Alfredo Venturi. Lo scoppio del fulmine

Mario Grossi

Oggi è una bella giornata di sole, dopo le piogge e le nevicate dei giorni scorsi. Giornata perfetta per uscire dal mio studio casalingo e per andare a piazzarmi in quell’angolo del terrazzo che io ho ribattezzato, tra i frizzi e i lazzi dei miei due figli (sempre pronti, nella loro cinica giovinezza a stigmatizzare i miei eccessi retorici), “pensatoio esterno”. In realtà è un tavolino con delle poltroncine, con una presa elettrica a portata di computer. È lì che, con l’animo rasserenato dal cielo blu, ho riflettuto su tre atavici pregiudizi che, sono sicuro, fanno parte del bagaglio di molti di voi.

Su queste incrostazioni mi sono soffermato: le case editrici, i giornalisti che si cimentano con i saggi storici, la Rivoluzione francese. Lo spunto è stato la mia ultima lettura, un saggio di storia edito da Hobby&Work, scritto da Alfredo Venturi dal titolo Lo scoppio del fulmine, che sta per uscire in questi giorni.

E siamo al primo sopracciglio sollevato e atteggiato a supponenza. L’Hobby & Work non è una casa editrice di quelle che fanno tendenza, non ha niente di chic, pubblica roba da edicola, un sacco di DVD, raccolte, collezioni, manuali per la casa, per la cura del gatto. Vuoi mettere recensire qualche bel volume patinato, elegante, trendy, che fa gran figura quando si frequenta qualche salotto letterario.

Per carità nulla da dire sull’Adelphi, benemerita casa del libro che molto ha fatto e sta facendo per la lettura. Ma se fossimo un po’ meno spocchiosi e un po’ più curiosi ci saremmo accorti prima (io in prima persona) che, per esempio, esiste una collana di saggi storici dell’Hobby & Work che è un invidiabile pozzo di San Patrizio che bisogna solo avere la voglia di sondare. La sorpresa positiva è certa. Provare per credere.

Il secondo sopracciglio alzato, che ben presto lascia il passo allo sgranar d’occhi tipico dello stupore più genuino, riguarda i giornalisti che scrivono di storia. Io qui non c’entro perché ho da tempo sostenuto di non far parte di quegli stolti lettori, per non parlare degli accademici,  che reputano la storia appannaggio degli storici di professione. Spesso i giornalisti, la storia la sanno raccontare meglio, riescono a carpire, molto più degli storici, l’odore dell’epoca di cui stanno scrivendo. E spesso, con la loro prosa asciutta che nulla cede alle ampollosità retoriche dell’intricato gergo professorale, restituiscono un quadro non solo più intellegibile ma anche più vero alla scena. Gli esempi si sprecano, a me piace citare William L. Shirer e la sua Storia del Terzo Reich che restituisce meglio di ogni studio universitario il clima di quel periodo. In questo caso poi, come avrò modo di specificare oltre, si va ben al di sopra e al di là del sintetico periodare giornalistico.

Il terzo sopracciglio (diciamo il primo che abbassato s’incurva nuovamente per la nostra presunzione) è riservato alla Rivoluzione francese che come altri grandi eventi della Storia sono stati studiati, visitati e rivisitati tante volte.

Di primo acchito il commento è sempre lo stesso: «Che altro si può scrivere su quel capitolo così abitato che non sia un ruminare inutile». Spesso è così ma qualche volta si scopre un nuovo orizzonte, che non può essere perso se si vuole ricondurre la nave sulla giusta rotta. E anche in questo caso mi viene voglia di dire che importante è che cosa si scrive (e il che cosa riserva sempre qualche piacevole sorpresa), ma anche e soprattutto il come lo si scrive.

Tutto questo pregiudizio crolla miseramente, come un vetro infranto troppo fragile, alla lettura anche di una sola pagina di Lo scoppio del fulmine saggio appunto che già dal sottotitolo avverte lo sprovveduto lettore La Rivoluzione francese come non è mai stata raccontata. Mai sottotitolo corrisponde a verità come questo.

Esagero! Mi è bastato leggere la citazione che occupa le prime due righe della premessa per rendermi conto che la lettura non sarebbe stata deludente. “Fate sempre passare le idee attraverso i fatti e i fatti attraverso gli uomini. Allora idee e fatti saranno veri” utilizzata come dice l’autore “per illustrare la chiave di volta di questo libro.

È la dichiarazione di quello che si potrà assaporare nel testo, pregevole proprio per questo. Ogni capitolo è una sorta di micro biografia dei personaggi che in quegli anni calamitosi calcarono la scena. Ed è attraverso il tratteggio delle loro figure e attraverso descrizioni e aneddoti che tutta la storia viene incanalato in quel flusso che squarcia i protagonisti e che dà un senso al suo scorrere.

