Gamāl ‘Abd al-Nāṣer e il socialismo di popolo

Romano Guatta Caldini

Quando nel ’42, le forze dell’Asse penetrarono in territorio egiziano, spingendosi a circa ottanta chilometri da  Alessandria d’Egitto, molti ufficiali dell’esercito di re Farouk, spinti da sentimenti antibritannici, cercarono di prendere contatti con l’intelligence italo-tedesca, al fine di favorire l’ingresso, in città,  delle truppe guidate da Rommel. Tra gli ufficiali egiziani, dalle note simpatie fasciste, c’era anche un giovane che, in seguito, avrebbe fatto carriera, il suo nome era Gamāl ‘Abd al-Nāṣer: Nasser (nella foto con Fidel Castro).

Classe 1918, Nasser aveva intrapreso la sua militanza politica durante il periodo liceale, nei ranghi dei movimenti nazionalisti. Alcune fonti indicano Nasser, come anche Muhammad Anwar al-Sādāt, fra i più attivi coordinatori della lotta anti-colonialista. A testimonianza dei contatti fra le forze dell’Asse e gli ufficiali egiziani è la dichiarazione di  Sadat: «L’Asse aveva forze superiori. La macchina bellica fascista in Cirenaica era ora nelle mani esperte dei tedeschi. La Gran Bretagna guardava in faccia la sconfitta. Approfittare di queste circostanze così favorevoli era per l’Egitto un dovere. Il morale delle nostre forze era alto, ed esse erano pronte a combattere. Prendemmo contatto con il quartier generale tedesco in Libia e ci muovemmo in completa armonia con esso (…) Se il collegamento tra gli egiziani insorti e le truppe dell’Asse fosse diventato effettivo, la nostra guerra sarebbe diventata un affare internazionale».

Le truppe  fasciste si presentavano, quindi, come un esercito di liberazione; già nel luglio del ’42, il governo italiano, d’intesa con l’alleato germanico, aveva pubblicato una dichiarazione in cui, in caso di vittoria e quindi di espulsione delle forze inglesi, l’indipendenza e la sovranità dell’Egitto sarebbero state garantite. Dal 1922  l’Egitto, formalmente,  era  uno stato indipendente, uno stato sovrano, ma la permanenza delle truppe di Churchill rimase costante. Da qui, lo scaturire del crescente ri-sentimento anti-britannico e il proliferare di movimenti di dichiarata filiazione fascista, quando non addirittura nazional-socialista. E non è un caso, lo storico Stefano Fabei, in una recente intervista rilasciata a Giovanna Canzano, ha ricordato che: «l’Italia fu il primo paese europeo ad appoggiare la resistenza palestinese, contro la potenza mandataria, cioè la Gran Bretagna, e contro i sionisti e il loro progetto d’insediamento in terra santa.(…) L’Italia versò al Gran Muftì, che guidava la rivolta contro le forze militari inglesi e contro l’immigrazione ebraica, 138.000 sterline, circa 10.000.000 di  euro attuali».

Nonostante ciò, il Fascismo non è sempre stato panarabista, all’interno del movimento mussoliniano, infatti,  convivevano due correnti: una  filo-sionista, che intratteneva  rapporti diplomatici con esponenti ebraici (vedi il progetto di colonizzazione ebraica in Abissinia), e l’altra più propensa a favorire i rapporti con il mondo arabo; l’incrinarsi dei rapporti con l’Inghilterra e il patto con la Germania di Hitler faranno prevalere l’ala “islamista”.

Al termine del secondo conflitto mondiale e con la conseguente sconfitta dell’Asse, sia Nasser che Sadat vennero rinchiusi, dagli inglesi, nei campi di concentramento per collaborazionisti, uguale sorte toccò a circa seimila ufficiali egiziani.  Terminata la prigionia, Nasser divenne uno degli esponenti di spicco del movimento dei Liberi Ufficiali, organizzazione militare clandestina  che, dopo l’attuazione di un colpo di stato ai danni di Re Farouk, abolì la monarchia, proclamando l’avvento della Repubblica.

In seguito al vittorioso putsch del luglio ’52, l’ascesa al potere, da parte di Nasser,  divenne inarrestabile. I  punti essenziali della dottrina di Nasser e della sua Filosofia della rivoluzione furono:  l’esercito come avanguardia del processo rivoluzionario, la lotta contro l’imperialismo, la giustizia sociale e  l’unità araba. All’interno del processo rivoluzionario nasserista,  non potevano mancare chiari riferimenti al Fascismo, in tal senso: «La struttura della repubblica d’Egitto –  scrive Maurice Bardeche – riproduce i caratteri della struttura politica fascista. Il capo dello Stato riunisce nelle sue mani i diversi poteri, (…) i partiti politici sono sciolti ed il contatto col popolo è mantenuto per mezzo del partito unico, l’Unione Nazionale». Aboliti, infatti, tutti i partiti e calmati gli animi dei Fratelli musulmani, Nasser iniziò il suo processo di affrancamento dalle forze coloniali, dapprima, imponendo agli inglesi il ritiro delle truppe come da accordi del 19 ottobre 1954, poi, nazionalizzando tutti i settori portanti dell’economia nazionale.  Anche dal punto di vista economico, il nasserismo, per certi versi,  seguiva l’esempio italiano, attraverso la costruzione di un sistema corporativo con a capo un unico organismo di controllo.

Ma il vero capolavoro di Nasser è stato la creazione della diga di Assuan, progetto che, per essere messo in opera, aveva bisogno d’importanti finanziamenti. Dopo il netto rifiuto da parte della Banca mondiale, il capitale, per la realizzazione della diga, si ottenne grazie alla nazionalizzazione  della compagnia che gestiva i traffici nel canale di Suez, operazione politica ed economica a cui seguirono dure  prese di posizione da parte d’ Inghilterra, Francia e naturalmente anche  d’Israele.

Il conflitto militare, che ne  seguì, vide uscire vincenti le forze nazionaliste arabe; la crisi di Suez si chiudeva, in breve tempo, con l’affermarsi, a livello internazionale, del nascente socialismo nasseriano. Un socialismo nazionale, quest’ultimo, che, integrandosi con l’Islam moderato, riuscì a traghettare l’Egitto dal suo passato coloniale a un presente di moderna potenza economica e militare, anche se con tutte le contraddizioni tipiche dei paesi a economia mista. L’inter-classismo di Nasser favorì l’avanzata di un ceto medio caratterizzato da una forte coscienza nazionale, un rinnovato  spirito patriottico che portò perfino i  militanti comunisti  ad aderire all’Unione nazionale. Certo, tale avvicinamento fu dovuto anche al rapporto privilegiato che il Comandante Nasser aveva con l’URSS. Resta il fatto che non pochi quadri comunisti videro, nel nazionalismo arabo, la possibilità di dare vita ad un ampio fronte di liberazione antimperialista. Nel ’67, la guerra dei sei giorni porrà fine alla parabola nasseriana e al sogno di una grande nazione araba.

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