Il Fondo Quotidiano 15/1 – 9/3/2010

Il Fondo

Il Fondo Quotidiano è una costola del Fondo Magazine. Nasce dall’esigenza di restare nella cronaca giornaliera tra una edizione e l’altra della casa madre settimanale. A differenza della matrice che accoglie abitualmente scritti eterogenei, FQ esprime esclusivamente la linea editoriale.

La redazione

DI CARCERE SI MUORE

Roma, 9 marzo 2010 – Domenica mattina, verso le 9 e 30, un detenuto del carcere di Padova si è tolto la vita. Giuseppe Sorrentino, 35 anni, di Sant’Egidio, stava scontando una condanna a 25 anni di reclusione con l’accusa di concorso in omicidio per la morte di Enrico De Prisco. Sono stati gli stessi detenuti del carcere padovano a notare il corpo di Sorrentino che penzolava dalle sbarre di una finestra. L’uomo, che in quel momento si trovava nella cella da solo, mentre gli altri erano all’aperto per l’ora d’aria, da molto tempo aveva smesso di socializzare, non parlava con nessuno ed era caduto in uno stato di depressione profonda. Il suo legale, Bianca De Concilio, che aveva in passato presentato istanze per farlo curare, e richieste al magistrato di sorveglianza per ottenere un avvicinamento in un carcere campano, parla senza mezzi termini di “una morte annunciata”, con chiari segnali relazionati in una perizia medica effettuata dallo psichiatra Antonio Zarrillo.

«In quella relazione -spiega l’avvocato – c’era scritto nero su bianco che Sorrentino poteva farsi del male ed era affetto da una profonda depressione. Il direttore del carcere in una relazione inviata al magistrato di sorveglianza aveva sostenuto che fingeva. L’ultima istanza che ho presentato per farlo curare , come previsto dalla legge in questi casi, risale a quattro mesi fa, ma non ho avuto risposta». E sono molti i punti oscuri che riguardano questa triste vicenda, soprattutto il fatto che non vi fosse sorveglianza di un soggetto considerato a rischio, lontano dalla famiglia, col padre in carcere da 35 anni, il fratello disoccupato e una sorella deceduta qualche anno fa.

«Da tempo non voleva vedere nessuno – spiega il legale – l’ultima volta che mi sono recata al carcere non volle parlarmi. In precedenza c’era stata la sua richiesta di parlare col pm antimafia di Salerno Maurizio Cardea. Quando arrivammo a Salerno il suo atteggiamento fu emblematico. Non solo non riconobbe il pm, che pure conosceva bene, ma iniziò a ridere, comportandosi in modo illogico, schizofrenico». Poi l’avvocato De Concilio ha annunciato che, su mandato dei familiari di Sorrentino, presenterà un esposto per fare luce sull’accaduto.

Anche se non ci sono molte speranze che vengano fuori responsabilità. Purtroppo in Italia, da anni, le condizioni di vita dei detenuti sono diventate insopportabili. Con la scusa che devono pagare per i crimini commessi, nessuna tutela è loro garantito. Anzi, nessuno più si indigna per queste, sempre più numerose, morti dietro le sbarre. Eppure il livello di civiltà di una società dovrebbe vedersi  in primis proprio dalla vita carceraria. Il detenuto deve sì scontare la pena, ma è necessario che gli si garantiscano situazioni di vita accettabili. Altrimenti la pena perde quella funzione rieducativa che è fondamentale alla pari di quella punitiva. In caso contrario, tanto vale che lo Stato getti pure le chiavi delle celle e abbandoni i detenuti al proprio triste destino. Se non altro si porrebbe fine alla farsa di chi tanto a parole difende i diritti dei detenuti per poi permettere che, uno alla volta, ponga fine alla propria triste vita.

Alessandro Cavallini

L’IPOCRISIA SESSUALE DELLA CHIESA

Roma, 8 marzo 2010 – L’ipocrisia della Chiesa quando si parla di sesso non è cosa di oggi. Ma non per questo smette di stupire il comportamento del Vaticano capace di negare quando si tratta di proteggere i suoi preti o vescovi e capace invece di punire quando è in gioco una sessualità secondo loro fuori norma.

La scorsa settimana due notizie diverse hanno raccontato questa ipocrisia. La prima (ultima in ordine di tempo) riguarda il coro di Ratisbona in Germania nel quale ci sarebbero stati casi diffusi di pedofilia. Questo sarebbe accaduto anche durante il periodo in cui era diretore del famoso coro tedesco il fratello dell’attuale pontefice. La Chiesa di Roma ufficialmente dice di voler conoscere la verità, ma di fatto ha un atteggiamento che tende a negare o comunque a ridurre la portata dei fatti. Come mai il Vaticano, dopo casi e casi di pedofilia che l’hanno coinvolta, non riesce a porsi questa domanda: perché si tratta di un fenomeno così diffuso? Perché dobbiamo permettere di fare del male a tanti bambini e tante bambine che vanno in chiesa fidandosi e rischiando di trovare lì uno dei peggiori incubi della loro vita? Perché?

