Gambescia & Vacca. A destra per caso o…

miro renzaglia

Avessero fatto come i pamphlettisti polemici di un tempo che si riservavano nell’anonimato, avrei pensato che a scrivere questo A destra per caso fossero due rancorosi outsiders che, rimasti appiedati dal passaggio dell’autobus buono, o messi giù perché sprovvisti di biglietto, cominciano ad inveire contro tutto e tutti: dai passeggeri ex compagni di viaggio, al controllore, al conducente.

Tanta è la bile che trasuda dalle pagine di questo libretto, per di più scritto male, pieno di refusi e corpi del carattere tipografico che vanno e che vengono, che sarebbero bastate le prime due pagine a farmi desistere dal perderci tempo. Ma, ahimè, la copertina reca i nomi anagrafici dei due autori (si fa per dire): Carlo Gambescia e Nicola Vacca. E, allora, visto che li conoscevo come personcine a modo, mi sono detto: vabbeh! vediamo dove vogliono andare a parare, magari sono io che sono prevenuto.

Col cazzo che mi sbagliavo! Il succo del loro discorso è questo: noi (cioè, loro…), capitati a destra per caso, perché uno (Gambescia) già cattolico liberale e l’altro (Vacca) già socialista riformista, siamo (cioè, sono…) se non i soli almeno tra gli ultimi depositari della Vera Destra.

Ora, quale sia questa Vera Destra di cui si sentono paladini, dalla loro serrata conversazione non è dato essere edotti: non un paradigma, non una chiave interpretativa e meno che mai una proposta o un’analisi. Niente: l’idea della Destra Vera è rimasta gelosamente custodita nella loro testa. Oddio! visto che il pamphlet è edito per i tipi de Il Foglio, uno potrebbe arrivare ad ipotizzare che la Vera-Destra-Vera sia quella che si costituisce a libro paga dell’attuale premier di Governo. E qua e là, tra una leccata di culo a Giuliano Ferrara e una strizzatina d’occhio al Cavaliere, l’ipotesi non sembra nemmeno tanto peregrina. Ma si tratta di semplici indizi. Per il resto, ci sono solo 88 pagine di insulti e offese a tutti quelli che secondo loro hanno tradito la Vera Destra e la Destra Vera seguendo gli strappi di Fini verso… sinistra (sic!), primi fra tutti i redattori del Secolo.

Chi mi conosce sa bene che a me della Vera Destra, della Nuova Destra e della Destra Nuova, poco me ne è mai calato. Anzi, per essere ancora più precisi, è il medesimo concetto di destra che mi è sempre stato estraneo e finanche ostile. Scrivo sul Secolo, come ho scritto sul quotidiano di Piero Sansonetti, Gli Altri, come scriverei pure sul Manifesto o sul Foglio, solo che mi invitassero a farlo e non mi censurassero manco una virgola. Questo, tanto per dire della mia indipendenza intellettuale e del mio schierarmi al di là di quelle categorie – destra e sinistra – che considero, a differenza del premiato duo Gambescia-Vacca, contenitori vuoti ed inutili all’interpretazione dell’esistente in vigore d’essere.

Mi sono sorpreso non poco, quindi, quando i due gentiluomini (si fa sempre per dire), senza nemmeno l’onestà intellettuale di citarmi, mi hanno ascritto a pieno titolo in quella destra-pop da loro fieramente avversata, riprendendo da il Fondo questo passaggio della mia lettera aperta a Gianfranco Fini (LEGGI QUA l’evidenziato in rosso)  e riportandolo a pagina 57 del loro verbo:

«Gli è che al fondo di tutto, io vedo nelle tue nuove posizioni il tentativo libertario di allargare nel XXI secolo la base dei diritti civili. Come, a guardare bene, fece il regime ventennale del secolo scorso: diritto alla casa, al lavoro, alla previdenza sociale, alla sanità, all’istruzione, allo sport, all’uscita della donna dalla condizione esclusiva di mamma e moglie, etc… etc…».

Commentando da par loro il mio riferimento al fascismo con un:  «Peccato che trascurasse i diritti civili».

Capita l’antifona? La casa, il lavoro, l’istruzione, lo sport etc., per le loro menti non sono diritti civili. Basti questo a bollarli come analfabeti della sociologia del diritto e a dare la misura dell’intensa profondità del loro ragionamento e sconsigliarne la lettura. A meno che uno non voglia farsi due risate rimembrando i fasti dei Fratelli De Rege.

P.S. Il sociologo Carlo Gambescia, che pure – come si è detto sopra –  iscrive il Fondo alla categoria dei fogli della destra-pop, da lui tanto schifata, non ha però declinato l’invito a rilasciarci, poco tempo fa, un’intervista  in occasione della pubblicazione della sua penultima fatica intellettuale (LEGGI QUA). Evidentemente, la pubblicità val bene un compromesso col proprio adamantino senso di appartenenza alla Vera-Destra-Vera.

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