È come descrivere il mare in tempesta descrivendo e posizionando correttamente le tante isole che compongono quell’arcipelago senza farsi trascinare nell’inferno dei numeri. In fin dei conti uno Tsunami può essere raccontato indicandone la forza in qualche criptica unità di misura sconosciuta ai più o misurandone l’altezza dell’onda o la frequenza tra onde diverse. Un bel tabulato carico di numeri che spiega scientificamente il fenomeno. Oppure può essere raccontato a partire dall’orrore che riempie gli occhi degli isolani che vedono avvicinarsi l’onda che di lì a poco li sommergerà affogandoli.

Ecco l’autore partendo da queste brevi biografie, dagli stati d’animo, dalle miserie intellettuali, dalle piccinerie, dalle presunzioni dei protagonisti, dai piccoli tic che li assalgono riesce a restituire al fenomeno la sua vera essenza: lo sconquasso che provoca nelle vite di tutti coloro che volenti o nolenti lo stanno vivendo.

Memorabile a mio modo di vedere il primo capitolo che narra le vicende del re che viene portato al patibolo per essere ghigliottinato.

«Luigi XVI è appena sceso dalla carrozza che lo ha condotto qui dalla torre del Temple…. Ora si appresta a salire i gradini del patibolo. Accanto alla ghigliottina, alla lama che fra pochi istanti troncherà quella testa regale e che ora risplende nella fredda luce invernale, lo aspetta Charles-Henri Sanson, titolare del ruolo ufficiale di carnefice, con i suoi quattro assistenti…».

In questa situazione drammatica il re riesce a chiedere se ci sono notizie di Monsieur de la Pérouse che guida un spedizione navale nel Pacifico e che ha fatto naufragio, chiudendo così la sua vita, ironicamente accostata al naufragio della monarchia e del re che di lì a poco si troverà decollato.

La descrizione degli attimi che precedono la sua morte sono descritti con una serie di aneddoti che la dicono lunga anche sulla maliziosa perfidia dell’autore.

«Ora Luigi XVI, o Luigi l’Ultimo, come lo hanno battezzato i più sprezzanti fra i repubblicani, osserva lo strumento del suo supplizio. Lo guarda con occhio esperto, perché fu proprio lui, un paio d’anni addietro, a suggerire un’importante modifica alla macchina che prende il nome da Joseph Guillotin. Suggerì la forma del trapezio».

Intingendo la penna nel veleno, l’autore chiosa «Fra poco Luigi potrà sperimentare personalmente la bontà della sua intuizione».

Fantastico e luciferino. Un brivido mi corre su per la schiena mentre scopro i denti in un sorriso di ambiguo compiacimento.

Ma Venturi non percorre mai il facile schema che divide i protagonisti in buoni e cattivi. Certo Luigi è stato descritto come «uomo goffo, pigro, privo di grazia. Immagine non soltanto ingenerosa ma anche falsa: probabilmente Luigi è il primo a rendersi conto di non essere stato all’altezza della sfida rivoluzionaria che lo ha investito, ma non è lo sciocco che molti ritengono. È un uomo sereno e coraggioso».

«Eppure c’è una cosa che lo preoccupa….. il chiasso di tutti quei tamburi. Non cesseranno un momento di rullare? Vorrebbe dire due parole… Intanto gli s’avvicina il suo carnefice: “è necessario legarvi la mani”. “Questo mai.” Esclama il condannato, e con un gesto impulsivo allontana l’uomo e la corda. Intervengono gli altri, compresi Sanson (boia sì, ma capace di qualche accortezza diplomatica), che gli si rivolge con aria rispettosa: “Con un fazzoletto, Sire…” “Ebbene, sia anche questo, mio Dio…”. Poi prova a sovrastare il rullo dei tamburi: “Popolo, io muoio innocente!”».

La descrizione di questo piccolo vezzo prima della fine, è collocata qui per stemperare l’atmosfera o ancora per creare un contorno irridente?

Poi la scena madre si compie in tutta la sua enfasi. «Ecco l’ultimo atto: il condannato disteso sull’asse, il collo nella lunetta, la lama che precipita con un sibilo e uno schianto, Sanson che si china sul canestro, afferra per i capelli quella testa grondante sangue, la solleva mostrandola alla folla che scandisce: “Viva la nazione, viva la repubblica!”, i cannoni che sparano  a salve annunciando a Parigi e al mondo che giustizia rivoluzionaria è stata fatta».

Mi sono a lungo soffermato su queste pagine perché credo condensino tutto lo stile dell’autore che descrive quest’antica festa crudele con uno stile secco, condito da acide sottolineature che però generano un clima non malevolo e cattivo, ma beffardo e partecipato. Disincantato nelle descrizioni, che si susseguono, guarda i protagonisti investiti dalle onde della Storia che tentano di governare con tutte le armi che hanno. Armi e strumenti umani ci avverte l’autore. Non sfilano dunque, in questo museo delle cere, che sotto la sua penna acquistano vita, vittime e carnefici, eroi e superuomini, ma persone, con tutte le loro paure, le loro contraddizioni, con tutti i loro espedienti per tentare di navigare in quel mare in tempesta. Ambiguità, voltafaccia, ritorni improbabili, sogni che mai potranno avverarsi, protervie e codardie. Su tutto questo, un mare di sangue che fisicamente arrossa le pagine del libro che stai leggendo. Quelle stesse pagine che incredibilmente, spinte da una scrittura incisiva, incalzante, dal ritmo cinematografico, prendono vita. Le parole scritte si trasformano in un affresco vivo, si odono le urla della folla, i clamori, l’ondeggiare delle picche, si percepiscono il puzzo di sudore delle masse schiacciate contro i cancelli delle Tulieries ricacciate indietro dalla Guardia del re, si annusano gli afrori del popolo e la paura che serpeggia tra i reali.

