Maccari. La rivoluzione comincia in campagna

Luca Leonello Rimbotti

Il Selvaggio è la rivista che dal 1924 al 1943 resse più di ogni altra la bandiera del Fascismo provinciale. Qui, nella campagna toscana dove nacque quel fogliaccio con pochi mezzi e tante idee, ribollivano da un pezzo ideali rosso sangue. La rivolta popolana impugnata dai fascisti toscani aveva in animo di colpire insieme i marxisti internazionali e i liberali pescecani. Il “santo manganello” come attrezzo adatto per scrostare di dosso agli Italiani tutte le piaghe comunarde e capitaliste. Dare al popolo la sua antica identità attraverso un ripulisti generale. Per quasi vent’anni Mino Maccari fu l’anima di questa rivolta sorda, che odiava la politica romana, l’intrigo e il gerarchismo da parata. E “Strapaese” si chiamò la volontà di dare voce al popolo della provincia, di rifare dalle fondamenta la società partendo dalla base. Il territorio, il borgo, la campagna erano i miti della periferia, decisa, dopo secoli di mutismo, a dire la sua. Agli occhi degli squadristi provinciali, in città si tessevano congiure contro il popolo, si ingannava e si rubava. L’atavica diffidenza paesana per la caotica metropoli diventava ideologia. Populista, becero e scamiciato, lo squadrismo toscano fu soprattutto voglia di rivolta.

Basta dare uno sguardo agli articoli che si scrivevano, senza tante limature, in maniera picaresca, anti-intellettuale, costantemente all’attacco. La politica rurale, l’istruzione agraria, la riduzione dell’imposta sui redditi coloni, il sindacato degli agricoltori…questi gli argomenti-pilota, poi insulti feroci ai “normalizzatori”, ai “fiancheggiatori”, a quel vecchiume liberale che stava già castrando il Fascismo dandosi l’aria di servirlo. E poi lodi a Farinacci, il nume tutelare che, dopo aver fatto fuori i social-comunisti, avrebbe dovuto saldare il conto con il «liberalume invertebrato, il peggiore nemico del Fascismo». Il tutto era miscelato con ingiurie e minacce, in alto come in basso. Il Selvaggio (“battagliero fascista”, si proclamava sotto la testata) nacque nel luglio del 1924, un mese dopo il delitto Matteotti. Mentre in quei giorni erano in molti a stracciare la tessera, questi fascisti della prima ora rilanciavano la posta. E stavano addosso a Mussolini, per svegliarlo, per incitarlo alla paesana e per le spicce a “sciogliere le mani” degli squadristi, a dare il via libera alla “seconda ondata”, quella buona, quella che avrebbe rovesciato le poltrone dei “revisionisti neo-liberali” e instaurato un vero regime popolare. Si davano avvertimenti allo stesso Mussolini: «Noi ti leghiamo all’albero del timone, o Duce, lancia di là il tuo comando! Fuori le pattuglie». Si cercava di scuotere Mussolini dal torpore in cui era caduto dopo il caso Matteotti, quando parve proprio che il Fascismo si lasciasse travolgere dall’ondata di paura che montava.

E si cercava di far sapere in giro che lo squadrismo non era nato per servire da sgabello ai profittatori, ma per azzardare davvero uno straccio di rivoluzione in una terra, l’Italia, che di rivoluzioni non ne aveva mai conosciute. Nella caldissima estate del ’24, Maccari parlava chiaro e dimostrò che lo squadrismo avrebbe potuto anche essere utilizzato altrimenti: «Noi siamo i selvaggi del Fascismo e nessun Bergamini o Amendola di questo mondo riuscirà ad addomesticare l’anima nostra che ci comanda di difendere la Rivoluzione delle Camicie Nere, per la quale siamo pronti ad uccidere come pronti a morire». Si volevano avvisare i “doppiogiochisti” e gli “attendisti” che non era il caso di dare il Fascismo per morente solo per l’ipocrita indignazione dei borghesi. Diciamo ipocrita, perché l’indignazione per la morte di Matteotti fu veramente un’esibizione di malafede. Si sa che l’esponente socialista fu oggetto della violenza fascista per ritorsione all’uccisione del segretario del Fascio di Parigi, Nicola Bonservizi. Sulla morte del quale mai nessuno ha speso una parola. E si credeva che questo omicidio fosse stato architettato nel pullulante ambiente del fuoriuscitismo parigino, che era notoriamente in contatto con Matteotti. Sarebbe interessante indagare un po’ di più su questi retroscena, solitamente trascurati dagli storici. Ma poi nessuno ha mai speso una parola di pietà neppure per Arturo Casalini, il deputato fascista che venne ucciso in un agguato antifascista per vendicare Matteotti. Nonostante avesse argomenti per difendere moralmente la posizione del suo partito, Mussolini nell’estate del 1924 rimase misteriosamente paralizzato, quasi vittima di uno strano fatalismo colpevolista.

La faccenda venne risolta, come è noto, dallo squadrismo in prima persona. La notte dell’ultimo dell’anno del 1924, diversi centurioni della Milizia andarono a scuotere la scrivania del Duce, per obbligarlo a prendere una decisione. E, col discorso del 3 gennaio del 1925, qualcosa in effetti si mosse. Ma dalla parte sbagliata. Anziché la ripresa della rivoluzione, ci furono lo Stato autoritario, le leggi speciali, i tribunali, i prefetti e l’ordine di non muovere foglia. Molti squadristi, lì per lì, sembrarono non accorgersene. Il 13 gennaio, Il Selvaggio se ne uscì con un titolo in prima pagina: «Lo Stato Liberale è finalmente defunto per volontà delle Camicie Nere». Ma ci mise poco ad accorgersi che la fregatura era tutta per il Fascismo intransigente, per la base, per i militanti inquadrati e incastrati nella Milizia. Già il 27 aprile seguente, ecco infatti un titolo di tutt’altro tenore: «Finiremo dunque pensionati della rivoluzione?». Gli squadristi compresero tardi di essere stati giocati dai vecchi poteri forti e che Mussolini, dovendo scegliere tra le istituzioni liberali riverniciate di nero e gli irrequieti squadristi, si tenne le prime e liquidò i secondi. Con quali conseguenze, lo si sarebbe visto nel 1943.

Lo sforzo degli ambienti provinciali di sferzare continuamente il Fascismo per non lasciare che si allontanasse dai programmi del ’19 testimonia in ogni caso la vitalità e la tenacia di tutto uno schieramento. Nemici degli “strapaesani” erano non tanto i comunisti, ma proprio il liberalismo e le sue propaggini. Nemici erano gli intellettuali accomodanti che, tranne rarissime eccezioni, sveltamente si erano allineati rimanendo gli stessi di prima. Nemici erano i massoni, i borghesi, i clericali, i capitalisti. Contro tutti costoro, ancora nel ’31 Maccari pubblicò su Il Selvaggio una delle sue incisioni espressioniste: si vedevano degli squadristi che facevano piazza pulita di tutto un coacervo di filosofastri, ignudi e grotteschi, intenti a maneggiare alambicchi e compassi per confondere le idee. Questo era il commento: «Via dunque questi lugubri strumenti, al diavolo le elucubrazioni! Un camion, le strade, le piazze, i paesi d’Italia: una bandiera nera, un grido, un nome – Mussolini – così è nato lo Squadrismo, giovinezza insostituibile. Tenete d’occhio questa vignetta: le incisioni del Selvaggio non temono smentite». Queste prese di posizione facevano presa sui giovani, e il mito violento di una rivoluzione ancora da fare fu duro a morire. Si sperava dunque che, anche a Regime impiantato sul conservatorismo, gli squadristi avrebbero costituito una riserva sempre utilizzabile di energia rinnovatrice.

Mino Maccari, senese del 1898, incisore e acquerellista di talento, dopo aver combattuto al fronte e aver partecipato alla Marcia su Roma, si stabilì a Colle Val d’Elsa, in provincia di Siena, da dove partì l’avventura del Selvaggio. In questa sua lotta non rimase mai solo. C’era anche L’Italiano di Leo Longanesi, attestato sulle medesime posizioni strapaesane. E tra i collaboratori di Maccari, che spostò la redazione prima a Firenze e dal 1932 a Roma, figuravano nomi pesanti. Soffici su tutti, autentico mistico della provincia profonda: aveva profetizzato lo squadrismo con un suo famoso racconto del 1913, il Lemmonio Boreo. Poi Ottone Rosai, altro geniaccio toscano sedizioso, il pittore delle osterie e il teorico del “teppismo” antiborghese. Poi Pellizzi, Casini, Achille Lega, Berto Ricci. Con Malaparte a far da sponda. Con Papini padre nobile, a seguire di lontano. Con Tozzi e Giuliotti nel ruolo di referenti del ribellismo popolano alla toscana, tradizionalista, miscredente o devoto che fosse, ma sempre le due cose insieme, violento e aggressivo.

«Troppi palloncini gonfiati ci sono nel nostro partito: tocca a te, o Farinacci, a sgonfiarli. Onestà, disciplina, sacrificio, intelligenza, intransigenza: queste siano, o ras Farinacci, le tue parole d’ordine». Questo appello strapaesano cadde nel vuoto, quando lo stesso Farinacci – l’ultima speranza squadrista – fu a sua volta politicamente liquidato nel 1926. E dire che di energia ideologica Maccari e Il Selvaggio ne avevano da vendere. Una vera officina. Un patrimonio che rimase largamente inespresso, relegato nel ruralismo fascista che fu spesso maschera di poteri conservatori lasciati intatti. In tempi di inaudita globalizzazione come i nostri, rileggiamoci il programma di questi cocciuti, magnifici nemici del progressismo cosmopolita, ribadito ancora nel 1927: «Strapaese è stato fatto apposta per difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana; vale a dire oltreché l’espressione più genuina e schietta della razza, l’ambiente, il clima e la mentalità ove son custodite, per istinto e per amore, le più pure tradizioni nostre». Culto della terra e del radicamento. Non c’è che dire, questa specie di Blut und Boden in versione toscana, tra l’altro, anticipò di molto certi ambientalismi e regionalismi oggi di moda.

.

LOGO

I LIBRI DE “IL FONDO”

Per ulteriori informazioni sui volumi cliccare sulle copertine

fondo

I libri de “Il Fondo”
possono  essere acquistati online
sul sito “ilmiolibro.it

libri_fondo magazine

nella finestra “cerca”
digitare il nome dell’autore o il titolo e seguire le istruzioni

_______________________________________

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks