Via Padova e dintorni

Omar Camiletti

Dovendo provvedere alla sorella, rimasta vedova, e ai 4 piccoli figli di questa, Ahmed bin Ahmed, disperato, decide di lasciare l’Egitto e di entrare  clandestinamente  in Italia. Una volta sbarcato a Pozzallo giunge al Nord, dove per un furto banale viene condannato a quattro anni da scontare nel carcere di Reggio Emilia. In quella esperienza a contatto con la durezza degli altri detenuti impara come sapersela “cavare” nel mondo. Una volta fuori dal carcere Ahmed  si trova a vagare per diversi giorni attraverso il Nordest dell’Italia, vedendosi chiudere in faccia ogni alloggiamento da altri suoi connazionali ed ogni opportunità di lavoro a causa del suo status di  clandestino nonchè ex  galeotto.

Ormai si rende conto di essere, allo stesso tempo, diventato un peso per chi è riuscito a trovare onestamente una sistemazione e un criminale per le autorità italiane. Questa situazione finisce per esasperare il risentimento e l’odio nei confronti di tutto il genere umano che incontra davanti a sé, fino a spingerlo ad una fredda malvagità d’animo. Frattanto, con dei  documenti falsi,  giunge nella città di Saronno, ha la fortuna di imbattersi in Monsignor Murelli. Vescovo della cittadina, Murelli è un ex “giovane repubblichino”, costretto all’esilio in patria nel dopoguerra.  Dopo una crisi spirituale si è trasformato  in un uomo pio e giusto e, presi  i votim è asceso nella gerarchia della Chiesa.

Bin Ahmed  diffida del prelato, che pure lo accoglie in casa, offrendogli la cena ed un posto dove dormire. Prima che sorga l’alba scappa dalla casa rubando le posate d’argento del vecchio, ma una pattuglia dei carabinieri lo sorprende e lo riporta di nuovo di fronte al Vescovo, il quale lo difende  sostenendo che quelle posate fossero in realtà un dono, e rimproverandolo di non avere preso dei candelabri d’argento, fino ad allora gli unici oggetti di lusso tenuti da Murelli.  Rilasciato Ahmed bin Ahmed, al colmo dell’abiezione  commette quella stessa notte un nuovo delitto, derubando una coppia di giovani del  loro bancomat.

Tuttavia,  affiora in lui uno stato d’animo prima confuso poi scuotendolo fino a un terribile rivolgimento della sua coscienza, realizza  finalmente ciò che voleva fargli sentire il vescovo: provare compassione per sé e per gli altri. Matura  così la convinzione di cambiare per sempre vita.

Nei commenti ai fatti di Via Padova  si può misurare tutta la distanza che ci separa da una comprensione della mutazione che piaccia o meno sta avvenendo in Italia e in Europa… Oggi la radio ripete: «siamo oltre 60 milioni in Italia e di questi il 7% è straniero».  Su di un dato come questo, incontrovertibile, si basano tutte le varie analisi con sfumature che vanno dal cinismo di chi osserva giocare divertito alla via Pal al compiaciuto allarme apocalittico di chi si vede passare sotto i propri piedi il Limes tra occidente e oriente .

Si comincia dal blog di Felice Capretta che ha abitato un paio d’anni nella famigerata strada dove apprendiamo con tutta una lombrosiana accuratezza  vari etno-comportamenti, definiti più asetticamente come placche etniche -continentali e dunque destinate con la relativa deriva a scontrarsi:  «Ci sono i sudamericani. Sono tanti e bevono molto, ma non sono particolarmente aggressivi, almeno non con gli italiani. Ci sono le bande e ci sono i coltelli Ci sono i nordafricani. Sono tanti, sono sempre incazzati e gestiscono lo spaccio di droga. Ci sono i cinesi. Sono tanti, si smazzano le loro cose tra di loro, forniscono cibo a basso costo a tutte le placche etnico-continentali. Gestiscono il commercio al dettaglio. Ci sono poi le altre etnie, tra cui quella italiana, che conta poco o niente».

Da una prima ricostruzione effettuata dagli investigatori della Squadra Mobile, sembra che a scatenare la lite poi sfociata nell’accoltellamento del nordafricano da parte di cinque presunti giovani sudamericani, sarebbe stato «un piede pestato». Il blogger prosegue dicendo di  aver assistito più volte a queste simpatiche (sic!) scenette di integrazione multiculturale:  «Normali – scrive –  per chi  vive quotidianamente magari senza un lavoro, magari con altri 10 compagni di stanza e un solo bagno, magari senza permesso di soggiorno e più volte pestato dalla polizia perché beccato a vendere droga. Probabilmente c’è stato qualche apprezzamento di troppo da un nordafricano alla fidanzata di un sudamericano, e da lì, probabilmente gli insulti, gli spintoni, le manate e poi le lame. Cose che succedono (sic!). E così parecchi nordafricani si sono riversati nelle strade,  hanno manifestato la loro rabbia ed il loro malcontento, e lo hanno fatto rovesciando le auto e spaccando tutto, in particolare sfasciando le vetrine dei sudamericani».

Questa sbrigativa sociologia spiegherebbe quello che è successo in via Padova. Il blogger descrive poi alcune modalità di come si viveva nella palazzina in cui aveva abitato. «C’era una coppia di milanesi, “perbene” – ci tiene a specificarlo –  lui insegnante, lei psicologa in un consultorio. I due avevano speso tutti i loro risparmi, indebitandosi pesantemente  con un mutuo per acquistare entrambi gli appartamenti al primo piano e farne un unico grande spazio. Dietro, c’era un cortiletto- giardino interno ma era ormai adibito a deposito di rose per i venditori bengalesi ma soprattutto a toilette per chiunque. E per chiunque intendo chiunque, anche non del palazzo. Tanto il portone era sempre aperto. Al piano di sotto dei due milanesi “perbene”, c’erano10 cubani in un bilocale e 8 bengalesi  nell’altro. Al piano di sopra, in un appartamento, 2 travestiti brasiliani con problemi di alcol e droga (con relativo silenzio  di notte) nell’altro appartamento antistante al loro, c’era andato a vivere il blogger con la sua ragazza. Scoprendo che fino a poche settimane prima ci aveva esercitato una professionista del più antico mestiere. Doveva avere un bel giro di clienti, dal momento che per altri 8 mesi – confessa il blogger – c’era sempre qualcuno che suonava il citofono, chiedendo se poteva salire. In effetti la zona abbondava di prostitute che esercitano in case che si affacciano sulla via, sembravano degli studi dentistici con porta e finestra dotate di tapparellina interna abbassata». Poi il blogger parla del problema di trovare parcheggio e di ritrovare sana la propria auto l’indomani. Naturalmente ironizzando sui vantaggi per qualcuno di avere a due passi l’ipermercato della droga aperto 24 ore su 24.

Questo tipo di descrizione induce  ad una conclusione rassegnata Miguel Martinez: «non esistono Buoni e Cattivi nelle vicende come quella di Via Padova, per il banale motivo che gli esseri umani sono più o meno uguali, e la rabbia e il terrore di “italiani” e di “stranieri” sono entrambi giustificati, per quanto si esprimano a volte con ululati fallaciani oppure con sprangate sulle auto. Via Padova sarebbe  uno dei due volti del nostro futuro: una cloaca di rifiuti “umani” scaraventati dall’industrializzazione globale dell’agricoltura nel Terzo Mondo  utilizzati per sfamare di cocaina, badanti (e prostitute) l’Occidente. Effetto della facilità con cui si entra in Italia unito alla difficoltà di legalizzarsi, da qui la necessità di mettersi in clan familiari o in bande di giovani maschi per cavarsela in un mondo ricco ma duro e in piena crisi economica (esportazioni italiane calate del 20% solo nel 2009) che rende superflui tanti migranti». L’altro volto sarebbero le gated community, i condomini  telesorvegliati 24 h su 24 per chi se le potrà permettere. In questa tragedia non sono mancate le comparsate televisive  per blaterare di progetti per integrare, di ronde e di fiaccolate;  tutte tisane che per un pò di tempo calmeranno le anime belle.

