Il Sud che non si arrese alla liberazione

Romano Guatta Caldini

Dopo anni di privazioni e sacrifici, di umiliazioni e sconfitte, finalmente, la gente poteva festeggiare: nelle strade la popolazione si riversò gioiosa, le donne si concedevano ai liberatori  per una barra  di cioccolata e gli uomini, felici del comportamento delle rispettive consorti, furono lieti di barattare il proprio onore per un pacchetto di sigarette o poco più. In questo bailamme, anche i bambini avevano di che essere felici, dal cielo non piovevano più le bombe, ma caramelle elargite a piene mani dai portatori di civiltà che, ritti sui loro carri armati, erano arrivati a salvarli dall’immane tragedia fascista.

E’ questa, grossomodo, l’immagine dell’Italia meridionale, all’indomani dello sbarco alleato, tramandataci dalla storiografia ufficiale. Naturalmente, la storia, come la verità,  è relativa, si presta a molte interpretazioni e ad altrettante distorsioni.  E anche in questo caso la realtà è stata manipolata, naturalmente, a favore dei vincitori; vae victis. Intere pagine di storia, infatti, sono state cancellate perché i posteri credessero che lo sbarco anglo-americano in Sicilia, del 9 e 10 luglio ’43, fosse stato una vera e propria manna dal cielo, quasi una missione di pace, a cui nessuno si oppose. In realtà, le cose non andarono proprio come i manuali di storia ci vogliono far credere, non tutta la popolazione meridionale ha partecipato alla triste farsa dei liberatori;  al sud, come al nord, alcuni italiani, forti della propria fede, continuarono a combattere contro l’invasore d’oltreoceano.

Certo, non bisogna pensare che il fascismo clandestino, nelle regioni occupate, avesse la stessa capacità organizzativa e tecnico-militare dei gruppi armati presenti nella  Repubblica Sociale Italiana. Come avvenne, tempo addietro,  con il fenomeno del brigantaggio, anche con il governo Badoglio i Savoia decisero di reprimere, attraverso la violenza, i vari moti di ribellione. In tale stato di cose, le azioni dei  fascisti, al sud, si riducevano, per lo più, a dimostrazioni di tipo simbolico-propagandistiche: il gruppo “A NOI”  di Palermo, ad esempio, caratterizzò la sua azione con la distribuzione di stampa clandestina. Altri gruppi, invece, sempre presenti nel palermitano, si distinsero per la messa in opera di ordigni esplosivi ai danni di caserme e sedi di partito.

Di tutt’altro spessore il caso della rivolta di Comiso, l’unico esperimento compiuto  di fascismo repubblicano nel meridione. Tra il 44’ e il ’45, con il crescere del malcontento fra la popolazione, soprattutto a causa della chiamata alle armi delle classi ’22 – ’23 e ’24,  numerosi focolai di rivolta sorsero in più parti dell’isola: Palermo, Catania, Enna, Calastra, Licata e Vittoria sono solo alcune delle città in cui i fascisti capeggiarono la ribellione. Come ho già anticipato, significativa e altamente simbolica è stata l’esperienza della Repubblica Indipendente di Comiso. Nel gennaio del ’45, nei pressi della cittadina siciliana, venivano sequestrati, ad opera di fascisti locali,  un camion di viveri –  da distribuirsi alla popolazione stremata dall’occupazione –   e una camionetta inglese. La città, ben presto, venne posta sotto assedio dal governo Badoglio che inviò in loco numerosi contingenti, sia di carabinieri che del regio esercito. Intanto, con uno scatto d’orgoglio, i fascisti, dopo aver occupato il municipio e la locale caserma dei carabinieri, proclamavano la loro fedeltà alla neo-nata Repubblica Sociale di Comiso; un tentativo di ristabilire l’antico ordine –  se vogliamo –  effimero, ma a cui non mancarono, comunque, gravi ripercussioni.

Scrive Mario Varesi: «Comiso restò per una settimana a vivere la sua indipendenza con la repubblica (…), fondata il 6 gennaio 1945; comitato di salute pubblica, squadre per l’ordine interno, distribuzioni di viveri a prezzi di consorzio, impossibilità di lasciare la città, pena di morte per i ladri. Il 6 gennaio furono respinti 10 autocarri militari e una littorina da Palermo con 70 carabinieri. Respinta altra littorina l’8 gennaio. Occupato l’aeroporto. Da Roma Bonomi telegrafò ad Aldisio: Azione per stroncare definitivamente sedizione deve essere condotta a fondo e senza alcuna incertezza. L’11 gennaio il Gen. Brisotto circondò la città. I bombardieri inglesi sono pronti a Licata per bombardare».(1) I Savoia, memori dei bombardamenti su Gaeta del 1861, anche questa volta, non smentirono la loro natura sanguinaria. In questa occasione, però, ad evitare la carneficina si interpose il clero, infatti: «Se Comiso non si arrenderà, sarà distrutta. Intervenne allora la popolazione e, tramite il clero, si addivenne alla resa. Queste le condizioni: deporre le armi, nessuna rappresaglia. Fu illusione: più di 2000 comisani languirono a Ustica, amnistiati solo nel 1946 per la proclamazione della Repubblica Italiana. » (2)

Attraversato lo stretto di Messina, il fenomeno dell’insorgenza fascista si presentava con le medesime peculiarità del movimentismo siciliano. In Calabria, lo spontaneismo era caratterizzato da azioni dinamitarde, per lo più,  atte a disturbare le comunicazioni. Non mancarono, naturalmente, attentati ai danni delle truppe di Badoglio, ma fedeli alle direttive di Mussolini, anche i fascisti calabresi cercarono di evitare in ogni modo lo scontro fratricida, come anche le rappresaglie degli anglo-americani nei confronti della popolazione inerme.   Una prassi, questa, che i partigiani volutamente evitarono, anzi, come ebbe a spiegare, a suo tempo, Enzo Erra: «Dalla parte avversa l’obiettivo era diverso ,era quello di scatenare la guerra civile. L’antifascismo si è mosso sin dall’inizio con lo scopo preciso di scatenare una guerra civile»(3). Via Rasella docet.

Da ricordare, fra gli atti di eroismo del fascismo clandestino al sud, l’epopea dei franchi tiratori napoletani. Nella città partenopea, a pochi giorni dall’arrivo degli anglo-americani, era stata riaperta la sede del Fascio di Via Medina, ottenendo, fra l’altro, l’adesione di un centinaio di ragazzi.  Intanto, ad opera di alcuni ex-federali del Pnf, veniva ricostituita la Milizia: tre compagnie, una delle quali  raggiunse la RSI.  Insomma, a Napoli come nel resto del sud, l’atmosfera era tutt’altro che de-fascistizzata, i fedeli a Mussolini era ancora molti e tutti pronti all’estremo sacrificio, soprattutto i giovanissimi.

Ci ricorda, infatti, Francesco Fatica: «Spavaldamente votati al sacrificio supremo, apparvero (…) quattro giovanissimi tiratori fascisti a Piazza Mazzini, imberbi kamikaze in camicia nera, piantati in mezzo alla piazza, armati soltanto di moschetto, mentre i partigiani appostati prudentemente al riparo delle finestre dei palazzi circostanti, sparavano su di loro. (…) La colonna (tedesca) si fermò, i quattro giovani in camicia nera furono invitati a salire, ma si rifiutarono affermando spavaldamente di voler invece aspettare gli anglo-americani per opporre l’ultima resistenza» (4).

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(1)   Mario Varesi – Aspetti sconosciuti del Sud, La voce del sud

(2)   Ibidem

(3)   Enzo Erra – Le quattro giornate di Napoli, le giornate che non ci furono, ISSES ‘98

(4)   Francesco Fatica – Mezzogiorno e Fascismo clandestino, ISSES ‘98

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