Mameli Barbara. Il pornografo del regime

Romano Guatta Caldini

In principio erano le «signorine grandi firme» di Gino Boccassile: al tempo, non c’erano le cosiddette riviste per soli uomini, né tanto meno internet, ad appagare gli istinti  «pruriginosi» dei maschi italiani. Immagini di donne, più o meno succinte,  si potevano trovare solo nei libretti souvenirs del barbiere;  i calendari di veline e starlette, infatti, erano ancora di là da venire. Ci si doveva accontentare, così, delle immagini stilizzate  nate dalla penna, per l’epoca lussuriosa, di vignettisti e pubblicitari. Ad aprire la strada a questa sorta  di erotismo, molto edulcorato, fu proprio il disegnatore barese Gino Boccassile, quello che sarà, in futuro, il grafico di punta della Repubblica Sociale Italiana. Quest’ultimo, infatti, prima di applicarsi alla propaganda per gli uffici delle SS italiane, aveva passato gran parte degli anni venti e trenta, a disegnare lunghe gambe e seni scultorei per le iniziative editoriali di Cesare Zavattini.

«La Signorina grandi firme – scrive Salvatore Mugno – trionfò unendo il casto esibizionismo alla grazia astuta (…) Un fisico esibito sotto l’effetto di una goliardica, ancorché calcolata, sbadataggine tutta femminile. »

Eppure, se è stato Boccassile, l’apripista dell’erotismo fascista, il  pornografo ufficiale del regime fu il siciliano Mameli Barbara. Amico di Vittorio e Romano Mussolini, frequentatore del salotto dei Petacci, quando ancora Claretta non era l’amante del Duce, Mameli Barbara aveva iniziato la sua attività di vignettista sul Marc’Aurelio, settimanale illustrato nato nel ’31 e, seppur con alterne vicende, uscito fino agli anni settanta del ‘900.

Ora, sul termine pornografico e cosa fosse considerato a «luci rosse», negli anni trenta e quaranta, ci sarebbe da discutere; Giuseppe Tornatore, ad esempio, nel suo autobiografico  Nuovo Cinema Paradiso, ci ha ricordato  come, ancora negli anni cinquanta, perfino le scene di bacio venissero tagliate durante le proiezioni cinematografiche nelle sale di provincia. Figuriamoci, quindi, cosa avessero rappresentato le pin-up di Mameli e, gioco-forza, l’impatto che ebbero sul pubblico. Scrive Claudio Dell’Orso:

«Mameli Barbara creava, dunque, bellezze rigogliose, un poco butirrose se non cellulitiche sui fianchi larghi, dai fondoschiena abbondanti ma di sicuro solidi, i seni non troppo voluminosi. Bonazze sovente da interni: dame nouvelles riches messe in scena nell’intimità dei boudoir o nei salotti buoni, modelle già spogliate negli atelier dei pittori, bagnanti sorprese dentro le cabine, soubrette dai costumi scollati e le calze nere che stanno preparandosi allo spettacolo nei loro riservati séparé. Tutte curve, coperte, nella quasi totalità dei casi, da aggiunte d’inchiostro per limitarne l’impatto visivo».

Attenzione, però, non bisogna pensare che quello di Barbara fosse uno dei tanti aspetti del maschilismo imperante, anzi, nelle vignette del disegnatore, l’uomo, impiegato o gerarca che fosse, è rappresentato come un sempliciotto, un omuncolo costantemente in preda ai propri istinti sessuali. Pulsioni, queste, scaturite dalla visione d’infermiere, segretarie, o semplici ragazze della porta accanto; sono queste le donne  di Barbara, un’ umanità femminile e nazional-popolare che, non a caso, farà la fortuna di tutto il cinema erotico degli anni 70. Particolare importanza, all’interno dell’opera del vignettista, sono le didascalie che, a seconda del periodo, rappresentarono la realtà politica e sociologica degli italiani, con le loro virtù, ma soprattutto, con i loro tanti vizi.

Fra i collaboratori più celebri del Marc’Aurelio troviamo personaggi che, in seguito, faranno strada nel mondo del cinema, tra questi ricordiamo: Ettore Scola, Steno e Federico Fellini. Del resto, fu proprio il regista di 8 e ½ a dire che: «E’ fascismo anche l’esibizione del sesso.» Affermazione derivata, forse, proprio dalla conoscenza e dalla frequentazione di Barbara.  Per ciò che concerne l’accostamento fra l’opera del collaboratore del Marc’Aurelio e quella di altri vignettisti, sempre Salvatore Mugno, nel suo  – Mameli Barbara  Il pornografo del regime –  ci ricorda, che la linea stilistica di Boccasile era più proletaria, rispetto a  quella di Barbara, oppure: «più vicine alle donnine di Mameli, sono le belle di Walter Molino. (…) Di tutt’altra pasta sono invece le creature di Attalo, pingui, formose, butirrose.»

Come tutti gli italiani, anche Barbara sarà travolto dagli effetti nefasti del tradimento di luglio, ma Mussolini o meno, l’Italia doveva andare avanti, scuole comprese, così, in una vignetta riguardante la riapertura – dopo il periodo estivo – degli istituti scolastici, ad una sexy maestra, Barbara farà dire: «l’Italia confina a nord e a ovest con le rivendicazioni francesi, ad est con le rivendicazioni jugoslave e a sud con le rivendicazioni di Finocchiaro Aprile…».

In seguito, sia Barbara che Boccasile pagheranno cara la loro militanza fascista: il primo rischiò l’epurazione, mentre il secondo dovette subire anche la carcerazione. Caduto il Fascismo, Barbara – attraverso le sue vignette – continuò a ironizzare sui gusti sessuali degli italiani, classe politica compresa. Sicuramente, le varie D’Addario, come del resto anche le Brendone, già allora, allietavano gli appetiti di parlamentari e senatori; anche se i democristiani –  per ciò che riguardava la loro attività    sotto le lenzuola –   erano forse più accorti dei loro attuali colleghi.

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