Addio a Raimondo Vianello. Uno dei nostri

Luciano Lanna

Ieri appena è arrivata la notizia della scomparsa di Raimondo Vianello l’evento ha subito assunto una valenza pubblica. Luca Barbareschi, che non ha parlato da deputato ma da collega dello spettacolo, ha voluto chiedere all’assemblea di Montecitorio di rivolgere un saluto al popolare attore e conduttore televisivo. E spontaneamente dai banchi dell’emiciclo è esploso un applauso collettivo. Barbareschi ha ricordato che Vianello ha rappresentato «un pezzo della storia di questo paese, un grande attore, un uomo che ci ha accompagnato dalla nascita della televisione ad oggi con grande eleganza, con grande intelligenza, esprimendo insieme a Tognazzi il tipo di spettacolo che ha fatto dell’Italia un paese più raffinato e che forse dovrebbe oggi riprendere come modello».

Effettivamente è stato così e il radicamento di Raimondo nell’immaginario nazionalpopolare italiano del secondo Novecento è tale che se qualche anno fa noi ci spingemmo alla proposta di nominarlo senatore a vita, Pietrangelo Buttafuoco arrivò anche a parlarne come di un possibile candidato ideale alla presidenza della Repubblica.

Fatto sta che la vita di Raimondo, nato a Roma nel 1922 pochi mesi prima della marcia su Roma, ha attraversato e s’è contaminata con le passioni, le tragedie e i percorsi di pacificazione del cosiddetto secolo breve. Vianello trascorse la giovinezza a Spalato, dove il padre Guido, ammiraglio della Marina militare, era al comando della famosa accademia navale già austro-ungarica e in Dalmazia, a Spalato.

Successivamente si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, dove ottiene la laurea senza però mai esercitare alcuna professione forense. A seguito della sua adesione alla Repubblica sociale come bersagliere, nel 1945 venne detenuto dagli alleati nel campo di concentramento di Coltano assieme ad altri personaggi famosi: il poeta americano Ezra Pound, gli attori Walter Chiari, Enrico Maria Salerno, l’olimpionico di marcia Giuseppe Dordoni, il giornalista Enrico Ameri, il politico Mirko Tremaglia. «Era un campo di prigionia – ha ricordato ieri Tremaglia – molto vasto, con migliaia di persone. Io ero nel blocco numero cinque e non ho potuto incontrare Vianello. Ma l’ho conosciuto in seguito e come tanti altri, ho avuto modo di apprezzare la correttezza, l’equilibrio e la professionalità».

Lo stesso Raimondo ha avuto modo di spiegare la sua adesione alla Rsi – così come, per fare solo altri due nomi, Giorgio Albertazzi e Carlo Mazzantini – alla luce di una spinta esistenziale di stampo libertario, «per ribellione – disse – verso i Savoia dopo quello che era successo l’8 settembre, per ribellione verso il colonnello comandante che il 12 settembre, con un piede già sulla macchina carica di roba, mi chiamò per dirmi a bassa voce: “Vianello, si salvi chi può!”».

Poco dopo la fine della guerra, insieme al fratello Roberto, fu atleta e dirigente del Centro Nazionale Sportivo Fiamma. Di questo – e di frequentazioni sue e di suo fratello con ragazzi reduci come lui dalla Rsi – ha recentemente scritto Luigi Battioni nel bel libro Memorie senza tempo. Quando fondammo il Msi (edizioni Fergen). Negli stessi anni Raimondo partecipa alla rivista Cantachiaro N° 2 di Garinei e Giovannini, in cui ebbe grande successo. Negli anni Cinquanta dopo il teatro di rivista, passò al cinema, come caratterista, e al teatro. Il grande successo giunse in televisione, assieme a Ugo Tognazzi nello storico programma Un due tre, dove oltre all’ umorismo leggero nella storia di Vianello esordiva anche la satira.

Tra i celebri duetti con Tognazzi ci fu infatti quello che determinò l’interruzione prematura della fortunata trasmissione. Era il 25 giugno del ’59 quando il duo decise di reinterpretare un incidente occorso la sera prima al palco d’onore del Teatro alla Scala: il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, a causa della disattenzione di un collaboratore che non gli aveva avvicinato la sedia, cadde a terra sedendosi a fianco del presidente De Gaulle, in visita in Italia. Il fatto, taciuto dai principali organi di informazione, fu interpretato dalla coppia: Vianello tolse la sedia da dietro a Tognazzi che stava per sedersi, e gli disse: «Ma chi ti credi di essere?». Nonostante le risate del pubblico, la Rai non gradì la scenetta. E scattò la censura della Rai democristiana, la stessa che anni dopo colpirà anche Totò e Tortora.

Nel 1962 sposa Sandra Mondaini, conosciuta nel 1958, con la quale dà vita a una delle coppie “inossidabili” della commedia italiana. Con sua moglie lavorerò in coppia per quasi cinquant’anni. Negli anni Settanta parteciperanno insieme a diversi varietà trasmessi dalla Rai, come Sai che ti dico?, Tante scuse, Di nuovo tante scuse per poi proseguire fino all’inizio degli anni Ottanta con il quiz Sette e mezzo e Stasera niente di nuovo, prima di passare alle reti Fininvest e poi Mediaset con la moglie. Da attore ha interpretato ben ottanta film diretto da registi come Steno, Marcello Marchesi, Mario Mattoli, Luciano Salce, Ugo Tognazzi, Sergio Corbucci, Castellano & Pipolo. Indimenticabile la sua interpretazione in Pugni, pupe e marinai di Daniele D’Anza del 1961.

Negli ultimi vent’anni Raimondo è stato un volto più che familiare sulle reti Mediaset dove, sempre in coppia con la moglie Sandra, ha condotto i varietà Attenti a noi due, Attenti a noi due 2 e Sandra e Raimondo Show, sino alla lunga sit-com Casa Vianello. E nel 1994, durante la trasmissione Pressing Vianello mise in scena un dialogo con Antonella Elia in cui dichiarò l’intenzione di votare per l’allora nato Polo della libertà.

Il 7 maggio prossimo avrebbe compiuto 88 anni. Dal 4 aprile scorso era ricoverato all’ospedale San Raffaele a Milano. Sabato mattina, alle 11, i suoi funerali nella parrocchia Dio Padre a Milano 2.

Ciao, Raimondo!

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