Da Giovane Europa alla Nuova Destra

Massimiliano Griner

L’editoria italiana non sta facendo un bel servizio alla cultura. È ormai pronto da oltre un anno un interessante saggio sulla estrema destra giovanile tra la fine degli anni sessanta e i primi anni ottanta, e a quanto pare non c’è editore disposto a prendersene cura e portarlo ai lettori. Il saggio si intitola provvisoriamente Da Giovane Europa alla Nuova Destra, lo ha scritto un giovanissimo e bravo studioso palermitano, Giovanni Tarantino. Faremo bene a ricordare questo nome, perché negli anni che vengono Tarantino scriverà senz’altro altri libri importanti come questo.

Perché questo saggio finora negletto è così importante, e a quali domande risponde? È importante perché, per la prima volta, vediamo esaminare una certa destra giovanile tra la fine degli anni sessanta e la metà degli anni ottanta, focalizzando l’attenzione non sui pochi e irrilevanti esponenti dell’eversione e del terrorismo – come è stato fatto fino a oggi –, ma piuttosto su personaggi, gruppi e tendenze che portarono la destra, tutta la destra, a cambiamenti profondi e radicali, attraverso una coraggiosa messa in discussione del passato e l’interesse per temi nuovi e contemporanei.

Tarantino concentra la sua attenzione su quell’ambiente a latere del MSI – dire a destra del partito sarebbe profondamente inesatto – che, nel bel mezzo degli anni di piombo, comincia a occuparsi di ecologia, ambientalismo, qualità della vita e diritti civili.  Il primo passaggio, obbligato, fu uscire dal tunnel del fascismo e del neofascismo. Un’eredità pesante, scomoda, un’eredità fatta di scelte e di valori lontani, sbagliati e oltretutto perdenti. Un’eredità che aveva marginalizzato la destra tutta, relegandola in una sorta di ghetto. Il fascismo era stato portatore di un feroce nazionalismo e di aggressive inclinazioni patriottarde? La nuova destra intendeva sostituire al culto della nazione l’apertura per un’ideale più ampio di patria, quella comune europea. Era questo almeno l’ideale professato da Jean Thiriart, il fondatore di Jeune Europe, che arrivava in Italia attraverso la sua esperienza gemella, Giovane Europa.

Una visione che aveva portato il movimento a condannare con fermezza l’aggressione americana del Vietnam, a guardare con simpatia ai movimenti rivoluzionari sudamericani e a respingere il colpo di stato dei colonnelli in Grecia, e questo in un quadro di generale biasimo nei confronti di regimi militari come il Franchismo in Spagna o il salazarismo in Portogallo. Posizioni decisamente eterodosse rispetto a quelle di altre formazioni di estrema destra, come Avanguardia Nazionale, che trovavano piuttosto un riferimento in quei rozzi regimi autoritari.

Era una destra nascente, dinamica, fresca, ansiosa di allargare i propri orizzonti culturali. Che non si soffermava più solo e soltanto sui classici della destra tradizionalista come Julius Evola o Rene  Guénon, ma si appassionava a Pareto, a Gramsci, persino a Giuseppe Mazzini, fondatore nella sua epoca di un’altra Giovine Italia e di un’altra Giovine Europa. D’altronde Thiriart stesso faceva riferimento all’esempio del Risorgimento italiano come modello per una possibile riscossa europea. Una destra che si identificava negli eroi di Tolkien, e soprattutto nel ritratto di una giovinezza assolutamente felice e indipendente come la troviamo nei primi capitoli de Il Signore degli Anelli. Il fatto che Tolkien, almeno oltreoceano, fosse amatissimo dai beatnik, non era più un problema. D’altronde il loro testo di culto era On the Road di Jack Kerouac, altro testo amatissimo dai ragazzi della nuova destra. Non a torto ritenevano che uno dei principali meriti dei beatnik fosse «il coraggio di respingere l’imposizione delle libertà sottoscritte e proclamate a Yalta». Per questo la Giovane Italia organizzò a Roma nella primavera del ’68 proprio un dibattito sulla beat generation.

