed al termine dell’azione dimostrativa, sia le forze dell’ordine che gli attivisti No Dal Molin si dichiaravano soddisfatti. I primi perché il recinto esterno alla “zona militare”, anche se non ha resistito all’assalto di mole e pinze illegali maneggiati, ha però permesso di evitare l’incursione dentro il cantiere. I secondi, nonostante il rischio di future e quasi certe denunce, hanno dichiarato la propria gioia per aver «rimosso la recinzione abusiva che impediva ai cittadini di camminare lungo l’argine». Palma ha poi voluto precisare che «questa ricostruzione dei fatti maturata tra le 13.55 e le 14.05 di ieri cozza con il rispetto delle regole alle quali tutti siamo tenuti, tanto che l’autorità giudiziaria per l’ennesima volta sarà investita del problema, ma è anche doveroso sottolineare che nel concreto i danni sono stati contenuti».

D’altra parte come pretendere il rispetto dalle regole se la cittadinanza vicentina non ha mai avuto la possibilità di esprimersi sull’allargamento della base militare? Di fronte alle ingiustizie del potere costituito che si comporta da tiranno infischiandosene dell’opinione dei propri cittadini, trattandoli alla stregua di veri e propri sudditi, la risposta è una sola: opposizione, perché ribellarsi è giusto.

Alessandro Cavallini

ROMA HA VINTO
SALVE, DEA ROMA


Roma, 28 marzo 2010 – La Roma batte l’Inter e riapre il campionato. Ma per farlo ha dovuto battere anche il solito vizietto italico di chi, solerte, è sempre lesto a correre in soccorso dei potenti di turno: nella vita,  come nel calcio e in politica.

Nella strameritata vittoria di ieri sera, infatti, l’arbitro Morganti e i suoi collaboratori hanno infilato una serie incredibile (o fin troppo credibile) di “sviste” ed “errori” grossolani, tutti a favore dei meneghini.

Ne citiamo solo i tre più evidenti: iniziata in fuorigioco di ben tre calciatori nerazzurri, e non per una questione di centimetri ma di metri, l’azione che ha portato al momentaneo pareggio interista; negato un solare calcio di rigore alla Roma per atterramento in area di Brighi ad opera di Julio Cesar che andava anche espulso; evitata espulsione di Chivu per calcio di reazione su Toni a terra…

Ciononostante, come si diceva, la Roma ha vinto ugualmente e queste vistose magagne della direzione arbitrale sono, per fortuna loro e del movimento calcistico tutto, passate quasi sotto silenzio.

Ma se all’ultimo minuto quel tiro a botta sicura di Milito anziché sul palo fosse finito in rete, oggi la musica da suonare a Roma sarebbe del tutto diverso dal festoso inno alla gioia che si avverte nell’aere della Capitale.

Quel palo, in fondo e a guardare bene nei segni del destino, significa anche un’altra cosa: pure Dea Roma s’è rotta i coglioni di assistere alla stessa identica recita che penalizza da sempre la squadra che porta il Suo Nome: «E mo’ basta…» , si dev’essere detta, deviando Lei stessa la sfera sul legno della porta…

Il campionato sarà lungo ancora sette giornate. Con i chiari di luna avvistati ieri sera, avremo ancora bisogno di Te: «Salve Dea Roma! Ti sfavilla in fronte / il Sol che nasce sulla nuova storia; / fulgida in arme, all’ultimo orizzonte / sta la Vittoria».

BERLUSCONI E SANTORO
PER ME PARI SON

Roma, 26 marzo 2010 – Moriremo berlusconiani? La domanda, ormai amletica, sorge spontanea dopo il successo straordinario ottenuto dallo show “non autorizzato” di Michele Santoro a Bologna. Ma che c’entra Santoro, vi starete chiedendo…

C’entra… c’entra… Diciamolo subito: la cancellazione dei programmi di informazione dal palinsesto Rai è stata una vera e propria censura. Una intollerabile censura. Ha fatto bene Santoro a protestare in maniera così plateale. Bene: nel senso che è un suo diritto e che oggi invocare, come fa il governo, una sanzione da parte dall’Agcom, è un ulteriore attacco alla libertà di stampa.

Ma seguendo lo show di  giovedì sera l’impressione netta è  che siamo davanti a una vera e propria mutazione antropologica dell’Italia e degli italiani.

Vi ricordate le belle pagine di Pier Paolo Pasolini, quando colto da un indubbio rimpianto del passato dal sapore molto reazionario, denunciava la sparizione delle lucciole dal panorama italiano? Il poeta friulano faceva coincidere quella sparizione con un cambiamento radicale della società italiana avviata, senza più mediazioni, verso l’affermazione totalizzante dei consumi (qualche anno dopo si sarebbe nominato quel fenomeno come globalizzazione neoliberista). Non vorremmo cadere nella trappola melanconica e reazionaria, rimpiangendo il tempo che fu, ma lo show di Santoro ci ha aperto lo sguardo su un mutamento altrettanto radicale.

Ve la ricordate l’Italia divisa in due tra destra e sinistra? Beh, dimenticatevela. Oggi l’Italia si divide tra berlusconiani (si salvi chi può) e antiberlusconiani. Due poteri che si contendono la conquista del Paese con contenuti apparentemente diversi ma con lo stesso linguaggio, gli stessi toni, la stessa presunzione.

Santoro che arringa la folla, il suo giustizialismo non sono esattamente speculari al linguaggio e all’odio per i giudici di Berlusconi?

PADRE MURPHY HA VIOLENTATO 200 RAGAZZINI?
E CHISSENEFREGA…

New York, 25 marzo 2010 – Ora hanno un senso preciso le parole di S.S. Benedetto Sedici quando, pochi giorni fa, pronunciò che Cristo: «Voleva condannare il peccato e salvare il peccatore». Il New York Times pubblica oggi  la documentazione (LEGGI QUI), relativa al caso di padre Lawrence C. Murphy che, fra 1950 e il 1974 ha abusato sessualmente di 200 ragazzini ospiti di un prestigioso istituto per sordi.

Nel 1996, l’allora cardinale Ratzinger, alla guida della Congregazione per la dottrina della fede, non rispose a due lettere inviate dall’arcivescovo di Milwaukee Rembert G. Weakland che lo informavano dei fatti. Solo dopo otto mesi il suo vice, cardinale Tarcisio Bertone, oggi segretario di Stato vaticano, incaricò i vescovi del Wisconsin di avviare un processo canonico segreto che avrebbe potuto portare all’allontanamento di padre Murphy.

Intervistato dal New York Times, il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha detto trattarsi di: «un caso tragico che ha coinvolto vittime particolarmente vulnerabili che hanno sofferto terribilmente per quello che lui ha fatto. Abusando sessualmente di bambini che erano menomati nell’udito, padre Murphy ha violato la legge e, cosa ancora più importante, la sacra fiducia che le vittime avevano riposto in lui».

Ciononostante, sempre a detta del portavoce vaticano: «il diritto canonico non prevede punizioni automatiche, ma raccomanda che venga condotto un giudizio non escludendo anche la maggiore pena ecclesiastica, la riduzione allo stato laicale». Riduzione (allo stato laicale) che non ebbe luogo: «Alla luce del fatto che padre Murphy era anziano e in salute molto precaria, e che viveva in isolamento e senza altre accuse di abusi riferite in oltre venti anni, la Congregazione per la dottrina della fede suggerì che l’arcivescovo di Milwaukee valutasse di affrontare la situazione, ad esempio limitando il pubblico ministero di padre Murphy ed esigendo che egli accettasse la piena responsabilità della gravità dei suoi atti». Come è avvenuto. Padre Murphy, infatti, non ricevette mai punizioni o sanzioni, subendo appena, nel corso  degli anni, qualche trasferimento, rigorosamente in segreto,  tra una parrocchia di periferia e l’altra.  È morto nel 1998, secondo i suoi desideri: «Voglio vivere quello che mi resta nella dignità del mio sacerdozio».

Accontentato.

E le vittime? La Santa Sede se la cava così: «Contrariamente ad alcune affermazioni circolate sulla stampa, né la Crimen sollicitationis né il Codice di diritto canonico hanno mai proibito la denuncia degli abusi sui minori alle autorità giudiziarie».

