Fini o Berlusconi? Se proprio devo scegliere

Mario Grossi

Nel cinemino dell’oratorio, in pomeriggi estivi assolati, mi sono a lungo deliziato con le comiche. Prima dell’avvento del diluvio televisivo, era l’unico modo per gustarsi in santa pace quei filmini che oggi appaiono malinconici, ma che non invecchiano mai.

Tra i comici il mio preferito era . La sua maschera seria e immobile, quasi cadaverica, attraversava imperturbabile le situazioni più comiche senza incresparsi mai, aggiungendo ilarità alle già divertenti gag. Poi c’era Harold Lloyd con la sua dinamicità esasperata. Le malinconie romantiche di Charlot arrivarono dopo, con le prime consapevolezze adolescenziali.

Infine la strana coppia Stan Laurel e Oliver Hardy, noti come Stanlio e Ollio, che si offriva al pubblico con le sue contrapposizioni fisiche e caratteriali. Ollio era il grassone, bonario e iracondo, pronto sempre a soverchiare, con la sua straripante baldanza fisica e con la sua assertività, che si trasformava sovente in pavidità al di fuori dei rapporti di coppia, Stanlio, il suo secco, allampanato compare che, con fare querulo, riusciva tuttavia a tirar fuori quella sottile perfidia che gli permetteva di sopravvivere al compare ed al mondo esterno.

Quei filmini in bianco e nero fanno nostalgia ma non possono essere considerati superati, in quanto replicano uno schema umano che costantemente si ripresenta.

Fini e Berlusconi, in questi giorni mi hanno fatto pensare proprio a Stanlio e Ollio.

Magari a Stanlio e Ollio senza sorriso. A Stanlio e Ollio con la faccia imbronciata e infelice di Buster Keaton. Quello che manca sono le risara.

Fini e Berlusconi, proprio come la coppia di comici americani, sono in apparenza diversissimi ed hanno creato le loro reciproche fortune giocando su questa loro presunta diversità. Nella sostanza ultima sono identici. Proprio per questo potrebbero coesistere facilmente oppure, come sta accadendo, abbandonarsi ad una lite clamorosa.

Intanto sono diversissimi da un punto di vista fisico.

Fini è alto, segaligno, allampanato, un po’ flaccidino, se si prendono per buone le foto che lo ritraggono in costume da bagno. Ha i capelli, il volto segnato da rugosità che ne attestano la presunta sobria vetustà incipiente.

Berlusconi è basso, bassissimo, nonostante le doppie suole, i finti tacchi, le riprese televisive dal basso. È pingue, di una levigatezza innaturale, data l’età, ed indotta da presunti interventi di chirurgia estetica che ne vanno ritoccando il viso. È pelato, anche se adesso, dopo un trapianto, un’ombra di peluria gli vela il cranio, offrendo però una trasparenza sottile e grottesca.

Fini è descritto come un freddo ragionatore, sobrio nell’eloquio e con un aplomb che ora è diventato istituzionale, cioè è cresciuto in qualità, da quando si è messo a fare il Presidente della Camera. Ha un portamento altero e modi eleganti e distaccati che fanno il verso a una nobiltà più libresca che reale (nel senso della realtà, non della regalità).

Berlusconi ha uno stile tra il cumenda, il bauscia e il tamarro. Imprenditore cui manca l’afflato delle stanze ministeriali, aduso al fare, come dice lui, si mostra insofferente a ogni “laccio e lacciuolo”, a ogni confronto, a ogni voce dissenziente. Non ama i dibattiti, quelli televisivi li ha eliminati da tempo dalla sua agenda.

Sbracato negli atteggiamenti, volgare nella declamazione delle sue barzellette e nelle sue esternazioni, a detta dei suoi amici di sempre, è un compagnone.

Più diversi di così si muore.

Eppure a ben guardare le somiglianze ci sono. Ne citerò solo una che può essere presa come un sintomo. Entrambi, in campo amoroso, sono passati dalle brune alle bionde. Caso fortuito?

Secondo me l’esplicitazione della loro assoluta coincidenza.

Entrambi sono cavalieri della modernità. Entrambi hanno una propensione alla contemporaneità globalizzata, liquida, amorale dei nostri tempi. E più questi tempi si spingeranno oltre, più loro sapranno, come dei muscolosi surfisti, cavalcare l’onda. Insieme o separati fa lo stesso.

Per quanto riguarda Fini, da sempre ha incarnato la modernità liquida, rappresentata da un pensiero che non si è mai esplicitato in maniera forte, vigorosa. L’impressione è sempre stata quella di un leader politico che, di volta in volta, in forme strumentali, tende a riempire con un pensiero leggero, plastificato e per nulla originale, un contenitore, la sua persona fisica, che proprio in questo modo regge e prospera in un mondo flessibile che necessita di rapide sterzate e di una visione lieve, per evitare che un fardello di idee troppo strutturate si facciano pesanti ed impediscano il galleggiamento.

Un limpido esempio di liquidità che permette da un lato di prosperare nel mondo glob e dall’altro di perseguire i propri scopi personali, ammantando il tutto dei panni di una fulgida ricerca di significato che in realtà non c’è e non potrà esserci mai. Per trionfare nella modernità liquida non si deve lasciare spazio al senso ed alla profondità, proprio per il peso che hanno. Fini sposa appieno quello che diceva Andy Wharol: «Non guardate dentro le mie opere, la mia arte è pura esteriorità».

Per quanto riguarda Berlusconi, lui che da sempre, al di sopra di tutto, ha dimostrato di inseguire un sogno di successo, ampiamente realizzato, che ha come stella polare la ricerca del denaro come nuovo nume tutelare, come sostituto di ogni altra divinità pagana o di ogni altro dio.

Anche lui si è fatto liquido, separando quello che dice da quello che fa. Scaricando il peso delle sue azioni in una continua rincorsa verso l’ondeggiare ambiguo della modernità.

È l’uomo del fare e quindi solido per antonomasia, ma quando il fare si trasforma in ideologia anch’esso diventa strumentale ad un interesse di leggerezza utile per galleggiare nel mondo della liquidità.

Quando il fare vira al praticare, il gioco è fatto.

Quando la prassi prende il sopravvento e da mezzo diventa fine svela il suo recondito intendimento. Trasformare una via solida, fatta di concretezza agganciata a un mondo ideale e a una visione che impedisce scivolamenti, in un mero campare strumentale.

Il pragmatico liquida la solidità, rinunciando al peso di una visione superiore alla prassi. Prassi che si svuota, trasformandosi in azione meccanica se non è più informata da un’idea del mondo che la illumina, ma che inevitabilmente la vincola, la appesantisce, la rallenta, la rende problematica.

Così la prassi diventa strumento sovrano di svuotamento.

Fini, perseguendo il suo disegno politico utilizza la prassi, il quotidiano aggiustamento della rotta, per non avere vincoli e riferimenti pesanti che lo impedirebbero nel cammino.

Berlusconi, perseguendo il suo disegno di successo danaroso, utilizza la prassi per non avere vincoli e riferimenti pesanti che lo impedirebbero nel cammino.

Entrambi, con percorsi e storie diverse, convergono su un punto che è il loro scopo ultimo, sovrano, totalitario: il potere. Ottenuto attraverso il politico, oppure attraverso l’economico, ma che in fin dei conti, a parte lo strumento utilizzato, è esattamente identico nei due casi.

Se resteranno insieme vorrà dire che entrambi hanno giudicato “pragmaticamente” vantaggioso, per il loro disegno solipsista, rimanere insieme.

Se si divideranno vorrà dire che entrambi hanno giudicato “pragmaticamente” vantaggioso, per il loro disegno solipsista, dividersi.

Io, noto ai conoscenti per la mia propensione alla torre d’avorio (mi sono scelto tra i miei eroi Simeone lo Stilita che visse tutta la sua vita su una colonna nel deserto) osservo l’orizzonte da lontano.

Qualcuno obietta che la politica impone di infilare le mani nella merda e di cavarne il meno peggio, piuttosto che isterilirsi nella contemplazione di quello che dovrebbe essere.

Per dare dimostrazione di buona volontà e di capacità di immergere le mani nei liquami escrementizi esplicito la mia scelta di campo.

Tra i due attori senza sorriso di questa comica finale scelgo Fini, ma solo per un giorno, poi torno ai miei filmini in bianco e nero, perchè nel maneggiare certa roba ci si sporca di meno se è di meno.

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