Sentenza Raciti. Pagano i soliti…

Alessandro Cavallini

Martedì scorso è stata pronunciata la sentenza di primo grado per la morte di Filippo Raciti, l’ispettore di Polizia caduto in servizio duranti gli scontri avvenuti il 2 Febbraio 2007 fuori lo stadio Massimino di Catania, dove nel frattempo si stava giocando il derby siculo fra i padroni di casa ed il Palermo. L’imputato, Antonino Speziale, è stato condannato a 14 anni di reclusione, con l’accusa di omicidio preterintenzionale.

La sentenza è stata letta intorno alle 19 e 30 alla presenza di Marisa Grasso (vedova di Raciti), dei genitori del poliziotto e dello stesso Speziale che subito dopo la lettura ha dichiarato: «Sono tranquillissimo perché so di essere innocente, non ho fatto niente di male e resto sereno. Del resto mi aspettavo questa sentenza. C’è un complotto contro di me ma non mi arrendo, con il mio avvocato faremo appello». Il suo difensore, Giuseppe Lipera, ha aggiunto: «E’ una sentenza errata e ingiusta anche senza conoscere le motivazioni, da non condividere. Appelleremo».

I giudici hanno poi inflitto a Speziale anche 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. Ricordiamo, inoltre, che nel luglio del 2008 l’imputato era stato già condannato a due anni di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale e la pena è stata interamente scontata.

A fianco di Speziale avrebbe agito anche un altro ultras del Catania, che sarà giudicato in un altro processo presso la Corte d’Assise di Catania. Per lui sono stati chiesti 11 anni di reclusione, 10 per omicidio preterintenzionale ed 1 per resistenza a pubblico ufficiale.

Ma questa sentenza continua a non dissolvere i numerosi dubbi sulla vicenda. Basti pensare al verbale redatto il 5 febbraio scorso alla squadra mobile di Catania dall’agente scelto S.L., con particolare riferimento a quanto accaduto intorno alle 20 e 30. «In quel frangente sono stati lanciati alcuni fumogeni, uno dei quali è caduto sotto la nostra autovettura sprigionando un fumo denso che in breve tempo ha invaso l’abitacolo. Raciti ci ha invitato a scendere dall’auto per farla areare. Il primo a scendere è stato Raciti. Proprio in quel frangente ho sentito un’esplosione, e sceso anch’io dal mezzo ho chiuso gli sportelli lasciati aperti sia da Balsamo che dallo stesso Raciti ma non mi sono assolutamente avveduto dove loro si trovassero poiché vi era troppo fumo. Quindi, allo scopo di evitare che l’autovettura potesse prendere fuoco, mentre era in corso un fitto lancio di oggetti e si udivano i boati delle esplosioni, chiudevo gli sportelli e, innescata la retromarcia, ho spostato il Discovery di qualche metro. In quel momento ho sentito una botta sull’autovettura e ho visto Raciti che si trovava alla mia sinistra insieme a Balsamo portarsi le mani alla testa. Ho fermato il mezzo e ho visto un paio di colleghi soccorrere Raciti ed evitare che cadesse per terra». A quel punto Raciti viene adagiato sul sedile e soccorso da un medico della polizia.

Può essere che l’ispettore sia dunque morto per la manovra imprudente del collega alla guida del Discovery? A questa domanda il tribunale non ha risposto. Molto più comodo addossare tutte le colpe ad un violento e pericoloso ultras, piuttosto che accertare eventuali responsabilità di un poliziotto. Così funziona la giustizia in Italia, come ha ben insegnato il caso Gabbo e la lieve condanna dell’assassino Spaccarotella. Perciò non siamo per nulla stupiti dalla sentenza di Catania, la conoscevamo ancor prima della lettura. Eppure l’indignazione non passa e continueremo a denunciare queste ingiustizie della magistratura italiana, che vuole condannare in toto e senza possibilità d’appello l’intero movimento ultras.

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