Per i non addetti ai lavori, la Crimen sollicitationis stabilice la procedura da seguire nei casi di molestie sessuali in sede di confessione: nessuna proibizione di rivolgersi all’autorità civile da parte delle vittime, ma neanche nessun obbligo degli altri aderenti alla setta di denunciare l’adepto peccatore e reo confesso.

Amen.

UN POPOLO A PANE ED ACQUA
E SENZA SEPOLTURA

Italia, 24 marzo 2010 – La crisi, la crisi… Uno dice crisi e l’altro pensa che sia una trovata pubblicitaria… così, tanto per allarmare il popolo e maledire un sistema che comincia a mangiare i suoi figli. Intanto, sono ufficiali i dati Istat in tema di lavoro: nel 2009 sono andati persi 390.000 posti. Un vero e proprio crollo dell’occupazione. Un punto netto di percentuale in più, dal 6,8 del 2008 al 7,8 del 2009 e un 8,6 assoluto che, in cifre chiare significano: 2,145 milioni unità lavorative a spasso.

Forse ci dovremmo consolare con le dichiarazioni di Giulio Tremonti che così recita: «Non nego che c’è la crisi, l’ho detto per primo in tempi non sospetti che sarebbe arrivata, ma la disoccupazione in altri paesi arriva anche al 20%. Ribadisco – ha concluso il ministro dell’Economia – sono dati che preferiremmo fossero diversi ma sono migliori rispetto ad altri».

Il fatto è che questo esercito di senza lavoro, comincia a boccheggiare per davvero. È di appena lunedì scorso la notizia  che per nove alunni delle scuole dell’infanzia di Montecchio Maggiore (Vicenza) l’amministrazione comunale del centrodestra (Lega e Pdl) ha fatto arrivare nella mensa solo una pagnotta e dell’acqua, perché molte famiglie non pagano i 3,95 euro al giorno del pasto. Alla faccia della solidarietà celtica e padana.

Peggio ancora, è accaduto a Cassino (provincia di Frosinone). È notizia di oggi quella di una giovane coppia di 20 e 18 anni costretta a lasciare in ospedale il corpo della loro bambina nata-morta, perché non può permettersi di sostenere le spese per il funerale e la sepoltura. In questo caso, però la solidarietà dell’amministrazione, sempre del centro-destra, è scattata:  il sindaco, Bruno Vincenzo Scittarelli, ha assicurato che sarà il Comune a occuparsi della piccola salma insieme con la Croce Rossa locale.

Storie di un’ordinaria povertà che avanza. Gioie del capitalismo…

PARLA BAGNASCO
LA VOCE DEL PADRONE

Roma, 22 marzo 2010 – «La politica sia trasparente, votate contro l’aborto e per la vita». A pochi giorni dalle elezione, il capo della Cei, Bagnasco ha pensato bene di entrare a gamba tesa nel dibattito politico suggerendo agli italiani che cosa fare. Ennesima ingerenza del Vaticano negli affari italiani…

Bagnasco si è rivolto in primo luogo ai politici chiedendogli di essere onesti, una frecciata rivolta, sembrerebbe soprattutto a Berlusconi e al Popolo delle libertà. Ma la frase successiva, quella più forte, ha subito corretto il tiro. Perché quei politici saranno pure corrotti, ma prendono ordini dal Vaticano quando si tratta di decidere su che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato in materia etica. La cosa pubblica va difesa, la libertà delle donne di decidere può essere tranquillamente barattata.

La presa di posizione della Cei appare quindi come un aiuto, neanche tanto piccolo, fatto dal Vaticano al capo del Governo in carica. Un aiuto che in parte ricade anche su Casini, il che è anche peggio. Non è certo una novità che la Chiesa metta il becco nelle urne di un altro Stato, ma certo oggi la spinta antiabortista suona ancora più ipocritica. Davanti a un governo investito da diversi scandali e davanti agli scandali che stanno travolgendo la Chiesa per i casi di pedofilia, ci vuole davvero un bel coraggio a dire agli altri che cosa
sia vita e che cosa sia etica. In questo momento il Vaticano avrebbe fatto bene a tacere, e ad affrontare il problema grave degli abusi che riguarda ormai quasi tutte le sue diocesi sparse nel mondo.

