Memorie e oblio

Simone Migliorato

Ci può essere una memoria condivisa in Italia? No. E non per motivazioni esclusiviste del tipo “Non si possono ricordare i morti di questo e quello”. Questo è assurdo. In Italia non ci può essere una memoria condivisa per vari motivi.

Innanzitutto: chi l’ha chiede, chi la vuole? I nostri politici? Beh, già questo basterebbe a ridimensionare questa richiesta. Perché loro sono gli stessi che hanno banalizzato al limite dell’assurdo il ricordo e sopratutto ne hanno fatto uno scambio elettorale.

“Io ricordo tutto”, “Ho perso la memoria”, questi sono i manifesti e le scritte che appaiono ogni anno nei mesi dediti ai vari ricordi. Il ricordo. E’ come svegliarti la mattina e dover ricordare cose che non vuoi. Non perché non siano importanti o non siano privi di valore, ma perché inutili e svuotate di empatie come lo sono le nostre “giornate” fatte ad hoc. Quando visitai i campi di sterminio in Polonia insieme a coloro che ne erano sopravvissuti mi resi conto di quanto era diverso quel ricordo da quello a cui avevo assistito negli anni precedenti. Era vero, era vivo, era reale. Potevo sentirlo. Da quel giorno ho smesso di pensare ed ascoltare idiozie del tipo “in realtà non furono uccisi 6 milioni di ebrei, ma…”. Cambia qualcosa se sono un milione, due milioni o cento mila? Non cambia assolutamente niente. Ma appunto, quando il ricordo è banale, quando il ricordo è usato come vetrina politica per tutta la classe dirigente di questo paese, allora anche le risposte sono di una banalità assurda. La cosa che mi colpì di quel viaggio in Polonia fu la testimonianza di due donne che dicevano che la cosa più inumana che avevano vissuto era che quando erano nude nel campo nessuno le guardava come delle donne nude. Senza nessun desiderio erotico, non erano esseri umani. Questo mi bastava.

E lo stesso vale per la giornata in ricordo delle Foibe . L’argomento politico di questo mese. Si può fare della morte di migliaia di persone un argomento politico? Si può fare politica sulla morte? Non lo so, ma ho sempre considerato non normale una civiltà che si batte per dimostrare quale morte sia più degna di essere ricordata. E’ una società malata di gente che scava nei cimiteri. Che cerca di dare giustificazioni, che cerca di spostare l’ago della bilancia sull’antifascismo o l’anticomunismo che più gli aggrada. Come appunto sei cambiasse qualcosa.

Il problema essenziale è che le basi di questi ricordi sono basi assurde. Dovremmo ricordare per ricostruire insieme un Italia migliore? Questo ho letto la scorsa settimana su un quotidiano. Dovremmo ricordare per rendere onore a tutte le parti in gioco? Così, perché oggi si fa così? No, non credo proprio. La cosa di fondo che non viene mai ricordata è che la causa di tutti i nostri tragici ricordi è una sola: la guerra. La guerra, la più grossa merda della storia dell’umanità. E’ grazie alla guerra, grazie a questo considerare di meno valore la vita di un altro essere umano, di un altro popolo, che nella storia siamo costretti a ricordare. La guerra è una cagna bastarda. La guerra è Auschwitz, è Hiroshima, sono le Foibe e tutta l’innumerevole sfilza di genocidi che conosciamo. Ma questa cosa noi esseri umani ancora non l’abbiamo capita, perché per l’appunto continuiamo a farci la guerra perfino su quante bare bisogna contare e perché. E’ una cosa davvero vomitevole.

«Gorizia tu sia maledetta» recitava un famoso canto anarchico. Lo faceva urlando contro una strage di esseri umani, costretti a uccidersi per una bandiera e per meritarsi il merito di essere caduti sul campo dell’onore. Ma Gorizia è stata e sarà ovunque ci sarà guerra, ci sarà morte e violenza. Ovunque non verrà riconosciuta la sacralità della vita di ogni essere umano.

A questo punto urlerei di abolire le giornate del ricordo. Tutte. Così nessuno si laverebbe la coscienza per due giorni o un mese l’anno. Perché così saremmo costretti ogni giorno a pensare che qui e ora, in questa città, in questo paese e in questo mondo c’è una Gorizia da maledire. Da maledire senza se e senza ma. Non sarà vir è vero, ma è veramente umano. Troppo, per fortuna.

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