Mi sono sorpreso leggendo nella notte a voltarmi verso mia moglie quasi che quei tumulti potessero essere uditi dalla dormiente.

Sembra di assistere a una danza che presto diverrà macabra, gli eventi ondeggiano anch’essi sotto i colpi degli eventi che come fotogrammi impazziti scorrono di fronte agli occhi del lettore, avvinto al suo libro tanto da farsi diventare le dite blu. Gli schieramenti non prevalgono, in modo lineare, gli uni sugli altri. Si susseguono tentativi di far approdare le ire popolari verso forme di monarchia costituzionale, o verso una repubblica in cui trovino spazi anche quei cortigiani che altri invece vorrebbero mettere a morte senza tanti complimenti.

Sembra quasi la trama di un noir che, tra colpi di scena, cambi di schieramenti, tradimenti e tentativi di rovesciare le sorti, non esplicita mai l’assassino. E anche se si sa come è andata a finire, il fiato rimane sospeso come se all’improvviso la Storia che conosciamo potesse prendere un esito diverso.

Sta qui secondo me uno dei grandi meriti di Venturi, riesce a trasparire dalla sua narrazione una convinzione profonda. Nulla è scontato, tutto poteva accadere e la Rivoluzione francese, come tutti i fatti della Storia non sono progressivi, così come siamo abituati a crederli con il senno del poi, che è tutto accademico. Quando si è nella Storia o quando la si racconta dal di dentro, immedesimandosi con i protagonisti, tutto si fa più evanescente, rarefatto, l’esito è sempre in bilico e pronto ad essere sovvertito.

La morte di Luigi XVI è solo un assaggio di quello che si può leggere nel saggio, tanto memorabile, dicevo, che ha suscitato in me ricordi giovanili carichi di doloroso pathos, quando lessi, malamente fotocopiato (visto che allora era un libro tabù), ne I Poemi di Fresnes di Robert Brassillach, il Canto per Andrea Chenier, il poeta francese ghigliottinato cui Brassillach si affratella. Come lui, sarà trascinato al forte di Montrouge, con la sua sciarpa rossa, in un brumoso mattino di febbraio, per essere fucilato.

Dritto sulla pesante carretta,
Attraverso Parigi scalmanata,
In fronte il pallore del carcere
E nel cuore l’ultimo canto d’Orfeo,
Te ne vai verso il patibolo
O fratello dal collo mozzato….

Nelle chiuse e rigurgitanti prigioni
Ancora un mondo viene distrutto.
Al nero sole della nostra disgrazia,
Ancora plebe nelle vie
Come ai vecchi tempi
Che chiede sempre: morte…

E quelli che vengono trascinati al palo
Nel piccolo mattino gelido,
Sul volto il pallore della galera,
Nel cuore l’ultimo canto di Orfeo,
tu tendi la mano, senza parola,
O fratello dal collo mozzato….

Poi, con un repentino scarto, si passa a Maria Antonietta, con le sue alterigie, con la sua difesa strenua dell’Assolutismo e delle sue prerogative. L’aneddoto delle brioches, «Il popolo non ha pane? Ebbene che mangi brioches!», immortalato per ricordare la sua protervia e la sua mancanza di comprensione per i fatti, è utilizzato dall’autore per una precisazione maligna. I sostenitori della regina interpretano quelle parole sprezzanti in senso inverso, come un gesto di generosità verso i popolani affamati, quasi un invito a servirsi, prelevando dalle scorte, del cibo di corte, cosa che suona sardonica nella sua irrealtà.

Poi tutti gli altri, Necker, Mirabeau, La Fayette, Talleyrand, Pio VI, Danton, Marat, Carlotta Corday, Robespierre, Napoleone in un turbinio di avvenimenti che si concludono con una nota sarcastica, l’ultima, solo perché chiude il libro, da parte dell’autore: «Dopo il devastante scoppio del fulmine, dopo che dalla cruenta grandiosità dell’evento sono scaturiti i valori della modernità riassunti nel trittico liberté-egalité-fraternité, la Francia e il mondo potevano aspettarsi sviluppi diversi da vent’anni di avventure militari. Dal tremendo bagno di sangue allargato all’intera Europa e oltre i confini continentali. Dallo strano destino di un popolo che dopo avere ucciso il suo re si ritrova sul trono un imperatore».

Insomma se ancora circolano libri così chi se ne frega del cinema. Sempre che questo non suoni riduttivo per questo saporito boccone avvelenato.

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