Non per giustificare certo il Vaticano, ma anzi per aggravare la sua posizione, si può notare come in queste ore il tema dell’aborto abbia conquistato la scena politica anche di un altro Paese. La riforma sanitaria approvata in America è stata possibile sacrificando ancora una volta le donne. Per convincere una parte dei Democratici a votare a favore della riforma, Obama ha deciso di levare l’aborto tra gli interventi coperti dal servizio sanitario. Una mediazione, forse inevitabile, ma che suona tanto come una beffa.

In Italia come in Usa, i primi ad essere sacrificati sull’altare dei giochi politici sono i diritti delle donne.

LA GABANELLI GABBA LA CENSURA. BRAVA…

Roma, 21 marzo 2010 – E brava Milena Gabanelli. Doppiamente brava: perché ha gabbato la par condicio e la censura di questo ultimo mese di campagna elettorale con la chiusura dei talk show politici. E perché ha denunciato i politici con doppio incarico…

La puntata di Report di domenica sera è stata una perla di informazione. Ha raccontato come molti parlamentari siano allo stesso tempo o deputati o senatori e sindaci, vicesindaci, presidenti e vice presidenti di provincia, assessori (in tutto sedici) e una caterva di consiglieri. Una sola paga (almeno così dichiarano, almeno questo pudore), incarico doppio. Entrambi fatti male, entrambi inspiegabili, entrambi ai danni dei cittadini. Cioè noi.

Qualche esempio. De Corato: vicesindaco di Milano, senatore. Uomo in carriera. Intervistato non ha avuto nessun dubbio. Lo fa per il bene dei suoi elettori, del resto secondo lui consapevoli che va su e giù tra Roma e Milano (ah, a proposito, chi paga quei viaggi? Mi sa che siamo sempre noi). Ma la città e provincia che se la cavano peggio sono città e provincia di Brescia. Sindaco, presidente di provincia e vicesindaco sono tutti parlamentari.

Tutti parlamentari, ma anche tutti del Pdl e Lega. L’inchiesta di Report ha segnato un brutto tiro al popolo della libertà. Impar condicio? Sì, è vero, ma ci potevano pensare prima. Quando hanno accettato di occupare e riscaldare più di una poltrona.

Il programma di Gabanelli ha anche un’altra valenza, questa volta ai danni dei Santoro, Floris, ma anche dell’ultimo arrivato Paragone (poverino è stato chiuso pure lui, ma quasi nessuno se ne accorto). Report, discutibile quanto si vuole, ha però dimostrato che cosa siano davvero i programmi di informazione. Inchiesta, raccolta dati, interviste scomode. Altro che i talk show dove si urla, con il solo problema che si urli in regime di par condicio. Quanto urla La Russa deve poter urlare Di Pietro e viceversa.

La censura di questo mese, che continuiamo a criticare con convinzione, può essere però occasione per riflettere sulla qualità dell’informazione e sui format che ormai imperano (parole in libertà…). E se si cambiasse marcia e si seguisse l’esempio di Gabanelli? Lo potrebbero fare pure fare i programmi destra oriented, poi vediamo che cosa succede.

IL PAPA È OMOFOBO?
NON SI PUÒ DIRE. ALDO BUSI VIA DALLA RAI

Roma, 19 marzo 2010 – Tre telefonate di Silvio Berlusconi al direttore del Tg1 Augusto Minzolini hanno suscitato l’ira funesta dei benpensanti, gli stessi che  oggi tacciono e acconsentono davanti alla moralista e repressiva cacciata di Aldo Busi dalla Rai.

Il grande scrittore ha deciso di lasciare il reality L’Isola dei famosi, non prima di avere gettato strali contro l’Italia omofoba e contro il premier incapace in quindici anni di fare quello che aveva promesso di fare: abbassare le tasse per tutti e non per pochi.

Ma il vero scandalo, quello che è gli è costata la censura, sono state le accuse mosse da Busi al Papa. Quali accuse così insensate avrebbe fatto? Lo scrittore ha semplicemente detto una verità incontrovertibile: il Papa, questo papa, è omofobo. E chi è omofobo, spesso è volentieri, reprime il desiderio omosessuale.

