L’ uomo che verrà. Una storia semplice

Raffaele Morani

httpv://www.youtube.com/watch?v=dOhGRb_YNMk
Giorgio Diritti, L’uomo che verrà, trailer, 2010

In mezzo a tanti successi di pubblico ma non di critica, tra una vacanza natalizia o estiva e trionfi di effetti speciali che finiscono per far dimenticare agli spettatori tutto il resto, catturando l’attenzione di media e pubblico, ci può essere ancora in Italia spazio per un cinema di qualità? Per un film che una volta si sarebbe detto d’autore, senza effetti speciali ma che si appoggia solo sulle spalle di protagonisti bravissimi, su una storia ben scritta e ben recitata, in dialetto e con sottotitoli in italiano?

Il caso di L’uomo che verrà di Giorgio Diritti sembrerebbe dimostrare che è possibile, si tratti o meno di un’eccezione. Una storia semplice, ambientata nell’appenino bolognese durante la seconda guerra mondiale, poco prima della strage di Marzabotto,  fa venire in mente L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, la storia infatti è corale sebbene vista attraverso gli occhi di una bambina (la bravissima Greta Zuccheri Montanari) che ha smesso di parlare in seguito ad un trauma familiare (la morte del fratellino), che aspetta la nascita di un nuovo fratellino (l’uomo che verrà appunto), mentre attorno a lei e ai suoi familiari scorrono le vicende dei vicini, degli sfollati, dei primi partigiani, dei soldati tedeschi.

I protagonisti, tutti bravissimi (su tutti Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Claudio Casadio), sono contadini che parlano nel dialetto dell’appenino bolognese e sono ritratti nella loro essenziale quotidianità, con molta cura ai particolari (pensiamo ad alcune scene di vita reale come le donne che fanno il bucato, il lavoro collettivo nei campi, la famiglia che nella stalla si riunisce per intrecciare ceste,  l’uccisione del maiale, la prima comunione dei bambini del paese, ecc.). Gli abitanti della zona cercano di sopravvivere ad eventi più grandi loro (la guerra sempre meno lontana) fino all’irrompere sulla scena della rappresaglia nazista, coi massacri perpetrati da ragazzi in divisa che parlano una lingua diversa e che fino a poco prima avevamo visto aggirarsi un po’ spaesati tra di loro  pronti a giocare coi bambini o comprare uova o altro dai civili che poi stermineranno senza pietà. La banalità del male è così ritratta con grande efficacia. Nei titoli di coda si dichiara che i personaggi e le vicende del film sono frutto di finzione, mentre lo sfondo storico (la strage di Marzabotto) è reale e alcuni personaggi del film sono realmente esistiti.

Il film, girato tra le province di Siena e Bologna, con il supporto di Rai Cinema e del Ministero per i beni e le attività culturali, è stato presentato in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma 2009, dove ha vinto il Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film e il Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento, è uscito nelle sale da pochi mesi e sta riscuotendo un buon successo di pubblico, nonostante non sia molto pubblicizzato e non sia una storia proprio facile o un tema alla moda.

Questo piccolo grande film è diretto (ma anche scritto e montato) da Giorgio Diritti, che con L’uomo che verrà decide di affrontare il tema della memoria e delle radici, dopo aver toccato il tema dell’incomunicabilità tra culture e lingue diverse col suo film precedente Il vento fa il suo giro (recitato fra l’altro in dialetto occitano). Temi non proprio facili, ma narrati con un tocco delicato, una poesia per immagini, da un autore coraggioso nato cinquant’anni fa a Bologna da genitori profughi istriani. Un raro esempio di come i fondi pubblici nel cinema possano talvolta essere utilizzati realmente per aiutare una storia semplice, ma significativa, ad avere un piccolo spazio e  sopravvivere in uno scenario sempre più omologato, tra una vacanza estiva o natalizia e l’altra, opere di ben altro spessore ma  che talvolta accedono agli stessi fondi statali.

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