Questa domanda non trova risposte, ma in realtà non viene nemmeno formulata. Eppure i casi ormai sono così tanti da indurre a parlare di un fenomeno strutturale. Là dove c’è una chiesa cattolica è possibile che si possa riscontrare un caso di pedofilia. Coincidenza terribile, ancora più terribile per chi davvero crede.

La seconda notizia si incrocia con la cronaca politica. Si è scoperto che Balducci, già accusato per le tangenti sul G8, avrebbe organizzato festini sessuali con altri uomini. Uno di loro, un giovane che canta in uno dei cori del Vaticano, è stato immediatamente cacciato. Anche a Balducci è toccata infine la stessa sorte: non farà più parte della Famiglia del Papa, una sorta di club esclusivo composto da uomini illustri che partecipano agli incontri con le massime cariche istituzionali del mondo.

Anche questa vicenda suscita non poche perplessità.

Primo: Perché Balducci ne faceva parte? Per quali virtù se non per il fatto che è un uomo d’affari e di potere? Sono questi i valori che la Chiesa intende promuovere?

Secondo: perché Balducci non è stato espulso al momento in cui è venuto fuori che è indagato per corruzione? La corruzione vale meno di una scopata con un uomo?

E’ evidente che per la Chiesa ciò che è deprecabile non è la compra-vendita di sesso (e su questo potremmo pure dargli ragione). All’inizio dell’inchiesta era già trapelata la notizia che il sesso veniva usato in cambio di favori di carattere economico. Ma si pensava che riguardasse solo la copulazione uomo-donna. Solo dopo aver scoperto che c’erano in mezzo anche rapporti omosessuali, il Vaticano si è mosso, rivelando tutta la sua ipocrisia ma anche la sua poca moralità.

L’ITALIA E’ UNA REPUBBLICA DEMOCRATICA
FONDATA SUL PROFITTO

Roma, 4 marzo 2010 – Ieri sera, nel collegato alla legge finanziaria 2010, è stata approvata una modifica all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che limita di fatto la possibilità per questi ultimi, in caso di controversia, di scegliere l’organo giudicante a dirimere la stessa.

Fino a oggi, sulla materia, soprattutto sui casi più gravi, come i licenziamenti senza giusta causa, il lavoratore poteva sul momento optare tra collegio arbitrale o tribunale giudiziario ordinario competente. Tale facoltà viene invece limitata alla fase contrattuale dell’assunzione. E’ in quel momento che il lavoratore, in  chiara condizione di inferiorità di trattativa, dovrà di fatto accettare l’opzione che gli verrà offerta dal datore di lavoro.

Appare evidente che la manovra giovi al secondo e penalizzi il primo anche in considerazione del fatto che, se così non fosse, non ci sarebbe stata alcuna necessità di modificare un disposto che già prevedeva la doppia opzione.

E’ l’ennesimo attacco al mondo del lavoro. E’ l’ennesimo sbilanciamento dei diritti del lavoratore a favore di quelli dell’imprenditore. Dalla mancata tutela e sicurezza nel lavoro ai licenziamenti che arriveranno quest’anno a toccare il dieci per cento di disoccupazione,  al precariato che invade il mercato sottraendo tutela sindacale alla mano d’opera, fino allo sfruttamento bestiale del lavoratore immigrato, con annessa depenalizzazione del reato di chi assume i clandestini ma condanna questi ultimi alla galera; il disegno ultraliberista di sopraffare il diritto del lavoro in nome dei superiori interesse del profitto, prende connotazioni sempre più chiare.

Assistiamo, di fatto ad un vero colpo di stato che sovverte uno dei pochi articoli della Costituzione italiana che ci sentivamo di condividere: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro».

E tutto ciò, proprio mentre i rappresentanti della stessa maggioranza che promuove il golpe ai danni dei lavoratori, blatera, in maniera vittimistica, di attentato alla democrazia per aver avuto alcune sue liste escluse, a causa della dabbenaggine dei propri galoppini, dalla prossima farsa delle elezioni regionali.

COCIFISSO SÌ, CROCIFISSO NO

Roma, 2 marzo 2010 – La Corte d’Appello europea ha accolto il ricorso del governo italiano avverso alla sentenza della Commissione europea per i diritti dell’uomo che ci intimava di togliere il crocifisso dalle aule scolastiche [ce ne eravamo già occupati: “Non vuoi il crocifisso? E io ti licenzio“].

La questione del “crocifisso sì – crocifisso, no” ha avuto inizio 8 anni fa quando Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana originaria della Finlandia e il marito, avevano chiesto
all’Istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre di Abano Terme, frequentato dai loro due figli, di togliere i crocefissi dalle aule in nome del principio di laicità dello Stato.

Principio, stabilito solennemente dalla nostra stessa Costituzione che nel suo art. 7, così recita: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani».

Ottenuta risposta negativa dal Consiglio d’istituto della scuola, la proponente andò per via giudiziaria. Nel 2004, il Tar del Veneto respingeva l’stanza, sostenendo che il crocifisso è simbolo della storia e della cultura italiana e di conseguenza dell’identità del Paese. Chiesto il parere al Consiglio di Stato, quest’ultimo, nel 2006, si esprimeva in favore della sentenza del Tar e contro la ricorrente.