Apriti cielo. La reazione dei dirigenti della Rai è stata immediata. Via, per sempre, per tutta la vita, nei secoli dei secoli. Busi non potrà mettere più piede nelle trasmissioni Rai. E chissà che, in quel gioco mediatico in cui Berlusconi la fa da padrone, non siano le reti Mediaset a regalargli il giusto palcoscenico.

Vedremo. Intanto resta lo scandalo, perché di scandalo si tratta, di una dirigenza Rai totalmente asservita al potere della Chiesa. Il dogma dell’infallibilità del Papa (e anche della sua eterosessualità) pensavamo valesse solo dentro le mura vaticane invece abbiamo avuto la conferma che è legge assoluta pure da noi.

Busi non ha bestemmiato, non ha detto brutto stronzo, ha semplicemente appurato come la Chiesa nel momento in cui dice che l’omosessualità è una malattia sia discriminante e con il suo atteggiamento incentivi l’odio.

Chi può smentire che è così? Basta riandare a circa un anno e mezzo fa, quando durante un importante voto delle Nazioni Unite lo Stato Vaticano si pronunciò contro la depenalizzazione del reato di omosessualità (che vige ancora in molti paesi).

Appurato che Busi non dice fesserie, resta la questione se in questo Paese esista ancora la libertà d’espressione. La cacciata di Busi dalla Rai ci fa pensare che non sia più così e che il moralismo abbia vinto facendo della censura l’unico elemento per governare conflitti e contraddizioni.

Viva Busi allora. Viva la possibilità di dire quello che si pensa. In una Rai, in cui lo squallore la fa da padrone, dalla mattina alla sera, il meno volgare e più colto ha pagato nel silenzio della sinistra e tra le accuse della destra.

Non abbiamo insomma bisogno di aspettare le elezioni per sapere che chiunque vincerà i tempi che ci aspettano ci appaiono tutt’altro che liberi. Sotto la coltre vaticana e moralista dire quello che si pensa è passibile di censura e un giorno, forse, di galera.

STEFANO CUCCHI
MORTO PER LA LEGGE GIOVANARDI-FINI

Roma, 17 marzo 2010 – Stefano Cucchi, il giovane arrestato per possesso di sostanze stupefacenti, carcerato, pestato, rinviato al reparto detentivo dell’Ospedale Pertini e lì deceduto sa, adesso, di cosa è morto: disidratazione. Tanto disidrato che in sei giorni ha perso 10 chili, fino, appunto, al collasso decisivo.

Che non siano state le percosse fisiche subite a determinarne la morte può essere un sollievo solo per chi, barbaramente, ha infierito su di lui, perché colpevole.

Colpevole di cosa? Solo di essere stato trovato in possesso di qualche centigrammo di cocaina, custodita per uso personale. E, pertanto, sottoposto a perquisizione domiciliare, giudicato per direttissima, rinchiuso nelle celle di sicurezza del tribunale di Roma, ivi pestato, quindi ricondotto in carcere e, da lì, viste le sue condizioni fisiche, trasportato in ospedale. Dove, in sei giorni, non sono riusciti a salvarlo.

Così ha voluto che fosse la legge Giovanardi-Fini che equipara il tossicodipendente al pusher e, finanche, al trafficante internazionale di stupefacenti: tutti, indistintamente, degni di galera e delle estreme conseguenze.

Il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, Ignazio Marino, in merito alla sua morte, ha così riferito ai giornalisti: «Siamo arrivati a conclusioni molto chiare: a Stefano Cucchi, probabilmente, sono state inferte lesioni traumatiche che non sono la causa diretta della morte che è avvenuta per disidratazione legata alla volontà di Cucchi di richiamare su di sé l’attenzione dei suoi legali e del mondo esterno».

Avete capito? Un giovane con qualche difficoltà di equilibrio personale, caduto nella rete della massima sicurezza e vigilanza e della sempre più invadente “tolleranza zero”, non ha trovato nemmeno un medico o uno psicologo di sostegno che lo abbia persuaso a riprendere l’alimentazione sospesa «per richiamare su di sé l’attenzione dei suoi legali e del mondo esterno».

«Ci sono evidenze che rilevano che il decesso di Stefano Cucchi sia avvenuto qualche ora prima del tentativo di rianimazione», recita il verbale. Nessun accanimento terapeutico, quindi, su un cittadino perfettamente senziente che adotta una forma di protesta contro i suoi seviziatori.

Massimo accanimento terapeutico, invece, sui ridotti in stato vegetativo, come Eluana Englaro,che non possono sottrarsi alle cure di chi, in assoluto arbitrio legalizzato, pretende di decidere di mantenerli in quello stato di non-vita a qualsiasi costo.

Spiace dirlo, ma fra chi non ha capito la situazione c’è la stessa sorella, Ilaria, del povero Stefano che, sul verbale della Commissione, ha dichiarato: «Sono molto soddisfatta perché la relazione parla chiaro: Stefano è stato vittima di un vero pestaggio. Ora spero che sia riconosciuta la preterintenzionalità delle guardie carcerarie e che la Procura tenga conto di questa relazione».

Da quel pestaggio, Stefano poteva salvarsi e, adesso, lui vivo, staremmo a parlare solo dell’inciviltà di chi pretende di tutelare l’ordine e la sicurezza della nostra società dando botte ai drogati; il punto vero è che Stefano non doveva essere né arrestato, né processato, né seviziato ma, semplicemente, curato…

Avanti, popolo della legge (Giovanardi-Fini)…

VICENZA
SEMPRE PIÙ CITTÀ MILITARE

Vicenza, 16 marzo 1910 – Vicenza sta diventando sempre più una vera e propria “fortezza” militare. Come se non bastasse già l’ignobile allargamento della Dal Molin, a breve la città berica si troverà ad ospitare  anche 800 soldati della Gendarmeria europea. Infatti martedì scorso la Camera, con 422 voti favorevoli ed un solo astenuto, ha approvato il documento di ratifica della Dichiarazione di intenti relativa alla creazione della Gendarmeria europea, firmata nel 2004 a Noordwijk dal nostro paese insieme a Francia, Spagna, Paesi Bassi e Portogallo.

Questo voto permetterà di allargare la presenza del corpo che già si trova a Vicenza, al fine di, come ha spiegato l’onorevole del Pdl Filippo Ascierto, relatore per la IV commissione Difesa e maresciallo dei carabinieri, rendere la Gendarmeria “un corpo vero e proprio, organizzato per missioni internazionali. Fino ad oggi i militari dell’Eugendfor arrivavano autonomamente nazione per nazione e si organizzavano sul posto, ora saranno uniti già in partenza. Sarà infatti un corpo specializzato dell’Unione europea che andrà in anticipo rispetto alle Forze armate degli altri Paesi, potendo intervenire e preparare per l’arrivo dell’esercito, a disposizione di Ue, Nato, Onu, Osce e altre organizzazioni internazionali. A deciderne l’impiego sarà il Cimin, il comitato interministeriale che riunisce i diversi Paesi, garantendo coordinamento politico e militare, nel quale l’Italia siede con rappresentanti dei ministeri di Esteri e Difesa. Gli armamenti a disposizione saranno definiti dalle regole d’ingaggio e non potranno andare contro le leggi italiane”.

E in base a tale progetto, le unità militari presenti in territorio vicentino saranno tra gli 800 e i 2300 uomini. Ascierto ha poi proseguito: «Nel quartier generale gli ufficiali italiani saranno 5 su 15 e i marescialli 6 su 14, senza contare le numerose unità quadro specializzate. In questo corpo viene poi esportato a livello europeo un modello tipicamente italiano, ovvero il lavoro fatto dai nostri carabinieri in Kosovo. Anche questo aspetto è motivo di vanto per il nostro Paese». I compiti ufficiali dell’Eugendfor saranno il mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico nonché l’alta supervisione e la formazione delle polizie locali nei territori oggetto di missione.

E ovviamente nessun partito ha avuto nulla da ridire, poiché, come sottolineato da Ascierto, «il consolidamento delle nostre missioni di pace è patrimonio di tutti, indipendentemente da chi è al governo. I carabinieri si sono sempre distinti per il loro operato in favore delle popolazioni. Chi polemizza dovrebbe inchinarsi ai caduti per la pace». Anche se devono ancora spiegarci come si può parlare di pace quando ci si presenta in territorio straniero armati e disponibili al combattimento. Ma si sa come funziona in Europa dal 1945 in poi. Nessuno spazio per una politica internazionale autonoma ma sempre obbedienti agli interessi degli yankees. In caso contrario, il futuro è già scritto: l’assassinio politico, come nel caso di Enrico Mattei.