La radio continua a trasmettere: «Tra non più di 15 anni gli immigrati saranno decisivi per la tenuta della coesione sociale del Belpaese  e per la competività della sua economia». Un dato poco messo in risalto: i nati da madri straniere sono giunti quest’anno a circa 94 mila, pari al 16,5% del totale delle nascite in Italia, ma il il 3,4% di questi è con partner italiano. Non siamo già alla fase dell’incrocio con le “Sabine”?. Nel 1989 Spike Lee nel film Do the right thing aveva messo in scena il carattere schizoide di chi ragionava sulle generalizzazioni etniche  in cui ognuno biasimava all’altro di essere sempre peggiore.

Ahmed El Sayed 19 anni era in Italia da 3, arrivato via mare. A Milano era entrato nel programma per i «minori non accompagnati»: una comunità, un corso di lingua e avviamento al lavoro, un permesso di soggiorno con una scadenza fissata al compimento dei 18 anni. Lo zio ricompone alla meglio la figura del nipote: «Gli piaceva vestirsi all’occidentale: giubbotto e jeans a vita bassa, di recente anche un piercing alla bocca, una pallina d’acciaio. Voleva cambiare la sua condizione guadagnare  e dimostrare  quando sarebbe andato in vacanza in Egitto che ce l’aveva fatta. Ahmed viveva a Cimiano, ma spesso tornava in via Padova o in via Arquà, dove era andato a dormire anche gli ultimi due giorni prima di essere ucciso: lì aveva gli amici. Ahmed aveva un fratello e due sorelle, che vivono con i genitori nella regione di Sharkia, terra di agricoltori vicino al delta del Nilo». Alla inevitabile domanda “maliziosa” sull’integralismo  incombente,  lo zio si schermisce: «No, non andava in moschea, era ancora un ragazzino, era preso dalle cose che interessano i giovani della sua età. Nessuno di noi l’ha mai rimproverato per questo» .  Eppure dopo l’accoltellamento succede qualcosa d’imprevedibile: la vista della salma a terra, esposta alla sguardo dei curiosi,     sembra riproporsi come ennesima umiliazione e sprezzante indifferenza verso  i simboli del rito funerario islamico – e cosi come i famosi cani degli “esperimenti” di Pavlov – il gruppetto di giovanissimi  arabi, molti egiziani,  nel dolore ritrova di colpo la propria forza vitale, altro che griffes, piercing e delinquenziali sociologie; monta la protesta: chiedono di portare il cadavere nella vicinissima moschea. Alla risposta negativa delle forze dell’ordine (la legge italiana prevede che il corpo possa essere rimosso solo dopo l’autorizzazione del magistrato) la situazione esplode. Il grido “Allah u Akbar” (In Dio la grandezza) non ha trovato però (almeno per questa volta ancora) la compostezza e la disciplina di un capo”, di una guida “spirituale” come faceva Denzel Washington nel film Malcom X. Sono scattate invece  le rabbie devastatrici su auto, motorini, ristoranti e locali pubblici frequentati da sudamericani. Per questi disordini sono stati fermati finora 10 giovani magrebini, incuranti ( e anche questo dovrebbe far riflettere) che la loro immagine finisse ripresa dai fotografi e dalle telecamere di sorveglianza. Non sembra una situazione in stile “Caduta dell’impero romano” con i musulmani, ad esempio, al posto dei Goti? Se sono occorsi svariati secoli per includere quelli che ancora vengono definiti  gli invasori barbarici, quanti ce ne vorranno per capire le identità e la geopolitica dell’Europa che verrà?

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