Inesausta, la ricorrente si rivolse allora al Consiglio europeo dei diritti umani che le dava ragione. Di oggi – come si è detto – il dietrofront della Corte d’Appello.

Al che, sono suonate a festa tutte le campane dei neoguelfi. Ne scegliamo uno per tutti, Maurizio Gasparri: «La Corte europea dei diritti dell’uomo ha certificato la validità delle ragioni che sostenevano il ricorso presentato dall’Italia per impedire che nelle aule delle nostre scuole non fosse più esposto il crocifisso, simbolo della nostra identità religiosa e culturale».

A questo punto, viene da chiedersi se non fosse poi così campata in aria la proposta di quell’altro campione dell’integralismo cattolico-padano, Roberto Castelli, di iscrivere l’icona del redentore in martirio addirittura sulla bandiera italiana.

Perché, no? E vaffanculo a quel vecchio arnese della laicità dello stato…

P.S. Non è finita. La sentenza di oggi avrà piena legittimità solo dopo che si sarà espressa la Grande Camera europea, con giudizio definitivo. La speranza, come si sa, è sempre l’ultima a morire…

SCIOPERO DEGL’IMMIGRATI
RAZZA DI SCANSA FATICHE

Roma, 1° marzo 2010 – Sono 4 milioni e mezzo gli immigrati residenti in Italia. Oggi hanno manifestato, scioperando dalle loro giornaliere attività,  per chiedere i diritti che la condizione di lavoratori regolari dovrebbe garantirgli.

E quali diritti pretendono? Pensate voi: quello di essere trattati come un lavoratore italiano e di non essere lasciati in balia di trafficanti d’uomini, della camorra, delle ‘ndranghete e mafie varie  e degli imprenditori che li sfruttano come carne da macello.

Sembrano richieste legittime, visto che la loro forza lavoro contribuisce per un buon 9,5% alla nostra produzione nazionale.

L’alternativa è rimandarli tutti a casa e riprendere a goderci la nostra plurimillenaria identità tradita dalla loro presenza sul sacro suolo italico.

PDL ESCLUSO DALLE ELEZIONI REGIONALI NEL LAZIO
POLVERINI KILLED?

Roma, 28 febbraio 2010 – Renata Polverini sfavorita alle prossime elezioni regionali. La Corte D’Apello di Roma ha detto no al ricorso del Popolo delle libertà dopo l’esclusione per avere presentato tutta la documentazione in ritardo. Ma non si tratta di un semplice errore: probabilmente è uno sgambetto interno.

Fin da quest’estate, quando era stato fatto per le prime volte il suo nome come possibile candidata governatrice, una buona fetta del Pdl aveva fatto di tutto per frenare e optare verso altri nomi. Erano disposti a tutto. Anche a perdere, proponendo personaggi sconosciuti e comunque molto manovrabili. Poi, per fortuna, ha prevalso il nome di una candidatura forte, ma questo non ha significato piena accettazione. Da qui la trappola delle liste presentate in ritardo che sono un evidente sgambetto contro Polverini.

La segretaria nazionale uscente dell’Ugl non s’è persa d’animo e chiede un intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per far sì che le liste vengano riammesse: «Solo un fatto burocatico, chiamo il Capo dello Stato a garantire». Il ministro per l’Attuazione del programma, Rotondi, ha tuonato contro l’incapacità dei dirigenti Pdl del Lazio e ha denunciato senza timore le mire contro la candidata governatrice.

La posizione davvero più grave appare quella di Emma Bonino. Proprio lei che si sempre battuta per la democrazia contro la burocrazia, oggi non spreca una parola a favore dell’avversaria. Avrebbe fatto una grande figura, spendibile anche dal punto di vista elettorale, a difendere i diritti anche della parte opposta. Invece ha fatto prevalere la logica della vittoria su quella garantista.

Staremo a vedere se il nuovo ricorso (o al Tar o di nuovo alla Corte d’Appello) possa cambiare le carte in tavola. O se, alla peggio, sia lo stesso Capo dello Stato, come chiesto da Polverini, a risolvere la questione senza spingere il Pdl, come si mormora, ad approvare una legge ad listam che invece risulterebbe l’ennesima risoluzione alla maniera berlusconiana.

Nel frattempo, speriamo cioè che questa battuta d’arresto serva a Polverini a ritrovare lo spirito di un tempo, senza inseguire – come sta facendo – cattolici, moderati e reazionari. Da lei ci aspettavamo altro.

A GIOVANA': MA CHE TE SEI FUMATO?

Roma, 26 febbraio 2010 – Arieccolo… Chi? Ma lui, l’immarcescibile campione dell’antidroga Carlo Giovanardi, professione: sottosegretario di stato alla materia…

Non contento della figura pacchiana che ha fatto con il test della verità a cui ha sottoposto una manciata di parlamentari, peraltro trovandone almeno uno positivo, utile a dimostrare, secondo lui, la refrattarietà della classe politica all’uso di stupefacenti; e nemmeno lontanamente umiliato dall’aver affermato in un passato meno recente, essere la morte di Stefano Cucchi dovuta alla droga e non alle percosse subite,  ha preteso di nuovo assurgere alla cronaca per quest’altra bella sortita:

«Una tv di stato – ha affermato Giovanardi – ha fatto la propaganda alla droga. Sembrava una specie di fumeria d’oppio», dove la Tv di stato era la trasmissione Annozero che discuteva del fenomeno droghereccio alla presenza dell’ultimo reo confesso: il cantante Morgan.

Intendiamoci, la trasmissione ha fatto veramente pena: fra un intervento di Barbara Palombellli che ha recitato tutto il rosario delle banalità possibili al riguardo e un Morgan che ha oscillato fra la replica della sua insensatezza: «Uso la coca come terapia antidepressiva» e la patetica proposta di una canzone scritta di suo pugno e lamentata in diretta in cui si dichiara «vittima di se stesso».

Ma non è questo il punto. Il punto è che Giovanardi vi abbia visto quello che solo lui c’ha visto: una specie di fumeria d’oppio utile a propagandare il vizio.

Ora, mentre l’Italia – lo sanno pure i sassi – è uno dei crocevia internazionali del traffico di ogni tipo di droga che arriva da noi per essere poi spacciata ovunque, prendersela con una trasmissione che, anziché affrontare questo, affronta le problematiche private del cantante Morgan, sa tanto di presa per il culo.

E sebbene alle prese per il culo ci hanno (tutti i Giovanardi del belpaese) abituati ed assuefatti da un pezzo, viene comunque da chiedersi quale sia il modo che il sottosegretario ritiene utile a limitare, se non a eliminare, l’abuso delle sostanze che gli stanno così spinosamente a cuore. Non parlarne affatto?

Oppure, parlarne secondo quella nota che si chiama la legge Giovanardi-Fini?

Ma sì, quella legge che non se la prende con i trafficanti (quelli che controllano miliardi e miliardi di euro e che siedono nelle stanze dei bottoni), ma con i consumatori. E’ la legge che ha ucciso Stefano Cucchi. E’ la legge che però neanche Fini ha mai, finora, rinnegato.

ANNI 70. È NECESSARIO RIDISCUTERLI
SE NE È CONVINTO PERFINO MASSIMILIANO SMERIGLIO

Roma, 25 febbraio 2010 – L’incontro promosso dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, tra i parenti delle vittime degli anni Settanta e il ministro della Giustizia Angelino Alfano è stata una tappa importante per fare luce e restituire verità su quel periodo.

L’elemento determinante è stata la presenza dei genitori di entrambi gli schieramenti. In un incontro ufficiale, è stato detto a chiare lettere che non esistono morti di seria A e morti di serie B, ma una storia di violenza da cui vanno prese le distanze senza se e senza ma. Finché uno dei due schieramenti resterà convinto che i suoi morti sono migliori, che le sue ragioni continuano ad essere le sole valide, resterà vivo un seme di odio e violenza che non potrà generare che altro odio e altra violenza.

Nel mio libro del 2002, appunto: I Rossi e i Neri, scritto con un ex dirigente di Avanguardia operaia, Marco Palladini, ho cercato di spiegare proprio questo salto di paradigma. Non si tratta più di fare la conta dei propri morti e delle proprie (dis)illusioni, ma di esprimere un giudizio complessivo su anni che, a destra e sinistra, ci hanno visti sconfitti. La verità può passare solo attraverso questa comprensione. E attraverso il dialogo.

Eppure, a sinistra chi ci prova non ha vita facile. Il giornale Gli Altri, al quale ho collaborato, per aver ospitato un mio articolo, proprio riguardo a quella nostra stagione, e quello di altri “fascisti”, come Francesco Mancinelli,  è stato oggetto di attacchi anche da parte di redattori interni. A tal punto che viene il dubbio sia stato proprio questo scontro interno (ma con forte risonanza pubblica) ad aver spinto l’allora editore a decidere di ritirarsi dall’impresa, costringendo i redattori e il direttore Piero Sansonetti a farsi giocoforza editori di se stessi.

Il problema – si badi bene – non erano le cose che io e Mancinelli abbiamo scritto, ma il fatto stesso che persone come noi abbiano scritto su quel giornale. Persone che – come è nel mio caso – non solo hanno messo in discussione la propria storia ma che, da quegli anni, hanno anche raccolto il piombo e lo conservano in corpo, senza aver mai recriminato vendetta e senza neanche aver ricevuto l’attenzione di un’indagine giudiziaria seria.

Sorprende, pertanto, che all’incontro organizzato da Alemanno fosse presente l’assessore alle politiche sociali della Provincia di Roma, Massimiliano Smeriglio [nella foto in alto], che è stato uno dei principali avversari del dialogo  aperto da Sansonetti sulla memoria e sulla storia degli anni Settanta con chi, in quel periodo, stava nello schieramento opposto.

Sarebbe importante capire, per noi che crediamo davvero nel dialogo e nella fine dell’odio, se Smeriglio si era sbagliato qualche mese fa quando scriveva: «non capisco neanche il lancio di Andrea Colombo colto al volo dal fascista (per sua definizione) Mancinelli. Non capisco a che serve e a chi serve questa discussione (…) Se Colombo e Mancinelli quella discussione l’avessero fatta che so nel ‘78 forse sarebbe stata utile e magari avrebbe evitato un po’ di sangue e di morti. (…) Oggi è una discussione che non c’entra più nulla con il Paese reale e con la sua ricerca di leggera smemoratezza», o se si è sbagliato partecipando ad un incontro che parla di pacificazione.

Il terzo, e voglio sperare che sia il dato giusto, è che finalmente anche lui si sia convinto che la pacificazione passa necessariamente  attraverso il dialogo.

BIOTESTAMENTO
UN’ALTRA TRUFFA ALL’ITALIANA

Roma, 24 gennaio 2010 – La commissione Affari sociali della Camera ha approvato un emendamento che vieta di sospendere alimentazione e idratazione ai pazienti in stato vegetativo «a eccezione dei casi nei quali risultino non più efficaci nel fornire i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo». Sembra una grande apertura, in realtà è una presa in giro…

Non bisogna essere dei geni per capirlo, basta chiedersi:

a)      quali sono i casi eccezionali che prevedono la sospensione dell’alimentazione?

b)      come si fa a capire che l’alimentazione forzata non è più necessaria alle funzioni essenziali del corpo?

c)      quali sono le funzioni essenziali di un corpo in stato vegetativo?

d)      c’era bisogno di una nuova legge per stabilire che quando una terapia, quale deve essere considerata la nutrizione artificiale, si dimostra inutile è doveroso, prima ancora che lecito sospenderla per non incorrere nella casistica dell’accanimento terapeutico?

Domande che non trovano risposte nell’emendamento e nemmeno nel testo del disegno di legge originario già approvato al Senato.

Siamo, insomma, di fronte all’ennesima ipocrisia all’italiana: volevate il testamento biologico? Ecco qua la legge che lo prevede: tutto a norma, tutto alla luce del sole. Solo che lascia esattamente le cose come stanno, ovvero: scordatevelo.

Vince, ancora una volta la Cupola della «vita è sacra, dio te l’ha data e guai a te se pretendi di poterne disporre a piacimento».

E non è solo l’alfiera dell’integralismo cattolico Paola Binetti [nella foto sopra], passata di recente dal Pd all’Udc, a dare l’esempio, votando insieme alla maggioranza nell’occasione odierna.

Poche settimane fa, lo stesso Silvio Berlusconi si era battuto il petto denunciando, in un vero delirio di onnipotenza, il proprio peccato per non essere riuscito a salvare Eluana Englaro dalla morte. Ed è sempre lui, il campione delle libertà, ad individuare, non più tardi di ieri, il laicismo come un pericolo per il quieto vivere della società civile.

Che almeno ce lo dicano chiaramente: la sovranità etica dello stato italiano è delegata alla Città del Vaticano. Così come quella di politica estera è delegata alla Casa Bianca e quella monetaria alla Banca Centrale Europea.

Avanti, popolo (della libertà).

IL CALCIO È COME LA VITA. ANZI, MEGLIO…
Roberto Alfatti Appetiti intervista Miro Renzaglia


Roma, 23 febbraio 2010 –

La sua ultima raccolta di poesie è fresca di tipografia: A spese mie (Il fondo, pp. 106, € 12,60). Eppure Miro Renzaglia [il primo a sinistra nella foto], poeta romano della classe ’57, è stato a un passo dal farsi calciatore professionista. È vero?

«Sì, negli anni 70 sono stato un discreto portiere di calcio e se avessi avuto una testa monomaniaca, devota in assoluto all’ultima religione attendibile della modernità, avrei potuto figurare sugli album della mitica Panini. Ma ero troppo irrequieto per limitare la mia curiosità a una sola sfera dell’essere: preferii salire su molti destrieri e non cavalcare un’unica tigre. Così mi ritagliai uno spazio nei campionati minori. Mi piaceva tutto di quel ruolo: l’irregolarità della divisa (all’epoca quasi sempre nera); il numero sulla schiena (l’uno); la trasgressione di poter usare le mani; il privilegio della responsabilità di non potersi concedere errori; la sua leggendaria e un po’ mitica hybris del coraggio; le metafore che gli venivano coniate addosso. Fra queste, una mi ha sempre esaltato nell’immedesimo: estremo difensore».

Dalle “colonne” de Il Fondo , il periodico online che hai fondato e dirigi,  affronti i nodi più spinosi dell’attualità. È la stessa “spericolatezza” testata sui campi?

«Al calcio giocato, come Camus, devo quasi tutto quello che so di me. Per questo, quando lo sento descrivere come la mania di 22 uomini in mutande che corrono dietro a un pallone, unita a quella di altre migliaia di persone che assistono sugli spalti, m’incazzo fortemente. Il calcio è come la vita e nella sua forma più elevata diventa un’arte. Quello che faceva Maradona a un pallone con i piedi vale quello che sapeva fare Jimi Hendrix con le mani su una chitarra: sapere apprezzare entrambi nella stessa misura, è una questione di educazione a vedere il bello dove e quando si manifesta».

Ne I rossi e i neri (edito da Settimo Sigillo nel 2002), ricostruisci la tua “formazione” tra i campetti di calcio e l’escalation di violenza politica che culminerà nell’attentato in cui hai rischiato la vita. Che relazione c’era fra il tuo impegno politico e la tua attività calcistica?

«Quando mi spararono, sul finire degli anni 70, era un sabato sera: l’indomani avrei dovuto giocare una partita di campionato. La giocarono lo stesso i miei compagni di squadra, la vinsero, me la dedicarono e poi si organizzarono per l’assistenza e la vigilanza al mio capezzale. Loro, che non erano nemmeno fascisti: non i miei camerati. Evidentemente, funzionava assai meglio il vincolo di solidarietà di squadra di quello squadrista».

AFGHANISTAN/3
RAID AEREO DELLA NATO
27 CIVILI MORTI

Kabul, 22 febbraio 2010 – Ingrati. Ecco cosa sono: ingrati. Ma come? Noi mobilitiamo mezzo mondo per portargli la democrazia e liberarli dalla tirannide oscurantista dei talebani e loro, solo perché, per un dannato sbaglio, gli accoppiamo 27 civili se la prendono a male? E che sarà mai?

I fatti, accaduti oggi, sono questi. Mentre le nostre gioiose macchine da guerra aerea sorvolano il territorio nella provincia di Dai Kundi, nel sud del Paese, a caccia del nemico, vengono individuati tre minibus in viaggio verso Kandahar. Ora, vai a sapere se dentro c’erano civili o pericolosi terroristi. Nel dubbio, come si sa, è meglio menare. E noi abbiamo menato: ta-ta-ta-ta-ta ed ecco fatto, il dubbio è risolto.

Solo a cose fatte, abbiamo potuto accertare l’increscioso equivoco. Al che, abbiamo dato la nostra precisa versione, spiegando in un comunicato che obiettivo del raid era un gruppo di «presunti insorti e che l’attacco aveva provocato alcuni morti e feriti».

La cosa  poteva finire là, no? Macché. Quella specie di Quisling in sedicesima che abbiamo messo a capo del Governo di Kabul non tira giù un comunicato rendendo noto il numero delle vittime, in maggioranza donne e bambini, e qualificando come «ingiustificabile» l’incidente? Avete capito? Ha detto proprio: ingiustificabile.

Ora, a parte che noi non dobbiamo proprio giustificarci di niente e con nessuno, perché se cominciamo con questo incidentuccio, poi finisce che a qualcuno venga in mente di chiederci la giustificazione delle giustificazioni: che ci siamo venuti a fare quaggiù? Il che ci impegnerebbe in una dialettica che né vogliamo né ci possiamo permettere; a parte questo – si diceva – imputarci un errore e, soprattutto, dare l’esatta entità della strage, rischia di incrinare la fiducia della popolazione nella nostra infinità bontà.

Ma proprio perché siamo infinitamente buoni li abbiamo perdonati e per voce del Supremo comandante delle Forze armate in loco, il generale Stanley McChrystal, abbiamo immediatamente replicato: «Siamo estremamente colpiti dalla tragica perdita di vite innocenti. Siamo qui per proteggere gli afghani e uccidere o ferire civili mette a rischio la loro fiducia nella nostra missione. Raddoppieremo i nostri sforzi per riguadagnare questa fiducia».

E vabbeh! Quanta pazienza ci vuole con questi ingrati!!! Cosa non si deve mandare giù in nome della Nostra Civiltà…

AFGHANISTAN/2
CADE IL GOVERNO OLANDESE
SULL’IPOTESI DI RITIRO DELLE TRUPPE

Amsterdam, 20 febbraio 2010 – Proprio mentre le invincibili armate dell’Occidente si apprestano a sferrare l’attacco decisivo in Afghanistan, guidate dall’infallibile strategia del Presidente Obama [vedi l’articolo qui sotto], Dio lo salvaguardi, il Governo dei Paesi Bassi cade vittima delle tresche ordite dai disfattisti interni che chiedono il ritiro delle loro forze armate dal territorio di guerra.

Alle 4.20 di questa mattina, il primo ministro, Jan Peter Balkenende, ha preso atto della irreversibile spaccatura della sua maggioranza e, al termine della riunione, ha rassegnato le dimissioni.

Ma non tutto è perduto. Viva è la speranza e l’attesa che Sua Maestà la Regina, Beatrice d’Orange-Nassau, accolga l’accorato appello del popolo sceso nelle piazze della capitale per protestare contro il pericolo di una ingloriosa ritirata, di conferire il nuovo mandato governativo al campione dell’antislamismo orange: Geert Wilders.

I 1600 uomini del contingente militare olandese inviato a Kabul e disposto nella strategica zona dell’Uruzgan, sdegnati solo all’idea del rientro in patria, rendono doveroso omaggio alle 21 vittime dell’inopinata resistenza del nemico.

Intanto, il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha ribadito all’Olanda l’ordine di restare in Afghanistan fino all’agosto del 2011, un anno in più rispetto al previsto.

Vogliano il Dio della Croce e quello della Stella di Davide, illuminare la Casa Regnante per le scelte che dovranno essere prese in queste tragiche ore.

W L’Olanda, W l’Occidente, abbasso i disfattisti e gli afghani.

AFGHANISTAN
CONTINUA INARRESTABILE
LA NOSTRA MARCIA VERSO LA GLORIA

Kabul, 19 febbraio 2010 – Evviva! Stiamo vincendo la guerra. La nuova strategia militare, denominata Operazione Mushtarak, voluta dal Supremo Comandante delle Forze Armate del Bene Assoluto, il premio nobel per la pace Barack Obama, che ci vede fedeli convinti e compatti al suo fianco, sta dando finalmente i suoi frutti in Afghanistan. Stiamo avanzando verso Marjah, importantissima roccaforte talebana della provincia meridionale di Helmand.

Ma questo sarebbe il meno. Il più è che la nostra entusiasmante avanzata  sta provocando ingenti perdite al perfido nemico grazie al sabotaggio delle vie percorse dagli autoconvogli per i rifornimenti alimentari e umanitari.

Una nota di agenzia, infatti, ci informa: «Nel distretto le riserve alimentari stanno rapidamente esaurendosi».  Inoltre, i  prezzi dei generi alimentari rimasti sono arrivati alle stelle. Ad esempio: un litro di benzina costa l’equivalente di quasi 4,5 euro. E lo stesso vale per farina, olio, zucchero ed altri generi essenziali.

È vero: ci sono ancora sacche di resistenza nemica che si ostinano ad intralciare il passo verso l’immancabile vittoria della nostra civiltà. Il portavoce del governatore di Helmand, Daud Ahmadi, ha ammesso che i talebani stanno sviluppando una tenace resistenza: «Da un punto di vista economico e strategico – ha spiegato – Marjah è una città importantissima per loro ed ovviamente non la abbandoneranno tanto facilmente».

Ciononostante, come ci assicurano i nostri inviati al fronte, i loro rudimentali armamenti e ordigni, nulla potranno contro le migliaia di nostri soldati ultra equipaggiati militarmente.

A nulla varranno gli aiuti di volontari pakistani che, pare, si stanno dirigendo proprio in queste ore verso la linea dello scontro. La vittoria è certa: andiamo dritti verso la gloria…

TEST ANTIDROGA PER I PARLAMENTARI
POSITIVI: UNO. TUTTI GLI ALTRI SON NESSUNO

Roma, 18 febbraio 2010 – Un parlamentare sottoposto volontariamente al test promosso dal sottosegretario per le politiche antidroga, Carlo Giovanardi, è risultato positivo alla cocaina [per i risultati completi, leggere QUA] . A parte l’ovvia considerazione che la cocaina deve aver evaporato anche l’ultimo neurone del misterioso parlamentare che va a sfidare la sorte sapendosi in difetto, di sorprendente sono le dichiarazioni di Giovanardi stesso:

«Non so chi sia. Non ho la più pallida idea, se è senatore o deputato, se è uomo o donna. Il risultato del test è segreto – ha spiegato Giovanardi –  Non si può arrivare all’identità della persona: i test sono identificati con un codice conosciuto solo dalla persona che si è sottoposta al test e il cui risultato può essere ritirato con una scheda in possesso dall’interessato. Impossibile conoscere il parlamentare positivo».

Ma allora, viene da chiedere: a che scopo organizzare la messinscena della probità antidroga della nostra classe politica, quando il colto in fallo, e solo il colto in fallo può avere notizia della sua fallacità?

Non basta: il test – ribadiamolo: volontario – intendeva smontare la vox populi secondo cui il parlamento sarebbe un «covo di drogati». Ebbene, dei quasi mille fra deputati e senatori, solo 232 hanno aderito all’invito: poco più di ¼ degli aventi diritto. Di questi, 29 NON hanno dato l’autorizzazione alla pubblicazione del proprio risultato, fra i quali: Antonio Di Pietro, Ignazio La Russa, Giorgia Meloni, Luca Zaia, Michela Brambilla e Luciana Pedoto.

Alla luce di ciò, non si capisce come il sottosegretario possa sbandierare il risultato come «più che soddisfacente». Soddisfatti di cosa? Dell’ennesima dismostrazione che vige incostratato il codice della doppia morale: non far fare agli altri quello che piace fare a te? Beh! sì: in questo caso, i risultati sono più che soddisfacenti…

P.S. Carlo Giovanardi – ricordiamolo – è quel nostro esimio politico che sul caso del povero Stefano Cucchi aveva sentenziato la sua morte dovuta al fatto di essere un drogato e non alle percosse subite in cella di sicurezza e al trattamento ospedaliero, a dir poco negligente, ricevuto di conseguenza. A suo tempo, e giustamente, la sua sortita venne ritenuta degna della richiesta di dimissioni [leggi QUA]. Dimissioni, ovviamente, mai pervenute. Le avesse presentate, e fossero state eventualmente accettate, si sarebbe risparmiato quest’altra pessima figura.

MORTE IN BIANCO E ARRESTI VERI A VANCOUVER

Vancouver, 17  febbraio 2010 – È stato finalmente arrestato il responsabile degli incidenti di Vancouver. Chi? direte voi: l’ingegnere che ha progettato  la pista per le gare di slittino dove, il 13 febbraio, nel corso delle prove preliminari,  si è consumato l’omicidio (almeno) colposo del ventunenne georgiano Nodar Kumaritasvili, finito contro uno dei 20 pilastri di cemento, senza protezione, che accompagnavano il percorso di discesa dislocati, addirittura, lungo la curva più pericolosa del tracciato?

Macché! A finire in galera è Guillame Joseph-Marc Beaulieu, 27 anni: undicesimo arrestato per le manifestazioni di dissenso contro le Olimpiadi e capo dei contestatori che il 14 febbraio avevano  sfidato in piazza l’Evento Giocoso, prendendosela soprattutto con le vetrine  della  Hudson bay company, la compagnia di negozi ufficiali che sponsorizza i Giochi. Non solo: la polizia assicura che le indagini proseguono e porteranno sicuramente ad ulteriori sviluppi penitenziari.

Solerte e micidiale come sono sempre le macchine della giustizia, quando si tratta di reprimere forme di dissenso contro quanto non può essere dissentito, sonnecchiano un po’ quando devono procedere con i propri affiliati di rispetto. Risulta non ancora pervenuto, infatti, l’avviso di garanzia per il responsabile (di cui si ignora perfino il nome) della morte dell’atleta georgiano.

«Era inesperto», hanno immediatamente sentenziato gli organizzatori dei Giochi. Chi? L’ingegnere progettista? Ma no: l’atleta e, in quanto inesperto, ben gli sta, il caso è chiuso e così sia…

LETTERA APERTA DEI LAVORATORI AFRICANI DI ROSARNO
“I MANDARINI E LE OLIVE NON CADONO DAL CIELO”

Roma, 16 febbraio 2010 – In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l´Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie…prelevati, qualcuno è sparito per sempre.

Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l´interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza.

La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste? Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all´uomo.

Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud. Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori. Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.

Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all´Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:

domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada. Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità.

L´Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma

BERTOLASO. LA CADUTA DEL VICERÉ

Roma, 15 gennaio 2010 – Guido Bertolaso sacrificato sull’altare della patria? Così titolavamo l’articolo che trovate QUI. Era il dubbio che sorgeva spontaneo quando alte, dalla centrale dell’Impero, Washington, per voce del sottosegretario di stato, Hillary Clinton, s’erano levate le lamentele per le improvvide critiche che il nostro plenipotenziario alle emergenze e agli eventi eccezionali aveva avanzato agli Usa, per il modo di gestire il soccorso internazionale ad Haiti, dopo il terremoto che ha messo al tappeto il paese caraibico.

Bisogna dire che Silvio Berlusconi, sprezzante (?) delle ingiunzioni ultraoceaniche, aveva preso cappello e dichiarato:«Lo farò ministro».

«Ah, sì? – si devono essere detti gli imperatori yankee – Allora non hai capito chi comanda, qui (lì)… Ora, te lo dimostriamo…».

Ed esco spuntare dal magico cilinidro dello Zio Tom, con una tecnica nota fin dai tempi dei fatti del Craxi disobbediente a Sigonella, il pan che a noi non manca proprio: l’ennesimo scandaluccio fatto di tangenti, favori mobili, immobili e sesso…

Intendiamoci: gli imprenditori, Anemoni & Compagnia floreal-contante, avranno un bel daffare  per dimostrare la loro innocenza. Il marcio c’è e si vede. Che, con ogni probabilità, lo stesso Bertolaso viva giorni di inquietudine giudiziaria, ci sembra il minimo per chi aveva la massima responsabilità dei lavori pubblici, dalla Maddalena a L’Aquila, passando per l’ogni dove delle sue sconfinate competenze, senza essersi accorto del commercio di denaro che montava liberista ad ogni stato di avanzamento dei lavori.

Forse, può valere anche per lui l’aureo detto ormai in uso nel bel paese, ogni qual volta si voglia inchiodare qualcuno ad un processo kafkiano: «Non poteva non sapere».

Certo è che pretendere di inchiodarlo per una serie di telefonate in cui gli Anemoni chiedono a prelati prestiti di denaro in coincidenza di presunti appuntamenti con lui; o per il fatto di essersi esposto a massaggi di vario tipo in circoli sportivi sempre di competenza dei suddetti Anemoni, è poca cosa per imbastire un’accusa di corruzione. Tant’è che, mentre la compagnia dei nuovi furbetti del quartierino se ne sta beata beata in galera, a lui (Bertolaso) è arrivato solo un semplice avviso di garanzia.

Ma tanto basta, a noi, per avanzare il sospetto che, ancora una volta, chi anche solo si azzarda ad avanzar critiche ai padroni del vapore (gli Usa) se la rischia del suo e alla grande.

Una cosa positiva, comunque, in tutto questo solito squallidume sudditante c’è: è di oggi la notizia che il decreto per la privatizzazione della protezione civile (leggi “Come ti privatizzo l’emergenza nazionale“, su FQ) è stata ritirata.

Uffa, spiace dire un’ovvietà ma una volta tanto ci vuole: non tutti i mali (Usa) vengono per nuocere.

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