Clint Eastwood. Invictus

Raffaele Morani

httpv://www.youtube.com/watch?v=vdA2ZWhLiFE
(Clint Eastwood, Invictus, 2010)

Gli elementi per il grande successo al botteghino ci sono tutti, due star hollywoodiane, come Morgan Freeman e Matt Damon, un regista che non ha bisogno di presentazioni e che, come il buon vino, migliora invecchiando come Clint Eastwood, una storia siginificativa. Stiamo naturalmente parlando di Invictus-l’invincibile, il film che rievoca le gesta di Nelson Mandela, appena eletto presidente del Sudafrica finalmente libero dall’Apartheid, e che decide di costruire l’unità della sua nazione utilizzando lo sport più popolare presso i bianchi afrikaner, il rugby, lo sport che secondo Oscar Wilde “è uno sport da selvaggi giocato da gentiluomini, mentre il calcio è uno sport da gentiluomini giocato da selvaggi.” Il rugby, uno sport che veramente unisce, basti pensare ai tifosi che in ogni latitudine si mischiano insieme o al rito non scritto ma rispettato universalmente del Terzo Tempo, che unisce alla fine della partita giocatori e tifosi avversari, ma che in Sudafrica per i razzisti afrikaner era diventato un segno della loro superiorità sui neri (1) ma anche sul resto del mondo sportivo.

Rigida separazione in campo e sugli spalti, tra i bianchi e le altre etnie (xhosa, zulu, ecc.) che preferivano giocare a calcio, sport snobbato dagli afrikaner. Sarà forse un caso se in molti film che trattano l’argomento Sudafrica, quest’aspetto è ben evidenziato? Pensiamo ad esempio a Grido di Libertà di Richard Attenborough del 1987, dove Steve Biko e i militanti neri antirazzisti giocano a calcio, o alla scena iniziale di Un’arida stagione bianca di Euzan Phalcy del 1989, dove all’inizio del film i due mondi sono simboleggiati dai giovani del ghetto che giocano a calcio laceri e scalzi sulla polvere, mentre i bianchi giocano a rugby su un bel prato erboso, ben curato, con divise immacolate (incipit utilizzato anche dal vecchio Clint nel suo Invictus), per concludere col recente Il colore della Libertà – Goodbye Bafana di Bille August (2007), che ricostruisce la storia del rapporto tra Nelson Mandela e James Gregory, il suo guardiano nel carcere di Robben Island, che naturalmente segna una splendida meta in una partita tra le guardie del carcere.

Tornando alla storia narrata dal film, Nelson Mandela uscito dal carcere, dopo ventitré anni, eletto trionfalmente presidente del Sudafrica, si appresta non solo a smantellare il regime razzista contro cui ha lottato per tutta la vita, ma anche a costruire un nuovo Stato, senza discriminazioni, di cui tutti si sentano parte in egual maniera, bianchi, neri o meticci. Creare una nuova nazione, e favorire una reale pacificazione tra le due comunità che si sono fino ad allora ignorate e odiate, e per fare questo pensa di ricorrere al rugby, lo sport della minoranza ex dominante, trovando un aiuto in Francois Pienaar, capitano della nazionale sudafricana, i mitici Springboks, assente da diversi anni dalle competizioni internazionali a causa dell’apartheid, e che si appresta a giocare i mondiali del 1995 proprio in Sudafrica. Pienaar, boero e aristocratico, si convince lentamente che i tempi sono cambiati, e guida gli Sprinboks alla vittoria nella finale contro gli invincibili All Blacks neozelandesi (maestri tra un mondiale e l’altro, ma che sbagliano le partite decisive dei tornei,  contro ogni pronostico).

Il film, tratto dal bel libro del giornalista John Carlin Ama il tuo nemico (2), è girato magistralmente, con una buona attenzione ai particolari, basti pensare fra l’altro che Damon e altri attori americani nella versione originale parlano inglese con accento afrikaner, inoltre per essere un film di yankees (che di rugby capiscono poco!) devo dire che le scene delle partite di rugby non sono male, sebbene con alcune piccole imprecisioni, che solo l’occhio attento dell’appassionato della pallaovale riesce a cogliere. A parer mio sono particolarmente significative altre scene, come il primo incontro ed il rapporto successivo tra le due scorte di Mandela, quella composta da afrikaner, e quella dei militanti dell’ANC, combattenti di due eserciti contrapposti, che fino al giorno prima si sarebbero sparati addosso e che, per ordine del presidente, iniziano a collaborare guardandosi in cagnesco, fino a conoscersi ed apprezzarsi reciprocamente, e diventare una sola unità. Altro momento forte è la visita degli Springboks tra i bambini del ghetto nero.

Su tutti gli attori primeggia decisamente Morgan Freeman, che ha studiato per mesi il personaggio Mandela, fino ad immedesimarsi in lui, come nel miglior cinema d’altri tempi.