Alessandro Cavallini

TOH? HA RAGIONE BERLUSCONI

Roma, 14 marzo 2010 – Una volta tanto ha ragione Berlusconi quando dice – come ha fatto oggi – «In questi giorni c’è un’atmosfera avvelenata». E’ vero che il primo ad avvelenarla è proprio lui, ma le intercettazioni effettuate dalla procura di Trani lo vedono come parte offesa.

Come scritto dal Corsera (che ha improvvisamente cambiato atteggiamento) quelle intercettazioni puzzano di linciaggio e di cattiva giustizia. Ma soprattutto puzzano di fuffa, cioè di un nulla messo in atto per colpire il presidente del Consiglio.

Perché? Partiamo dal merito. Stiamo parlando di un’inchiesta in cui sarebbero coinvolti Berlusconi, il commissario dell’Authority delle comunicazioni, Innocenzi, e il direttore del Tg1 Minzolini. Quest’ultimo, come si è appreso ieri, non sarebbe indagato, mentre su i primi due peserebbe l’accusa di concussione. Ma come si chiedeva ieri l’avvocato Pecorella, chi sarebbe il concusso? L’unica cosa che si sa infatti è che dalle intercettazioni emergono palesi pressioni fatte dal premier sul garante contro Annozero. Semplice sfogo o richiesta di far chiudere il programma di Annozero? Questo punto non è ancora chiaro.

Nel merito. L’inchiesta della procura di Trani appare alquanto confusa: partita per una truffa sulle carte di credito si sarebbe spostata sul rapporto tra presidenza del Consiglio e istituzioni pubbliche. A questo punto sulla stessa procura pesano almeno tre questioni: non sarebbe stata un’inchiesta di sua pertinenza, non avrebbe avuto ragione di fare le intercettazioni e ultimo: la fuga di notizie.

E questo l’aspetto meno edificante della vicenda. Come è noto, la fuga di notizie è stata possibile tramite il quotidiano il Fatto che ha sparato la notizia dell’inchiesta dalla sua prima pagina. Buon giornalismo? Se per buon giornalismo si intende praticare sistematicamente il linciaggio sì, se per buon giornalismo si intende la verifica delle fonti e delle notizie no.

Tutta questa vicenda ha un chiaro sapore politico. E non si tratta tanto di sottolineare come ci sia un partito dei giudici che vuol far fuori Berlusconi, ma di una sinistra che ancora una volta tenta di vincere l’avversario non con gli strumenti che dovrebbero essere propri, la battaglia sui contenuti, ma con un antiberlusconismo fine a se stesso.

FINI SUL LAVORO
LA FLESSIBILITÀ ITALIANA DANNEGGIA I LAVORATORI

Forlì, 12 marzo 2010 – Bisogna ammetterlo: Gianfranco Fini non ne sbaglia più una. Intervenuto ad un convegno a Meldola, provincia di Forlì, davanti ad un pubblico composto per lo più da ragazzi, il Presidente della camera se la prende con la flessibilità del lavoro.

«In passato – dice – abbiamo avuto un mercato troppo rigido del lavoro, grazie all’impegno di persone come Biagi e D’Antona finalmente abbiamo capito che così non andava». Però, riconosce che «sulla flessibilità siamo passati da un eccesso all’altro. Ora ti pago meno del tuo collega e non ti do i diritti. Flessibilità negli altri Paesi significa che ti pago un pochino di più perché non ti posso assumere».

Vi è da dire che pochi mesi fa, sullo stesso tema, Silvio Berlusconi fu ancora più radicale, facendo proprie le parole di Giulio Tremonti che così recitava: «Non credo – disse il ministro – che la mobilità sia di per sé un valore. Per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia. La stabilità del lavoro è alla base della stabilità sociale».

Fatto è che subito rimbeccato dalla presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia che giudicava: «La cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile che negli anni scorsi ha creato problemi», alle parole non seguì alcun fatto. Tanto meno l’accoglienza dell’invito del Segretario della Cgil che si era detto subito disponibile per sedersi intorno ad un tavolo di trattativa governo-sindacato.

