e-reader. Non c’è niente da ridere

Mario Grossi

“Che sia maledetto Antonio Pennacchi! Che siano maledetti tutti questi musi gialli di giapponesi! Che sia maledetta anche l’Alitalia! E maledetto me!”.

L’altro ieri ero proprio di cattivo umore. E ne avevo tutte le ragioni. Mi sono svegliato alle quattro e mezza del mattino per prendere il primo volo per Milano. A tracolla la borsa col pc, rigonfia a dismisura di tutte le mie scartoffie (inutili, ai fini pratici, perché solo delle copie cartacee dei file già presenti nella memoria virtuale della macchina computatrice, ma necessarie per sedare la mia ansia da attacco informatico azzeratore di tutte le sue presunte capacità).

Esco da casa alle cinque. Per la prima volta in vita mia, per mancanza di spazio nella borsa, senza un libro che mi faccia compagnia durante il trasferimento, nello specifico il tomo di Pennacchi Canale Mussolini che sto leggendo ma che, con le sue quasi 500 pagine, è voluminoso e scomodo da trasportare (mannaggia a lui).

Arrivo in aeroporto alle sei meno un quarto e alla fila dei metal detector trovo una comitiva di innocenti giapponesi che aspettano disciplinati il loro turno ma che intasano l’unico varco aperto e lo rendono più affollato della metropolitana di Tokyo in un’ora di punta (mannaggia a loro).

Cerco di sgattaiolare verso l’ingresso che l’Alitalia dedica ai soli passeggeri diretti a Milano Linate e lo trovo ancora chiuso (mannaggia all’Alitalia).

Mi metto in fila e aspetto, con l’angoscia di perdere il volo che monta ogni secondo di più e senza niente da leggere per distrarre la mia attenzione (mannaggia a me).

È in queste situazioni, potenzialmente tragiche, in cui un grigio travet può trasformarsi in un killer spietato pronto alla strage, che la fatina buona, che sempre accompagna i lettori in difficoltà, ti prende per mano e ti aiuta. Nel mio caso la sua mano invisibile mi indica un contenitore in cui è piazzata una pila di quelle riviste patinate, colorate, inutili e fortunatamente gratuite che l’Alitalia mette a disposizione dei viaggiatori, non si capisce bene se per intrattenerli o per farli innervosire ancora di più.

La rivista si chiama Infly e la pila è l’ultimo numero di marzo.

La sfoglio svogliatamente, certo che non ci troverò niente d’interessante, e invece ecco spuntare un articolo che scatena in me un sommovimento di sentimenti e d’immagini che mi hanno accompagnato fin qui.

L’articolo in questione, Tutta la biblioteca di casa in un clic. Un’esagerazione? No, una realtà molto vicina, è un rapido resoconto sull’ e-reader che, a detta dell’articolista, è ormai una realtà consolidata.

Gli e-reader sono quegli aggeggi informatici che sono degli apparecchi nati per leggere gli e-book, libri in formato digitale che dovrebbero mandare in soffitta gli obsoleti libri cartacei.

Leggo avidamente l’articolo che, data la situazione che sto vivendo, è più attuale che mai.

Gli e-reader, apprendo, sfruttano la tecnologia e-ink (tutte queste “e” con trattino già mi danno il vomito) e il loro schermo non è retroilluminato come quelli dei pc e questo renderebbe la lettura simile a quella dei libri e facile anche in piena luce diurna.

Ma i vantaggi sono altri. Un e-reader ha uno spessore inferiore ai 2 centimetri, e difficilmente supera i 500 grammi di peso. Il libro di Pennacchi Canale Mussolini ha uno spessore doppio (3,8 cm per la precisione) e pesa 684 grammi. Se ne avessi avuto uno avrei potuto completare la mia lettura anche nella sgradevole circostanza in cui mi sono trovato.

In un e-reader è possibile archiviare anche 50 libri. E qui la mia mente va al marzo scorso, quando per un breve viaggio in Giappone, per sopportare le 10 ore di volo, mi sono portato in cabina uno zainetto del peso di 10 kg che conteneva oltre alle solite due guide turistiche (sempre Lonely Planet e Touring) altri tredici libri, di cui ne lessi solo otto. Gli altri cinque mi sono serviti, come serve una stecca di sigarette ai più incalliti fumatori, per avere la certezza di non rimanerne senza.

Con un e-reader avrei agevolmente trasportato con un peso irrisorio un numero ben superiore alla modica quantità necessaria per sopravvivere.

L’e-reader ha la possibilità di aumentare le dimensioni dei caratteri del testo che si sta leggendo, permettendo, anche qui, a quelli come me, che ormai necessitano d’occhiali da lettura, di lasciarli a casa ed evitare di perderseli (io sono al quinto paio scomparso).

Inoltre molti modelli offrono la possibilità di avere un’uscita cuffia per ascoltare la musica, ma soprattutto gli audio-libri.

Si possono anche prendere appunti e mettere segnalibri come con un libro vero (non so se si chiamano e-appunti ed e-segnalibri).

Il sistema di e-lettura più famoso, scopro essere il Kindle di Amazon che vende ormai un e-book ogni due libri cartacei.

Negli USA inoltre ci si può abbonare a un quotidiano che viene scaricato automaticamente ogni mattina nell’apparecchio di lettura.

Una realtà concreta e comoda dunque, ma non in Italia, dove l’esiguo numero di e-book in vendita e la mancanza di servizi come quello dei quotidiani, rendono l’e-reader ancora un futuribile che stiamo raggiungendo con lentezza.

Insomma una serie di vantaggi che dovrebbero farmi fare i salti di gioia.

Ma la mia innata diffidenza trova riscontro nella parte finale dell’articolo in cui il giornalista dichiara con innocente superficialità «Forse la generazione di lettori puristi della carta storceranno il naso ma, a parte l’esperienza tattile, la fluidità di lettura è simile».

Che il contatto fisico tra polpastrelli, mano, corpo (quando si sta sdraiati, ad esempio, si utilizza il petto come leggio) sia fondamentale per il lettore è fuori discussione. E qui l’e-reader perde.

Non può certo restituire la ruvidità o la levigatezza della carta che costituisce il tessuto su cui la trama scritta giace. È notorio che un libro di poesie necessita di una pagine bianca, ma non di un bianco ghiaccio, meglio una tonalità sul panna. La pagina deve essere grezza, sobriamente elegante, impreziosita unicamente dal nero dei caratteri. Solo così il ritmo, il suono, la metrica, possono arricchirsi di una cornice viva fondamentale per il verso.

Così come un libro fotografico, sia esso in bianco e nero o a colori, ha bisogno di carta lucida, non troppo riflettente, levigata, liscia al tatto.

Le dimensioni di un libro di poesia devono essere piccole. Quelle di un libro d’arte sono più grandi. E poi un libro di poesie deve essere impugnato saldamente, lo si deve “lavorare” con la propria fisicità. Spesso esce dalla lettura, ammaccato, vissuto, tumefatto, carico anch’esso degli umori del lettore. Un libro d’arte va sfogliato con mano asciutta e lieve, appena pizzicando il bordo della pagina, che non va rovinata con ditate untuose che rendono le immagini opache e sporche.

Ma se è noto che il contatto fisico con il libro è fondamentale non si può trascurare l’odorato. Ogni lettore annusa il suo libro prima di leggerlo e durante la lettura. Il fresco aroma di una pubblicazione nuova o il rancido di un libro vecchio acquistato su una bancarella o il tarlato profumo di cuoio di un libro antico, sono esperienza che si affianca alla lettura del testo. Così l’utilizzo della vista periferica che ci permette durante la lettura di percepire il colore della pagina, le sue sfumature, le macchie d’umido e l’ambrato della pagina ingiallita.

Non arrivo a dire che un libro si assaggia, apprezzandone il gusto leccandolo, perché sarebbe esagerato, ma i sapori percepiti con l’odorato inevitabilmente si sedimentano sulle papille gustative e sono certo che anche voi, almeno una volta, avrete percepito lo strato polveroso posato sulla costa di un libro come un ottundente gusto di terra sulla vostra lingua e sul palato.

Come tutto questo possa essere riprodotto da un e-reader non è dato sapere.

Sembra quasi che l’e-reader sposi un concetto totalitario della lettura. Totalitario nel senso che privilegia un unico senso nei confronti degli altri.

Con l’e-reader sembra quasi che la lettura sia, appunto, solo leggere dei caratteri su una superficie anonima.

La lettura, come la vita, è un’esperienza ben più variegata e totale ma mai totalitaria e totalizzante. Non si schiaccia su un’unica scelta di senso. Come esistono stratificazioni di significato in un testo così esistono attività diverse che la rendono un insieme di più cose: lettura certo, ma anche tatto, odorato, vista, udito (come può un e-reader riprodurre il fruscio delle pagine? Forse con qualche simulazione elettronica di suoni?).

Poi esistono altri problemi irrisolti che a me stanno particolarmente a cuore. Uno di questi è il problema degli spazi e di come gestire la propria biblioteca cartacea.

Con l’e-reader, in una memoria virtuale esterna dalle ridotte dimensioni, si possono immagazzinare quantità di testi che se fossero cartacei occuperebbero sterminati spazi casalinghi. I libri, si sa, invadono tutti gli spazi disponibili e anche gli indisponibili. Vero! Ma come gestire il trasferimento dei libri cartacei posseduti?

Con delle scansioni si può trasformare la propria biblioteca da cartacea in virtuale, ma io ho già affrontato questo problema con gli LP in mio possesso e l’ho trovato irrisolvibile.

Mi feci regalare uno di quei piatti con cavo USB e relativo software per passare dal vinile al CD. Ma un conto è trasferire alcune decine di dischi in questo modo, un altro è digitalizzarne più di mille. Dovrei forse assoldare qualche società specializzata a prezzi proibitivi.

Così con i libri dovrei assoldare qualcuno per scansionare alcune migliaia di volumi per comprimerli in una memoria esterna del pc per trovare quello spazio che sembra essere una benedizione per alcuni ma che a me appare mortificante.

Mi troverei in una casa vuota, con una scatoletta nera in cui c’è tutto ma proprio tutto, ma che mancherebbe di tutto proprio di tutto.

Aveva ragione Hermann Hesse quando diceva «Una casa senza libri è una stalla».

E poi pensateci bene, io questo calcolo l’ho fatto (ma ve lo risparmio), quanto riscalda o rinfresca, in funzione delle stagioni una parete tappezzata di libri? Basta calcolare la resistenza termica di un parallelepipedo di cellulosa. E a quanto ammonta il potere fonoisolante del medesimo parallelepipedo?

L’e-reader non ha neanche lontanamente le prestazioni di un buon vecchio libro di carta e per il confort abitativo oltre che per la propria salute mentale questo non può essere trascurato.

Per non parlare di altri gustosi divertimenti, come quello di scrivere la lista dei 100 libri da portarsi su un’isola deserta che non avrebbe significato con l’e-reader, visto che potrebbe immagazzinare tutto lo scibile umano.

E ancora. Come vi immaginereste la Biblioteca di Alessandria trasformata in e-biblioteca? E quella labirintica de Il nome della Rosa?

Senza carta come sarebbero possibili gli inverecondi roghi dei libri conosciuti in ogni epoca passata e a ogni latitudine?

La profezia di Fahrenheit 451 si compie senza distruzioni o censure, in modo soft, moderno, in nome di un progresso che forse ci faciliterà in alcune occasioni ma che mina nel profondo il senso della vita, almeno quella non virtuale, fatta di sangue, di carne, di ossa e di sudore.

Dal mio studio biblioteca, l’ultima ridotta della Valtellina, osservo l’implacabile avanzare del mostro elettronico.

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