Giovanni Di Martino. Il fascismo oggettivo

Davide D’Amario

La recensione che segue è stata pubblicata sul quotidiano Rinascita Nazionale, ed è qui ripresa per gentile disponibilità dell’Autore.

La redazione

“PERISCANO TUTTE LE FAZIONI. ANCHE LA NOSTRA…”

Davide D’Amario

Giovanni Di Martino non ha bisogno di particolari presentazioni su questo quotidiano, ha collaborato per anni a “Rinascita”, ora è uscito un saggio intitolato Il Fascismo Oggettivo per “I libri de Il Fondo” (VEDI QUI). Un saggio breve, ma denso di informazioni e quindi di valutazioni. La presentazione dell’autore e del libro è stata lasciata allo studioso/filosofo marxista Costanzo Preve, nelle pagine previane viene ribadito il già noto giudizio negativo sul fascismo, ma vanno lette come ogni suo scritto con interesse.

Per identificare bene la posizione critica del Di Martino sul fascismo, bisogna riflettere in quella frase posta all’inizio del libro di Benito Mussolini: «Periscano tutte le fazioni. Anche la nostra, purché si salvi l’Italia», il saggio del giovane scrittore torinese, credo giustamente si muova nel giudizio anche assai critico del fascismo e della vita politica del duce del fascismo anche su tale “frase”. Ha la forza e la decisione di affermare una verità troppe volte elusa, cioè, che «Le visioni negative e quelle positive del fascismo hanno una connotazione dogmatica e faziosa…» e quando adombra che oggi tale discussione è più retriva e violenta che negli anni Sessanta/Settanta ha ragione da vendere.

A prima vista la disamina di Di Martino lascia di sale per la schietta e severa trattazione degli episodi cardine del fascismo e del suo capo. Premetto che se bisogna collocarmi (e lo faccio senza problemi, aggiungendoci che vi mischio molto romanticismo e che da tempo so distinguere tra quello che è stato e quello che è …), mi schiero con «L’ultima interpretazione, quella che vede il fascismo come movimento di sinistra, è ultraminoritaria (così come lo è stata la sinistra fascista), e malgrado alcuni allontanamenti dalla casa madre, finisce sempre per riavvicinarsi: secondo questa tesi, il fascismo sarebbe stato la sola via  italiana al socialismo, così come emergerebbe dal programma di San Sepolcro e dall’epigono della RSI e il ventennio andrebbe criticato per i troppi rallentamenti che i compromessi (con la Chiesa, con la monarchia e con gli industriali) avrebbero procurato».

Nella dinamica del libro che invito ad acquistare vivamente, vi sono spunti veramente interessanti e ben  sviluppati, per certi versi ritengo questo breve saggio da divulgare soprattutto tra i giovani con sale in zucca, sia per prevenire castranti estremismi che per affermare conquiste reali dello stesso regime. Scritto in maniera egregia il capitolo (che credo Di Martino dovrebbe ulteriormente estendere) “Gli uomini e le donne alla corte del Duce” mettendo a paragone Giovanni Gentile, Arturo Rocco e Vittorio Cini figure eccezionali contro figure pessime come Galeazzo Ciano, Dino Alfieri e certi personaggi dei vertici militari (una pletora di incapaci e traditori). Un libro rapido che non si perde in inutili fronzoli e sentimentalismi. Lo spazio dato alla guerra e al 25 luglio dimostrano come sia netto il giudizio negativo sul regime fascista, e di riflesso porta all’analisi di come i bombardamenti criminali alleati portino il consenso popolare la fascismo a picco.

Spero, e lo dico da fratello di lotta che questo giovane uomo continui a scrivere e a ricercare, proprio perché non è storico di professione può cogliere sfumature della storia nascoste da incrostazioni e ideologismi esasperati.

Nella trattazione della figura di Benito Mussolini, sembra quasi che Di Martino tenti nella critica di riconoscergli una genuina essenza italiana, i buffetti che dà al viso del duce del fascismo son freddi e pacati, anche se severi nella forma. Ma meglio di altri ha saputo riconoscere in Mussolini l’uomo d’azione, il rivoluzionario genuino che della prassi ha fatto un arma. Ringrazio Di Martino per averci donato questo importante lavoro e a lui dedico questo:

«Noi non vogliamo né dobbiamo predicare il disprezzo dell’amore, né farne un articolo dello Statuto del Partito, ma avvezzar i giovani a considerarlo nelle sue forme superiori e nelle sue conseguenze generali, al lume non solo del “piacere” proprio, ma del  “dovere” verso i figli, verso la società, verso la specie. Allora vi saranno meno passioni pazzesche, meno delusioni, meno  pentimento, meno dolori, meno delitti» (“Uno”, di Benito Mussolini, da L’Avvenire del lavoratore, N. 14, 8 aprile 1909).

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