O meglio: alle parole di auspicio, seguirono tutt’altri fatti. Come, ad esempio, quella ritoccatina all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che limita la possibilità di scelta del prestatore d’opera fra arbitrato e giustizia ordinaria in caso di controversia con il datore. Qualcosa cioè che, guarda caso, è stata accolta con estremo favore dalla Marcegaglia e dai confindustriali.

Si obietterà che anche quelle di Fini sono solo parole. Ed è vero. E non aggiungerò nessun “ma”. Mi limito a constatare una certa linea di tendenza che fino a pochi mesi fa mai mi sarei aspettato da lui. Magari è solo l’aria della provincia di Forlì che stavolta lo ha ispirato…

COMBATTENTE RSI FUCILATO SENZA PROCESSO
IL TRIBUNALE DELL’AIA RIAPRE IL CASO

Piacenza, 11 marzo 2010 – 66 anni fa, i partigiani gli fucilarono il padre, senza processo, senza prove a carico altra che quella di essere un combattente della Repubblica sociale italiana.  E adesso, lui, l’architetto piacentino Giuseppe Tiramani, ha fatto ricorso a Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte internazionale dell’Aia, chiedendo l’apertura di un’inchiesta.

Non cerca vendetta, ma verità e giustizia. È lui stesso a spiegarlo:

«Mio padre fu prelevato nei pressi di casa sua a Rustigazzo, nel luglio del ’44, da un gruppo partigiano della brigata Stella Rossa. Fu processato e condannato a morte senza un giudice, senza un comandante partigiano e senza una sentenza a verbale. Fu fucilato poche ore dopo nei pressi del Monte Moria. Mia madre lo trovò crivellato di colpi. Io non voglio vendette: ho già perdonato tutti coloro che uccisero mio padre, abitavano nel mio paese e li ho conosciuti personalmente dopo la guerra. Chiedo sia fatta giustizia per il suo caso e per tutti gli altri combattenti della Repubblica sociale uccisi in quegli anni nel piacentino».

Il padre di Giuseppe Tiramani, si chiamava Lodovico, era un milite scelto della Guardia nazionale repubblicana. Durante la guerra civile fu catturato una prima volta dai partigiani e poi messo in libertà in uno scambio di prigionieri. Libero, riprese il suo posto di combattimento, fu catturato nuovamente e, questa volta, fucilato. Quando fu assassinato, aveva 33 anni.

La domanda di apertura dell’inchiesta è stata accolta alla Corte dell’Aia che ha promesso un attento vaglio del caso.

Noi, da sempre convinti che il superamento dell’odio di parte che, ancora oggi,  viene seminato da predicatori irriducibili dell’antifascismo ad oltranza passi necessariamente attraverso verità e giustizia. E quanto proposto da Giuseppe Tiramani, ci sembra un capitolo importante di questo processo storico per troppi decenni eluso.

MUSSOLINI SUL GREMBIULE?
MEGLIO BERLUSCONI

Pola, 10 marzo 2010 – La notizia è questa: vendesi grembiule da cucina con l’immagine del Duce in un supermercato di Pola. Sullo sfondo, dietro al Mascellone di Predappio, la bandiera italiana e la scritta: «Benito Mussolini – Statista».

Grave… gravissimo…

Talmente grave, che un cliente del supermercato s’è incazzato e ha preteso la rimozione dell’articolo.

Giusto… giustissimo…

Che sulle parananze ci mettano il faccione di Berlusconi… A lui, sì, che si addice la statura dello statista ed il grembiule…

P.S. Ogni riferimento al grembiule massonico, accidentalmente indossato in passato dall’attuale Premier, è assolutamente non voluto.

I numeri arretrati di  sono QUI

.

LOGO

I LIBRI DE “IL FONDO”

Per ulteriori informazioni sui volumi cliccare sulle copertine

fondo

I libri de “Il Fondo”
possono  essere acquistati online
sul sito “ilmiolibro.it

libri_fondo magazine

nella finestra “cerca”
digitare il nome dell’autore o il titolo e seguire le istruzioni

_______________________________________

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks