Aria di golpe. Nemmeno tanto strisciante

Angela Azzaro

Per provare a spiegare la gravità di quello che è successo con l’approvazione da parte del Governo del decreto salva liste proviamo a fare un paragone con il mondo del calcio. Paragone lieve, si potrebbe obiettare. Ma proprio la leggerezza dell’esempio riesce ancora meglio a far risaltare l’assurdo del meccanismo posto in essere. Il ddl varato in corso d’opera è infatti come se durante una partita di calcio l’arbitro, cioè il giudice, fischiasse un calcio di rigore contro una delle due squadre. Il presidente del club penalizzato ancora prima di far battere il rigore si rivolge alla Figc che, da un minuto all’altro, stabilisce che l’aera di rigore si riduce da 17 metri a 15 metri. Il calcio di rigore a quel punto non è più tale, ma diventa un calcio di punizione al limite dell’area. Che cosa pensereste davanti a una decisione del genere? Nessuno, credo, avrebbe timore di gridare al golpe calcistico e parlerebbe di campionato, più che truccato, stravolto.

Ebbene, se questo giudizio è vero per il calcio che cosa dovremmo dire del ddl interpretativo salva liste? Forse, pur sbagliando ancora una volta nei toni e nella corsa solitaria, ha ragione Antonio Di Pietro quando grida allo scandalo e chiama le persone in piazza contro la decisione del Consiglio dei ministri.

Il fatto è che il ddl salva imbecilli è solo l’ultimo di una lunga lista di atti governativi che stanno minando le basi della democrazia. Si va dalle leggi ad personam come il processo breve (che ci sia bisogno di una riforma della giustizia non ci sono dubbi, ma ancora meno dubbi ci sono sulla molla della legge voluta da Berlusconi per favorire le sue vicende personali) per arrivare allo smantellamento costante del diritto del lavoro: la riforma dell’articolo 18 passata nei giorni scorsi alla chetichella è un atto gravissimo che consegna agli imprenditori un’altra arma di ricatto contro i lavoratori. Fino al divieto di approfondimento politico nei talk-show in periodo preelettorale. Si arriva così all’ultimo provvedimento: oltre le cose già dette, vorremmo solo sottolineare come pesi sulla decisione del Governo il pesante sospetto che non avrebbe agito allo stesso modo se le liste penalizzate fossero state quelle dell’opposizione.

L’accumulo dà quindi la sensazione di un attacco sistematico ai diritti fondamentali, da quelli formali a quelli sostanziali. Un attacco che passa attraverso l’uso e l’abuso del voto di fiducia, cioè di un Parlamento, come più volte ha ricordato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che rischia di essere esautorato del suo ruolo.

Bisogna ancora una volta sottolineare come la sinistra si sia mossa tardi e male. Davanti alla situazione che si era creata avrebbe fin da subito dovuto cercare un dialogo con la maggioranza che guida il Paese. E’ vero che sia Pierluigi Bersani che Antonio Di Pietro avevano lanciato segnali di avvicinamento, sostenendo che non volevo andare alle urne senza l’avversario, ma poi sono stati un po’ a guardare, paralizzati – secondo Il Secolo d’Italia – dallo scontro interno tra il leader del Pd e quello dell’Italia dei valori, che – per una volta – temeva di essere superato in populismo dai suoi alleati di centrosinistra.

Oggi lo scontro tra i due maggiori partiti dell’opposizione è sul ruolo avuto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Di Pietro parla addirittura di impeachment per aver firmato il ddl salva liste, il Pd chiama in piazza il suo popolo ma difende Napolitano. Resta il fatto che Napolitano non poteva molto probabilmente non firmare un decreto che presenta i criteri di costituzionalità richiesti. Il problema resta invece quello del mancato confronto tra maggioranza e opposizione.

Ma da questo punto di vista è evidente che il Pdl ha maggiori responsabilità. Per quanto ce la si possa prendere con il populismo di Di Pietro resta il fatto che il Governo ha per l’ennesima volta agito “pro doma sua”.

Lo ha ricordato nell’editoriale di domenica del Corsera Enrico Galli Della Loggia. Il politologo, che non nasconde le sue simpatie per una destra moderna e un Pdl molla del sistema maggioritario, conferma però le sue critiche sia al partito che non c’è sia al provvedimento appena varato. Ma in assenza della voce degli ex di An, in questo momento costretti al silenzio dai guai delle liste in cui sono coinvolti, il richiamo di Galli Della Loggia non può che restare inascoltato in attesa che dopo le elezioni Fini e finiani decidano se dare vita ad un’altra formazione partitica o continuare a restare dentro il Pdl per spostarlo a piccoli passi.

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