Scene di ordinaria informazione

Omar Camiletti

La società della comunicazione o per meglio dire la società dello spettacolo si regge su un flusso permanente di notizie e informazioni che spesso, molto spesso,  rendono evanescente la complessità del vivere, nondimeno “formano” l’opinione pubblica  e nell’argomento specifico della scuola, dei giovani delle identità delle minoranze religiose e/o etniche  si sente concludere su un islam reazionario, di voi musulmani , di  noi occidentali  e dei giovani, gli adolescenti e dei loro diritti.

Da questo fluido gelatinoso, il blob che ci sommerge e attraverso il quale vediamo e siamo visti, ho tratto, ritrascrivendoli, dei brani di due articoli apparsi ieri sui due maggiori quotidiani italiani  ovvero quello di Jenner Meletti su Repubblica e l’altro di Annachiara Sacchi sul Corriere della sera; dunque non ho inventato niente , non ho alcuna pretesa di giudicare cosa è bianco e cosa è nero, il mio intento nel presentarli in una specie di pièce teatrale è di attivare delle catarsi, reciprocamente, e per questo non c’è di meglio che il rispecchiamento.

Scena I – Interno di una casa, presenti la giornalista, la troupe, l’operatore della macchina da presa e il tecnico delle luci e poi l’intervistato con accanto il suo avvocato che traduce dall’inglese. La giornalista:  Per una notte e un giorno è stato l’uomo più ricercato d’italia, il mostro, il criminale come si definisce lui stesso  «È lei il rapitore di sua figlia Almas? Le voleva far fare un matrimonio combinato anche se è cosi giovane e non voleva?».  L’uomo che risponde ha un aria remissiva:  «Sì sono io Mahmoud Aktar,  adesso sono qui in stato d’arresto in una casa che non sento più come mia… perché mi hanno portato via anche gli altri miei due figli».   Il 18 gennaio a Fano ha rapito sua figlia dalla scuola che frequentava l’ha caricata in auto e portata a Roma forse la voleva spedire in Pakistan. Ora davanti alle nostre telecamere per la prima volta tramite il suo avvocato cerca di spiegarsi: «Perché ho sequestrato mia figlia  Almas? Erano nove  mesi che non la vedevo, non la incontravo da quando le avevo dato quello schiaffone il 22 aprile del 2009 e lei era stata portata via da una donna, la madre di una delle sue amiche, il pronto soccorso le aveva medicato un taglio perchè cadendo aveva sbattuto la testa contro un mobile». La giornalista rivolgendosi alla telecamera commenta  «Dall’ospedale Almas è uscita e per sottrarla alle violenze domestiche subite in famiglia  è andata diretta in una comunità».  Il padre continua: «I giudici mi hanno detto che dovevano togliermi la patria potestà ma che avrei potuto rivederla,  in tutti questi nove mesi però i servizi sociali non sono mai stati capaci di farmela incontrare,  alla fine parlando con Nabila, mia moglie e gli altri due miei figli che hanno 16 anni il maschio e l’altra femmina 14,  mi sono deciso: Basta, ho pensato, non ce la faccio più,  Almas è mia figlia, deve ritornare fra noi, le dobbiamo far capire  quanto  è importante per noi».  La giornalista «Quanto la sua religione ha influito su quella decisione?». «Sono pakistano e musulmano ma l’islam nel mio caso c’entra poco e non voglio che lei pensi che sono il tipo di padre padrone con i miei figli, come qualsiasi altro genitore cerco di discutere ma a quell’età è difficile, non si rendono conto di tante cose, non hanno bisogno psicologico tanto di noi quanto invece di essere accettati, non presi in giro dai loro coetanei».  Fa una pausa il padre e poi riprende: «Almas quando è arrivata in Italia aveva solo 12 anni, l’ho iscritta alle medie come fanno tutti gli immigrati con figli. Lei ha imparato subito la lingua italiana. Ma in quella classe ha trovate delle ragazze della sua stessa età che fumavano, giravano da sole fino a tarda sera, andavano in discoteca, non prendevano lo studio sul serio, lei, non so spiegarmelo, venne attratta da quegli atteggiamenti, voleva essere come loro, allora  ho cominciato a dirle di stare  attenta, quelle magari sono ricche, sono italiane,  stanno nella loro terra un futuro ce l’hanno, noi no…  Sì, adesso capisco che le davo il tormento “non puoi fare la principessa vuoi quel modello di cellulare, vuoi questo, vuoi quello ma io non ho abbastanza soldi  e lei ha cominciato a mandarmi a quel paese; rimanevo sbalordito come era possibile che mia figlia fosse arrivata a questo punto, piangevo in silenzio al pensiero di un demonio che si fosse impadronita della ragazza.Tranquillamente Almas poi spiegava a sua madre  che per le ragazze italiane era normale mandare a quel paese i propri genitori. Quella volta dello schiaffo è perche non ci ho visto più: pretendeva di andare e tornare da sola senza essere accompagnata dal fratello a ripetizione di matematica fra l’altro a 20 euro l’ora. Ho provato a dirle di far venire l’insegnante qui  a casa: niente da fare,  neanche a parlarne si vergognava  di noi, di tutto quel che noi eravamo. All’inizio di questa storia gli altri della nostra comunità erano indulgenti, avevano cercato di mettere pace, di ricomporre la frattura  poi però qualcosa cambiò,  la loro solidarietà con noi si dileguò, mi resi presto conto che i loro sguardi non erano più di comprensione;  cominciarono a diffondersi delle chiacchiere, dei commenti che se Almas stava lontano da casa è perché aveva un fidanzato e allora era una poco di buona, indegna della comunità.  E’ anche per questo presi la decisione di rapire mia figlia: volevo offrire a tutti noi della famiglia una nuova opportunità, ho pensato andiamo a Roma, compriamo un negozio e nessuno ci guarderà più male,  non c’era nessun matrimonio combinato per Almas.»  Mia moglie Nabila fu d’accordo, gli altri due miei figli capirono la situazione. Soltanto due valige, lasciavo tutti i mobili pensavo fra me e me  “stai perdendo la famiglia che t’importa di un tavolo, di una televisione”.  Appena Almas vede il fratello fuori la scuola capisce al volo e cerca di scappare, io però l’ho presa alle spalle e l’ho buttata in macchina, la cosa era così maldestra che se ne sono accorti tutti, scatta l’allarme sequestro, si mobilitano centinaia di gazzelle dei carabinieri. Lei in auto era furiosa, strillava, si agitava,  eravamo tutti spaventati, non avevamo riflettuto su quale sarebbe stat la sua reazione,  ho cercato di calmarla le ripetevo: “andiamo a Roma vedrai sarà tutto diverso”. Arriviamo a Roma la sera a casa di un mio amico, ma Almas era ancora in preda ad una crisi isterica, continua a gridare e a sfasciare la mobilia, a mezzanote quando le dico “va bene ti riporto in comunità”  si calma. Sull’autostrada quando si convince che sto davvero riportandola indietro ci sorride, mi fermo per fare rifornimento ed entriamo in un mc’donald, riusciamo a scambiarci qualche parola, ci dice che  le fa male un occhio e che  non riesce ad ingerire niente.  Sbaglio strada passo per Firenze, vicino Fano ci ferma un’auto dei carabineri: ci avevano individuato mi puntano una pistola contro, ho la forza di dire “ La metta via per favore non spaventi i miei ragazzi». «Va bene così», dice la giornalista.

Scena II – Mentre la troupe raccoglie il materiale tecnico, viene accesa la  tv: si vede un conduttore che in studio  annuncia un servizio sulle gite scolastiche organizzate dalle nostre scuole: «La più memorabile è stata quella ad Amsterdam. Una studentessa tornò incinta. E quando non c’è di mezzo il sesso, ci sono altri problemi: in gita girano droga, alcol, i ragazzi sono ingestibili. L’errore più grande? Chiuderli in camera. Si calarono dal balcone». Da quella volta A. P., insegnante in un liceo milanese, ha detto basta. «Mai più in viaggio di istruzione». Una decisione ormai comune a moltissimi professori. Via dalla gita. Troppe responsabilità — penali e civili — troppe ore di sonno saltate, troppi rischi. Il ragazzino ubriaco in spiaggia (con relativa congestione), i compagni che fanno a botte con i coetanei di altre scuole, le adolescenti che passano la notte fuori, quella che poi trascorre la mattinata a vomitare. No, non è il Bronx. Chi conosce bene gli adolescenti sa che queste scene possono ripetersi ogni volta che si parte. “Occorrono mille precauzioni.”  Dice Luca Azzolini del Frisi: «Non mando docenti che conosco poco». E ancora: «Un mese prima di partire iniziano le raccomandazioni». Oppure: «Io li tengo svegli tutta notte per stancarli»; «Portiamo solo quelli di quinta». Ma il pericolo è sempre in agguato. Sbronze, incidenti, scherzi mal riusciti. «È difficile evitare tutto questo», sospira Giacomo Merlo, del professionale Albe Steiner. «Viviamo in una società abituata allo sballo. Il controllo è possibile fino a un certo punto». E i ragazzi, aggiunge Carola Feltrinelli, a capo del Moreschi, «non sono educati ad affrontare questa esperienza. Per questo i docenti che li accompagnano sono sempre meno». «E non hanno torto», conclude Riccardo Grimaldi del Marelli. Carlo Columbo, preside del Porta, ammette: «sono rimasti in pochi gli eroici professori che credono  ancora al valore educativo della gita e a farlo con spirito missionario». Tutti gli altri rinunciano.

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