Il mondiale del 1995, passò alla storia oltre che per la finale Sudafrica-Nuova Zelanda, in cui non ci furono mete ma i punti vennero tutti realizzati da drop e punizioni del neozelandese Andrew Mehrtens (di origine sudafricana) e del bok Joel Stransky (che fra l’altro aveva giocato due anni in Italia, a l’Aquila e San Donà), fu anche il primo mondiale dove cominciò a farsi largo il professionismo nel mondo della pallaovale, non a caso furono anche identificati con la fortissima ala degli All Blacks Jonah Lomu, la prima star internazionale di uno sport dove il collettivo primeggia sul singolo.

Nella finale del  mondiale il presidente Mandela, che come quasi tutti i neri era appassionato di calcio e pugilato, e quando giocavano gli springboks tifava per gli avversari, andò ad assistere alla finale indossando la maglia n. 6 del Sudafrica donatagli da Francois Pienaar, la maglia di una squadra che aveva simboleggiato la divisione e la supremazia bianca, un evento epocale, come se in Italia alla fine della seconda guerra mondiale un dirigente della nuova repubblica nata dalla resistenza avesse incontrato ed incoraggiato la nazionale di calcio campione del mondo nel 1934 e 1938, indossando una maglia con tricolore e fascio littorio sul petto. Un piccolo grande gesto di riconciliazione, senza parlare poi dei pressanti inviti alla pacificazione lanciati dall’alto della sua carica, conquistata a furor di popolo, e del suo carisma, oltre che della sua grandezza che hanno impedito che da liberatore diventasse un dittatore alla Afewerki o un leader autoritario alla Mugabe, e che il suo paese sprofondasse nella guerra civile e nel bagno di sangue che molti temevano o addirittura qualcuno auspicava.

La riconciliazione non ci fu solo grazie al rugby, fu anche opera della commissione Truth and Reconciliation Commission (TRC), “Commissione per la verità e la riconciliazione”, fondata giusto quell’anno e presieduta dall’arcivescovo Desmond Tutu. Commissione che raccolse le testimonianze di coloro che si erano resi colpevoli di violazioni dei diritti umani durante il regime dell’apartheid, o di coloro che erano stati le vittime di tali violazioni, con la possibilità di concedere l’amnistia ai reoconfessi. Una commissione che ascoltò tutte le parti in causa, poliziotti e militari sudafricani e anche militanti dell’African National Congress e di altre organizzazioni anti-apartheid, concedendo l’amnistia ed il perdono in cambio della verità ad oltre 800 persone (3).

Vedendo il film, e soprattutto gli sviluppi successivi del Sudafrica, non si può fare a meno di pensare che forse al nostro Paese è mancato veramente un personaggio come Nelson Mandela, un leader in grado di riunire la nazione e farci superare insieme la nostra stagione di contrapposizione ed odio. Ma se un simile personaggio fosse arrivato, coloro che parlano di attualità dell’antifascismo o dell’anticomunismo come l’avrebbero accolto? Nella nostra cara vecchia Italia, le forze politiche dopo oltre sessant’anni dalla fine della Resistenza e della guerra civile, e a quasi trenta dalla stagione degli odi e dei lutti degli anni di piombo, non riescono veramente a porre la parola fine a quella stagione e a voltare pagina, anzi, a parte qualche lodevole eccezione, assistiamo ad un brutto copione recitato dai più, a base di delegittimazione reciproca e al tentativo di resuscitare vecchi odi e contrapposizioni. Tuttora si assiste a troppi distinguo quando qualche ragazzo viene aggredito da altri ragazzi di idee diverse, o peggio ancora quando partiti o collettivi vorrebbero impedire ad altri gruppi di poter esistere o chiedere in nome della democrazia e della libertà la chiusura e la messa fuorilegge di altre organizzazioni perché si rifanno a modelli ideali diversi (vedi il caso di Casa Pound), direi che da un film come Invictus (un buon film, non un film buonista!), e dall’esperienza sudafricana, pur con tutti i suoi limiti, abbiamo tutti qualcosa da imparare.

_______________________

1) per comprendere bene questo sviluppo consiglio la lettura di Le rugby sud-africain: histoire d’un sport en politique,  di Jean-Pierre Bodis, Karthala,1995

2) Ama il tuo nemico. Nelson Mandela e la partita di rugby che ha fatto nascere una nazione, di John Carlin, Sperling & Kupfer, 2009

3) per approfondire consiglio il libro Non c’è futuro senza perdono di Desmond Tutu, Feltrinelli, 2001, e la visione dei film Red Dust di Tom Hooper e In My Country di John Boorman usciti nel 2004

.

LOGO

I LIBRI DE “IL FONDO”

Per ulteriori informazioni sui volumi
cliccare sulle copertine

fondo

I libri de “Il Fondo”
possono  essere acquistati online
sul sito “ilmiolibro.it

libri_fondo magazine

nella finestra “cerca”
digitare il nome dell’autore o il titolo e seguire le istruzioni

_______________________________________

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks