Jacques Rigaut. Il fuoco fatuo

Romano Guatta Caldini

«Quanti anni hai? Pochi, li ho consumati quasi tutti» – scriveva Fausto Gianfranceschi nel suo «Così parlò un reazionario». Probabilmente, anche Jacques Rigaut si era posto la medesima domanda e, in ugual modo, si era dato la stessa  risposta, conscio, com’era, della fine vicina. Si, perché lui, come anche  l’amico Drieu la Rochelle, non aspettò che fosse la natura a segnare la fine della sua parabola terrena: anticipando volontariamente la dipartita, il 6 novembre del ’29, Rigaut si piantò una pallottola nel cuore. Del resto, un dandy come lui non avrebbe mai sopportato il lento declino fisico dovuto a una giovinezza ormai appassita; Rigaut  non sarebbe mai stato in grado di reggere il confronto con uno specchio, puntualmente pronto, a  svelargli  un volto ormai deturpato dalla vecchiaia.

Oltre alle suddette incapacità, ad influire sulla sua scelta, pesarono molto sia l’abuso di alcool che di  stupefacenti, di cui Rigaut faceva largo uso, nella sua lotta quotidiana con lo spleen di baudeleriana memoria. Al pari dell’autore de Les Fleurs du mal, anche Rigaut, in quanto a  frequentazione di paradisi artificiali, non scherzava affatto: oppio, eroina,  morfina, cocaina, il tutto condito da abbondanti spruzzate di  Château Lafite.

Scrittore per noia e suicida di professione, Rigaut era diventato, in breve tempo, il mito di artisti e letterati, nella Parigi libertaria e  libertina degli anni venti del ‘900. Fra i suoi ammiratori ricordiamo: Man Ray, Andrè Breton e Philippe Soupalt. Come con l’umanità in genere, (che Rigaut disprezzava con tutto se stesso), anche  con gli scrittori il rapporto non era dei più rosei; scriveva, infatti,  ai colleghi: «Sposatevi, compratevi automobili. Voi siete dei poeti. Io sto dalla parte della morte. » Rigaut  amò innanzitutto la morte, anzi, l’idea che aveva di lei: «Provate, se potete, a fermare un uomo che viaggia col suicidio all’occhiello» – diceva strafottente agli amici. La morte, paradossalmente, era l’unica cosa che lo teneva in vita.

Certo, lo sgretolamento dei sensi, l’incessante cammino verso la conoscenza; tutto legittimo, solo che, oltre a questo, bisognava trovare anche il tempo da dedicare alle donne. Al di là del piacere e dell’appagamento fisico, per Rigaut, le tante amanti rappresentarono il suo unico sostentamento economico. Lo scrittore, infatti,  viveva grazie ai regali delle varie dame e non sarebbe potuto essere altrimenti: le signore, dopo notti insonni passate con lui, erano più che liete di poterlo sostenere, sperando, così, di potersi comprare altre serate di felice trasgressione extra-coniugale.

Oltre alle donne, ad accompagnare Rigaut  nella sua cavalcata solitaria verso il Nulla, c’erano anche   gli amici e tra questi, il più noto fu Drieu la Rochelle che, a due anni dalla morte dell’amico, darà alle stampe Le feu follet, una sorta di biografia romanzata dello scrittore suicida, un racconto breve, per una vita altrettanto breve. Dichiarò Drieu: «L’ho scritto tutto d’un fiato, come per liberarmi di un peso.» Meglio di una qualsiasi lista nozionistico-biografica, Le feu foillet rappresenta la vera essenza di Rigaut, il suo esistere, o meglio, il suo non-esistere: «era la notte, era la droga. Non era più Lydia, che la notte, che la droga cancellava. L’ebbrezza nella notte. E la notte alla fine era soltanto sonno. Non restava che questo: notte e sonno. Perché voler lottare contro il proprio destino? » – Drieu farà dire ad Alain (Jacques), il protagonista del romanzo.

Naturalmente, l’autore  non si è limitato  ad affrontare solo lo spinoso problema della dipendenza dalle sostanze: ad esempio, fra le tante caratteristiche del dandy, quella più significativa è la questione estetico-eroica del confronto con lo specchio. Infatti, a differenza di Ernst Jünger e del suo passaggio al bosco, Rigaut teorizzava un passaggio allo specchio, o meglio, nello specchio: «ho compiuto quest’incredibile prodezza. Ho preso una breve rincorsa e a fronte bassa ho attraversato lo specchio. E’ stato facile e magico. Un leggero taglio sulla fronte, ferita impercettibile e fatale. Da allora, mentre prima ogni specchio portava il mio nome, ora sono io che dall’altra parte vi rispondo, sono io che vi informo, sono io che vi plasmo». La cura maniacale per i particolari  e il narcisismo non bastavano; l’adorazione di sé, permessagli dallo specchio, gli precludeva, al contempo, la perfetta sintesi fra l’immagine riflessa e il proprio io interiore: confronto che Rigaut non riusciva a reggere. Certamente, questa mancanza, questa incapacità, Rigaut la colmava con l’estraniazione alcolico-drogastica: una prassi fin troppo nota, soprattutto fra i maudits francesi. E non a caso, fu proprio Arthur Rimbaud a sentenziare: IO è un altro.

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