Il pasticcio ecologista

Luca Leonello Rimbotti

Uno dei paradossi ideologicamente più clamorosi degli ultimi tempi è il vedere come le “sinistre” cavalchino in perfetta tranquillità il classico cavallo di battaglia di tutti i conservatorismi storici: la difesa dell’ambiente, il localismo differenzialista, la tutela delle specificità di paesaggio e territorio, il rilancio di tradizioni popolari, sagre, tutto quanto fa ruralismo. Infine, l’ostilità per cosmopolitismo e massificazione. Il progressismo è diventato conservatore. Pensano di dover conservare quello che l’industrialismo ha già fatto a brandelli. L’insipienza dei vecchi rivoluzionari falliti, che oggi vediamo giocare con la stessa faccia dei tempi brezneviani la carta riformista, non prova imbarazzi nell’appropriarsi di tutto quanto i loro padri nobili illuministi e marxisti avevano a lungo maledetto.

La colpa di questi paradossi, tuttavia, non è della “sinistra”, che ormai da un pezzo è un palloncino sgonfio, ma della cosiddetta “destra”, che con l’indifferenza di un’immobile sfinge si fa togliere di mano uno dopo l’altro tutti gli ottimi argomenti che avrebbe nel suo patrimonio genetico, adattissimi per offrire risposte concrete all’evidente crescita del disagio della gente di fronte ai fallimenti e ai guasti del radicalismo industrialista.

Chiunque apra un libro di ecologia, deve subito fare i conti col primo capitolo, che inevitabilmente riporta la dannatissima verità storica che, come ha scritto tra molti altri il filosofo francese Luc Ferry, «dobbiamo ancora oggi al regime nazista e alla volontà personale di Hitler le due legislazioni più elaborate che l’umanità abbia mai conosciuto in materia di protezione della natura e degli animali». Il rospo da mandar giù è terribile, ma i nuovi Politburo non sono come quelli vecchi: agili e pieghevoli, si insinuano con noncuranza nelle problematiche della qualità della vita, riuscendo nel sensazionale numero di assimilare l’impossibile. Il risultato è che oggi l’ecologismo appare ai più come un perfetto argomento “di sinistra”.

Essere ecologisti significa, innanzi tutto, credere nella diversità. Che, notoriamente, è il contrario dell’eguaglianza. Difendere il territorio di ogni popolo dalle contaminazioni esogene significa volerne difendere la cultura, le tradizioni, e tutte quelle specificità che costituiscono il patrimonio variegato dell’umanità. Senza il quale, si ha l’omologazione universale che oggi gli USA tentano di iniettare fino nelle più sperdute plaghe del pianeta. Difendere il territorio della propria bio-storia è atto politico contrario alla globalizzazione, e come tale dovrebbe essere vissuto, con la coscienza di proteggere la vita stessa, che è fatta di differenza. Ecologismo e immigrazione, ad esempio, sono due situazioni mal compatibili. O l’una o l’altra. Non tutte e due, come pretende di fare la “sinistra”.

L’ecologismo fondamentalista utilizza argomenti nazional-popolari ma non tira le conseguenze. Come sappiamo, esistono titolati esponenti del pensiero progressista, specchiati esponenti dell’antifascismo culturale che in materia ecologica utilizzano il frasario e il sistema ideologico che fu dei vari fascismi, ma che amano non rilevare l’ascendenza delle loro convinzioni. Quando sentiamo un Felix Guattari fare l’elogio delle appartenenze etniche o delle caratteristiche culturali come “realtà ontologica”, viene in mente che forse in Occidente gli schieramenti, le parole, gli stessi concetti non sono più ormai che formule estetiche, suoni in libertà, non corrispondono più ad alcuna realtà effettuale. Prendiamo la seguente frase, nella quale si prefigura il prevalere della dimensione comunitaria su quella individualista, argomento tradizionalmente differenzialista: “lo sradicamento è un dramma…il primo fra i diritti fondamentali della persona è possedere un’identità, e questa si confonde con l’identità del gruppo umano cui si appartiene”: questa frase, se detta “a destra”, porta tra le maglie della legge Mancino, se scritta “a sinistra” fa lustro e tendenza. E difatti è di Antoine Waechter, facente parte dell’intoccabile casta dei progressisti: loro non saranno mai volgarmente razzisti, ma, sulla scorta di un Levy-Strauss oppure di un Sartre, raffinatamente racialistes. La potenza delle idee, quando sono nelle mani “giuste”, consiste nel fatto che, come in questo caso, si può essere ad un tempo a favore e contro l’immigrazione, a favore e contro il localismo etnicista… Questo è il vero “gramscismo” al potere, l’occupazione di tutto lo spazio del pensabile.

La cabala progressista in tema di ecologia raggiunse, già alcuni anni fa, uno dei suoi vertici allorquando si parlava di “ecofemminismo”, un termine nel frattempo messo in sordina: la tesi di Ariel Salleh, uno dei promoter della trovata, era che l’uomo è cattivo, distruttore, violento, perché ha dimenticato la sua parte femminile, vicina alla terra, alla vita, al nido. L’ecologia non sarà mai così profonda, dunque, fino a quando non ci saremo liberati del maschilismo (sempre definito fascistoide), per abbracciare la concezione materna dell’essere. Sono i medesimi argomenti che settant’anni fa aveva trattato Ludwig Klages nella sua celebrazione dell’Eros cosmogonico, poi ripresi da Walther Darré e dal suo movimento per il sangue e il suolo: quella materna, femminile, è la dimensione vera e autentica, è popolo, è terra propria, è sangue delle generazioni, è stirpe.

Noi assistiamo impassibili all’esaurimento degli indici ideologici e al loro totale depotenziamento, gestito da una sub-cultura generica e impolitica che, nel suo veicolare tutto e il contrario di tutto senza trarre le ultime conseguenze politiche, è perfettamente funzionale al sistema globalizzatore.

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