Sanremo. La verità… mi fa male, lo so

Angela Azzaro

Sanremo, Italia. E’ una banalità dirlo. Ma è così. Il festival della canzone è uno specchio del Paese, una fotografia, per quanto sovraesposta e un po’ ritoccata (ma chi non lo fa, basta vedere i manifesti di Renata Polverini), della vita italica in quel momento. Ha fatto bene quindi il capo dei Pd, Luigi Bersani, a trasferirsi nel paese dei fiori per il dopo festival organizzato dalla sua tv Youdem. Una buona idea, con tanto di belle trovate ironiche come quella di creare accoppiamenti strani tra politici e cantanti. D’Alema, con pretese da monarca assoluto, è stato giustamente abbinato al trio capeggiato da Emanuele Filiberto, mentre Paola Concia è finita dritta dritta nelle braccia di Irene Grandi (e io l’ho anche votata).

Una cosa però è dare importanza a un evento popolare, sfilandosi i vestiti snob di certa sinistra che andava solo ai festival dove come minimo c’era uno che sperimentava con le padelle da cucina ammorbando anche la madre e il padre, altra cosa è fare il tifo, come ha fatto Youdem, per la canzone patriodarda e orribile del trio filo monarchico.

Qualcosa deve essere successa in questi anni in Italia se la fondazione FareFuturo, vicina a Fini, attacca quel testo stucchevole e nazionalista fino al vomito e la sinistra (o presunta tale) non ha la forza manco per dire bah. Non è un caso. Non è un errore. Una destra illuminata e una sinistra conservatrice sono la conseguenza di una politica che viene da lontano: da una parte un’area politica, quella finiana, che sta giocando la carta vera della modernità, dall’altra una sinistra che pensa di recuperare terreno e consenso attaccandosi al passato.

Forse non è quindi un caso se, sempre a sinistra, nessuno si è scandalizzato per la canzone di Povia, La Verità.

Diciamo che il  personaggio, provocazione dopo provocazione,  ha perso di credibilità. E nessuno, dopo il motivo Luca era gay, riesce a dargli retta anche quando canta fesserie. Probabile. Resta il fatto che la sua nuova canzone è davvero troppo. Parla di Eluana Englaro. Eluana morta che parla dal cielo al padre e alla madre e fa intuire che voleva ancora stare qua con noi. Che voleva continuare a vivere. Detta così, come non essere d’accordo. Quello che Povia non capisce è che Eluana non era più viva, vegetava grazie a un sistema di macchine sempre più invasivo che alimenta il corpo ma non  ci restituisce il cuore della vita, la consapevolezza, la coscienza. Ma questo sarebbe nulla, o meglio sarebbero affari di Povia. Lui la pensa così, bene. Ma perché sfruttare il caso di Eluana? Perché mettere in mezzo il padre e la madre? Non crede che avessero sofferto già abbastanza? Domande che molto probabilmente non si è posto, avendo in testa un unico obiettivo: fare parlare di sé, attirare l’attenzione non grazie alle sue qualità canore (che non ha) ma per le polemiche che avrebbe potuto suscitare e che hanno visto Vespa pronto a cogliere l’occasione.

Nazionalismi, re e regine, paladini della (presunta vita) pronti a calpestare i sentimenti delle persone. Giustamente Aldo Grasso sul Corsera di qualche giorno fa sottolineava come il Festival sia diventato tutto fuorché un luogo dove si cantano le canzoni. E’ un macchina televisiva e pubblicitaria dove le canzoni sono un piccolo e a volte fastidioso dettaglio. Non si capisce altrimenti il modo in cui hanno sfruttato il caso Morgan. Il primo giorno è stato il Convitato di Pietra, colui che non c’è, perché è stato cacciato, ma aleggia come il più presente di tutti. Ma mica perché lo ha voluto lui. E’ stata quella furbona della presentatrice Antonella Clerici ad averlo tirato in ballo. Ha letto (male) un pezzo della sua canzone, ma prima ci ammorbati con la sua alta morale contro la droga. La mia unica droga è la famiglia… Un moralismo di basso livello soprattutto se messo a confronto con lo scopo che si voleva ottenere: quello di aumentare l’audience. Il pubblico pare che quest’anno sia composto per la metà di donne, percentuale più alta degli altri anni. E sono donne a cui piace  Clerici. Un po’ perché una donna vera, normale, con i suoi chili di troppo. Un po’ perché le rappresenta con la sua imbranataggine e le sue battutine. Natalia Aspesi, su Repubblica ha scritto: finalmente. Dopo tante veline una donna in carne e ossa. Ma forse c’è un’altra verità molto più spiacevole: Clerici non rappresenta la donna vera, ma un’icona costruita a tavolino, l’altra faccia della velina. La donna che piace al Vaticano e rassicura pubblico e dirigenti Rai. Insomma un’immagine perfetta per un Sanremo all’insegna della corona reale.

E’ per questa ragione che tra Clerici e Morgan continuo a preferire l’ex cantante dei Blue Vertigo. Forse, caro Morgan, è stata solo fortuna che ti abbiano cacciato dal quel baraccone orrendo che è Sanremo e quella parte d’Italia che rappresenta.

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