Ancora su Canale Mussolini. L’epopea…

Giovanni Di Martino

«Lei pensi che è stato pure lui a inventarsi il pentitismo e battè la camorra arruolando i camorristi, ha inventato tutto lui e fosse stato per lui avrebbe inventato anche il centrosinistra. Più di cent’anni fa. Sono stati i riformisti che non hanno voluto e così lui si è inventato la Democrazia cristiana.»

Come chiamare uno che in cinque righe riesce a sintetizzare la biografia politica di Giolitti? Si dirà che le cose sono sicuramente più complesse ed articolate? Nemmeno per sogno. Giolitti era proprio quello che Antonio Pennacchi ha incidentalmente descritto nelle prime pagine di Canale Mussolini, né più, né meno. Ha fatto proprio centro, di Giolitti me ne intendo e posso giurare che le cose sono andate proprio così.

Quando facevo l’ultimo anno di liceo avevo un professore di italiano atipico, molto colto, ma avulso dai programmi e dai metodi didattici. Era ultrastalinista, e pertanto magnificava la critica alla letteratura latina di Concetto Marchesi e la critica al Leopardi di Cesare Luporini (dalla quale tentava di dedurre che Leopardi era marxista). Figurarsi che definiva Checov un “autore sovietico“. Comunque, all’inizio dell’ultimo anno questo professore ha passato un mese e mezzo a spiegarci Giolitti nelle ore di Dante. Forse riteneva il Paradiso troppo palloso (anche Pennacchi, in fin dei conti, lo ha definito “sovrastrutturato” ne Il fasciocomunista), ma lì per lì non abbiamo dato troppo peso alla cosa. Passano nove mesi, e il giorno prima del tema di maturità mi sono reso conto di non essere minimamente in grado di affrontare una traccia di letteratura e ho ben pensato che avrei fatto quella storica. Ma siccome mancavano meno di ventiquattr’ore all’apertura delle buste e il programma non lo potevo ripassare tutto (e soprattutto c’erano i mondiali di calcio in Francia da vedere in televisione), ho pensato: ripasso un solo argomento andando a fondo, e vaffanculo. Apro il libro e trovo Giolitti. Avanti con Giolitti. E il giorno dopo, all’apertura delle buste ministeriali, non ti va a capitare un bel tema storico su Giolitti? In quel caso il suddetto culo mi ha assistito (ma il massimo lo ha dato pochi giorni dopo, quando all’orale mi hanno chiesto il fascismo), e giù fiumi di inchiostro su Giolitti, spiegando tutto nei dettagli, anche la conversione della rendita, che si rivelò un azzardo riuscito.

Questo per dire che quando scrivo che Pennacchi non solo ha compreso Giolitti, ma è riuscito a sintetizzarlo mirabilmente, c’è da fidarsi che non mi sono lasciato scappare troppi complimenti. Altro che Premio Strega, questa è roba da Premio Nobel per la capacità di sintesi storico – politica. Non esiste quella categoria? Hanno solo da crearla e al più presto, magari abolendo qualche categoria che non serve a niente, tipo il Premio Nobel per la pace, che ogni volta che lo assegnano a qualcuno spunta fuori (doverosamente) la lista dei massacri da imputarsi al neo premiato (prevalentemente afghani, da Gorbaciov a Mister Obama). Ed è sempre una lista lunghissima, tipo quella delle scopate di Don Giovanni srotolata da Leporello.

Ma a Pennacchi dopo il Nobel per la capacità di sintesi storico – politica, gli va anche dato quello per la letteratura, che poi è il suo campo. Il veneto – pontino dei suoi personaggi è più comprensibile del lombardo astruso di Dario Fo, e al contempo stufa meno del molisano di Gadda.

Canale Mussolini è il canto di un’epopea nella quale non ci sono comparse, ma solo protagonisti. A mio sommesso avviso è molto più epico che storico, o, meglio, entrambe le cose insieme, mytos e logos. Come Pennacchi stesso spiega nell’introduzione, è ciò che lui era destinato a scrivere e tutto il resto (i primi romanzi, i racconti, il romanzo autobiografico e le due edizioni del libro sulle città di fondazione) è stato in qualche modo propedeutico a questo romanzo (aspetto, quest’ultimo, che chi ha letto tutto il resto penso abbia colto prima ancora di aprirlo).

Pennacchi ha studiato la storia dei coloni pontini, le dinamiche che li hanno portati ed essere coloni pontini, le ragioni per le quali proprio loro sono stati i coloni pontini, le differenze con gli altri coloni e più in generale con tutti gli altri migranti, narrando il proprio contatto trascendentale con le radici. Altro che coloni pontini considerati come “i senzastoria”: ora la storia ce l’hanno e glie l’ha data Pennacchi. Gli ha dato prima la storia, poi la storiografia, e con questo c’hanno pure loro un’Eneide. Ce l’avessimo a Torino uno scrittore non noioso (ho detto non noioso, quindi è inutile che vi sforziate a dire: ma c’avete questo, c’avete quell’altro…) a rinfrescarci le idee sulla nostra storia, che poi non è neanche da scrivere ex novo, perché in oltre due millenni hai voglia a rinverdire mytos e logos. E invece nessuno sa più niente di niente (il “più” è un piemontesismo volutamente inserito): niente più Juvarra, Pietro Micca, Gramsci, Erasmo, neanche più lo stadio! Chissà Nietzsche che crisi avrebbe nella Torino di oggi, altro che abbracciare il cavallo! E le celebrazioni per i 150 anni di Italia unita non invertiranno certo la tendenza: saranno l’ennesima occasione per distribuire un po’ di appalti e niente più. È come se da noi il tappo che chiude tutto (la palla di piazza del Popolo a Littoria/Latina) l’avessero già tolta da almeno venti anni, ma devo ancora capire dove e come sia avvenuto. Magari rimettendolo l’incantesimo finirà.

Sono d’accordo anche con chi parla di neoverismo e mi spingerei anche più in là: il Pennacchi scrittore e il suo neoverismo vanno inscritti in un più ampio, ma ancora troppo piccolo, tentativo di resuscitare la letteratura italiana. Non ho letto la recensione citata nell’intervista di Miro Renzaglia all’autore (Il Fondo, inserto, giovedì 8 aprile 2010, LEGGI QUA), ma se Franco Cordelli ha parlato di “digressioni tecniche” come di un limite ha sbagliato veramente tanto. Primo perché quelle che lui chiama “digressioni tecniche”, sono impostate in modo tale da rendere la struttura del romanzo estremamente equilibrata. E secondo perché sono interessanti…io la frase su Giolitti l’ho riletta dieci volte prima di andare avanti. Le digressioni tecniche fanno sì che quando Pennacchi scrive sulla bonifica dell’Agro Pontino, ci metta i cavalli al posto delle astronavi: sono lo sfondo storico (e non solo) del romanzo epico. E sono, permettetemi, uno dei pezzi forti, visto che non c’è mezza cosa al posto sbagliato. Sono la differenza tra Canale Mussolini e le miniserie della RAI degli ultimi venti anni (nelle quali manca poco che la milizia abbia le Nike al posto degli stivali, e dove si sente sempre dire la frase “arrivano i nazisti“, quando settant’anni fa nessuno chiamava in questo modo i tedeschi – dettaglio per il quale basterebbe aver parlato con i propri nonni).

Ora, siccome la letteratura non è il mio campo, non sono in grado di scrivere una recensione organica che risponda, anche poco, ad una impostazione critica. Fosse un film potrei – come si suole dire – salire in cattedra, ma su un romanzo non ci provo nemmeno. E mi limito a ammucchiare in modo disordinato alcune brevi considerazioni. E con tre di esse concludo.

Primo. Quella dei padri che chiamano i figli “Firmato” perché credono che sia il nome di Armando Diaz è stupenda. Con il narratore che si appresta a chiarire con autocompiacimento che i Peruzzi, almeno quella, se l’erano risparmiata. Non la conoscevo, o meglio conoscevo molti aneddoti simili (da Tomo Secondo fino a Condoleeza Rice), ma quella del “Firmato” le batte proprio tutte.

Secondo. Pennacchi ha ragione da vendere quando fa la “digressione” sulle strade. Sarà un discorso che mi farà passare per un vecchietto che vota la Lega Nord, ma il problema c’è e me lo sono sempre posto anche io. Come è che i Romani erano in grado di fare una strada, mentre oggi nessuno più ci riesce e con due gocce di pioggia si allaga tutto (anche da noi a Torino, dove i quattro fiumi ce li siamo trovati belli e pronti, e anzi proprio per questo ci abbiamo fatto attorno la città)?

Infine Mussolini. Mussolini personaggio di un romanzo (come anche il Rossoni, il cui destino sembra quello di essere salvato dai Peruzzi). Non è la prima volta che Pennacchi lo rende un personaggio della sua letteratura, con il coraggio che purtroppo è sempre mancato al cinema (e le occasioni non sono mancate). Il Mussolini di Pennacchi non è una trasposizione letteraria un po’ vicina e un po’ lontana dall’originale. È invece qualche cosa di estremamente vicino all’originale che denota che l’autore/creatore ne ha sì studiato la storia (De Felice eccetera), ma ne ha anche compreso la psicologia. Il Mussolini di Pennacchi è umanissimo, e questa è la sua forza: ce lo racconta come nessuno ha mai fatto. Convinto di saper fare tutto, da quello che realmente sa fare, fino a quello che proprio non gli riesce. Dal riparare l’erpice e dare la terra ai contadini, fino a fare il condottiero delle legioni del suo nuovo malconcio impero. E sempre sensibile alle bellezze femminili, ma mai molesto. Se no era Vittorio Enanuele II. O Bill Clinton.

Firmato: Di Martino.

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