Così, quando nel ‘66 Firenze è devastata dall’alluvione, nel capoluogo toscano arrivano per dare concreta solidarietà non solo  beat, goliardi e capelloni, cattolici del dissenso e laici libertari, iscritti al Pci, ma anche esponenti delle organizzazione della destra giovanile e universitaria, mossi da valori in fondo non diversi.

E quando, soltanto due anni dopo, esplode a Roma la contestazione studentesca, e quasi tutte le organizzazioni giovanili neofasciste sono prese in contropiede, a rispondere in senso positivo è di nuovo  Giovane Europa, che nella rivolta giovanile intuisce un momento di spontaneismo politico in cui inserirsi per portare finalmente nelle masse il mito rivoluzionario dell’Europa-Nazione. Un tradimento dei valori atlantisti professati dal MSI? Ma, ricorda Tarantino, non era stato Filippo Anfuso, figura non di secondo piano né del regime mussoliniano, né del partito di Michelini, a dire: «Fate si che non si parli più di atlantismo in seno ad un partito che è vittima dell’atlantismo e dell’antiatlantismo»?

La storia racconta che il felice contagio venne stroncato sul nascere dalla miopia della classe dirigente del Msi, il partito della destra parlamentare che dopo quindici giorni di occupazioni condivise richiama i suoi giovani all’ordine al grido di “liberare dai rossi l’Università”.

Ciò nonostante, il percorso politico e culturale di questa destra frizzante e vitale è interrotto, ma non spezzato. Riprende a muoversi nella prima metà degli anni ’70. Marginalizzata e ghettizzata nel suo insieme, la destra giovanile sa trovare sbocchi inaspettati attraverso le radio libere e l’esperienza di un periodico libero e sfacciato come “La voce della Fogna”.

Fenomeno pressoché sconosciuto, quello delle radio libere di destra è tutt’altro che marginale. Le radio “di destra” alla fine degli anni ’70 sono più di novanta. E, di fatto, contribuirono in maniera essenziale alla trasformazione antropologica del “ghetto” che fino ad allora era stata la destra italiana. Racconta Umberto Croppi, uno dei protagonisti di quella stagione: «Costava quasi niente tirar su un’antenna, l’etere era ancora un deserto, bastava trovarsi una posizione elevata. A Roma, un po’ defilata, cominciò Radio Gamma, al Salario, poi Radio Contro, la radio di Romolo Sabatini, infine Radio Alternativa, con la sua vera e propria epopea. Napoli non fu da meno, tre emittenti anche lì: Radio Sud, Controradio, Radio Odissea. Nella Milano accerchiata, Radio University, la più istituzionale delle radio missine. Poi Radio Conero di Carlo Ciccioli, ad Ancona, forse la più strutturata, la più professionale. E quelle più militanti, già nel nome, Radio Mantakas a Osimo, sempre nelle Marche. E le decine di radio di paese…».

“La voce della Fogna” comincia invece la sua esperienza nel luglio 1974 – ci racconta Tarantino attraverso le testimonianze dei protagonisti di allora –, quando coloro che furono i principali animatori della rivista, all’epoca giovani militanti anti-conformisti del Msi di Firenze, tra cui Marco Tarchi, si recano a Parigi e «in una soffitta arrostita dal sole»  partoriscono l’idea di una rivista dal tono giovanilistico che verrà mandata alle stampe presso una tipografia fiorentina solo cinque mesi dopo.

In un editoriale scrivevano: «Dove sono finiti i rivoluzionari, coloro che combatterono questa società con tutte le sue strutture? Nelle piazze ad applaudire i comizi antifascisti del sistema, insieme ai giovani democristiani, repubblicani, socialisti, socialdemocratici e liberali? Servi del sistema, al servizio della mafia politica imperante da anni di immobilismo pseudorivoluzionario ai danni di tutti coloro che speravano di cambiare qualcosa e che in realtà non hanno cambiato niente» .

Singolarissima fu poi l’esperienza dei campi Hobbit, vera e propria risposta della destra giovanile ai raduni oceanici organizzati dalla nuova sinistra, il più noto dei quali fu Parco Lambro. Il più riuscito, a detta di tutti, fu il terzo, dell’estate del 1980, in Abruzzo. Tarantino cede ancora la parola a Croppi, che dei campi Hobbit fu ideatore insieme a Marco Tarchi: «Quell’incontro rappresentò una specie di miracolo politico e organizzativo, fu il segno di una maturazione collettiva e della efficacia di una comunicazione interna che metteva migliaia di persone in grado di pensare simultaneamente. […] Io arrivai a Castel Camponeschi quindici giorni prima accompagnato da Egidio De Mattia  che mi scaricò sul prato con la mia tenda ed un mucchio di cianfrusaglie. Avevo in tasca 15 mila lire […] già dal secondo giorno iniziarono ad arrivare volontari da tutta Italia ad accrescere le fila dei lavoratori, arrivarono gli specialisti, l’elettricista, il radioamatore, il carpentiere, l’idraulico, ed arrivarono i soldi, centinaia di piccoli contributi portati a mano o inviati per vaglia».

Nel giro di quindici giorni il primo gruppo di persone giunte a Castel Camponeschi riesce a ripulire il paese, a chiudere le case pericolanti, a ridare una toponomastica alle strade, a predisporre varie aree per il campeggio, portare l’acqua e l’energia elettrica, montare il palco e creare un impianto di illuminazione pubblica. E, tra le altre cose, vengono realizzati anche dei murales tra cui uno, molto grande, contro l’energia nucleare.

Sì, perché la Nuova Destra è tra l’altro su posizioni contrarie al nucleare, tema in quegli anni, come oggi, scottante. Pochi ricordano che alla manifestazione che segna la nascita del movimento antinuclearista a Montalto di Castro, dove secondo il piano nucleare nazionale (approvato in parlamento con l’astensione del Psi e col voto favorevole del Pci) avrebbe dovuto nascere una delle quattro centrali atomiche italiane, c’erano i Gruppi di Ricerca Ecologica fondati e guidati da un esponente della nuova destra, Alessandro Di Pietro. Posizione che verrà poi ripetutamente sconfessata dal Msi i cui vertici, in particolare l’ala romualdiana, sono decisamente nuclearisti .

«Erano tutte avventure – racconta Tarchi a Tarantino – che testimoniavano un’apertura gergale e comportamentale senza riserve alla generazione cui appartenevamo e con la quale, sia pure da posizioni di consapevole minoranza, volevamo a tutti i costi dialogare. La sensazione di essere figli del nostro tempo non meno che di un’ideologia o di una visione del mondo ce la siamo, del resto, portati appresso troppo a lungo» .

Le aperture della nuova destra non furono senza conseguenze per i loro protagonisti – Tarchi ad esempio fu espulso dal MSI – ma non rimasero inascoltate. La capacità di rompere con il passato, di cercare nuove strade politiche, favorì l’incontro con esponenti più aperti della controparte, e felici contaminazioni. Da quella stagione nasceranno rapporti complessi ma fruttuosi, interlocuzioni, vere e proprie amicizie personali con Alex Langer, Giorgio Galli, Adriano Sofri, Geminello Alvi, Giampiero Mughini, Massimo Fini. E con diversi ambienti estranei alla destra: con Comunione e Liberazione, con i radicali, con figure dell’area socialista, con intellettuali irregolari e libertari, con cattolici.

Insomma, il saggio di Tarantino arriva a una conclusione molto chiara. Se nella destra italiana di oggi esiste una sensibilità  “nuova”, «non gerarchica, non totalitaria, non conservatrice, non anti-moderna, non patriottarda e non razzista», una sensibilità libertaria e radicata nella grande cultura del Novecento, garantista e post-liberale, euro-mediterranea e contraria allo “scontro di civiltà”; se esiste c’è una destra pacifica e solidarista, modernizzatrice e riformista, è grazie all’esperienza politica della destra giovanile nata da Giovane Europa e dalla stagione della Nuova Destra.

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