La Cina è vicina

Fabrizio Fiorini

Non appena si comincia a parlare di Cina, molti sono quelli che metterebbero subito la mano alla pistola. Più che molti si dovrebbe dire “tutti”, esclusione fatta ovviamente per i cinesi stessi, o almeno per la gran parte di loro. Lo farebbero senz’altro gli Stati Uniti, che con la Cina giocano una colossale battaglia finanziaria che potrebbe minare alle fondamenta l’equilibrio e il residuale benessere interno della potenza nordamericana, essendo le maggiori riserve monetarie in dollari conservate proprio nei caveaux di Pechino, e necessitando gli stessi Usa di una maggiore spesa cinese di questi smisurati fondi, magari comperando proprio da Washington quelle materie prime di cui la Repubblica popolare è grande acquirente e che gli Stati Uniti non disdegnano di accaparrarsi, armi alla mano, in varie parti del globo; lo farebbero le grandi imprese multinazionali d’Occidente, cui la Cina ha ‘scippato’ un mercato dietro l’altro, in primis nell’Africa sub-sahariana dove, in barba alle “rivoluzioni colorate” degli omologhi a stelle e strisce, il social-imperialismo di Pechino ha rispolverato i metodi del colonialismo ottocentesco andando a operare direttamente nel tessuto sociale e nelle infrastrutture di quei Paesi, garantendosene così la dipendenza economica; seguirebbero i paladini della teorizzazione politico-economica del capitalismo liberale, che accusano la potenza asiatica di non aver ceduto in toto ai canti delle sirene del mercato, e di conservare una marcata componente statalista nella gestione dell’economia[1]; una ‘spolveratina’ al revolver la darebbero inoltre i residuati bellici dell’ortodossia marxista, che rinfacciano a Pechino di aver rinnegato i sacri valori del socialismo internazionalista, di aver messo in naftalina il pensiero di Mao e di aver conservato del socialismo reale solo il nome, la terminologia, l’estetica militare e contadina; come non citare poi i bottegai dell’Occidente, che vedono nella Cina un pericolo per i loro interessi in quanto questa ha saputo calarsi meglio di loro nelle logiche predatorie del mercato, convinti, in puro stile nimby, che il gioco sporco dell’accumulazione capitalista sia loro specifica prerogativa, che reclamano ad alta voce dazi e chiusura delle dogane, che vorrebbero contrapporre, quindi, un grottesco “capitalismo di stato” al pervasivo “socialismo di mercato” di Pechino.

Cos’è dunque la Cina? E’ difficile dare una risposta precisa, almeno ragionando internamente alle categorie classiche del pensiero politico e agli abituali schemi della geopolitica contemporanea. La Russia, ad esempio, o è superpotenza o non è: la sua estensione territoriale, la sua centralità eurasiatica, la sua vocazione europea ne fanno giocoforza un elemento che imprescindibilmente deve sedere sullo scranno più alto delle relazioni internazionali; ciò è sempre stato, anche negli anni più bui della dissoluzione elciniana, e sempre sarà. La Cina, invece, pur forte di una notevole estensione superficiale, di una popolazione che supera di gran lunga il miliardo di unità, di forze armate dalla micidiale potenza e dalla ineguagliabile consistenza numerica, è relegata al ruolo di potenza regionale asiatica. Né potenza continentale di terra (chiusa tra un Asia centrale che oscilla tra la naturale propensione verso il proprio naturale bacino geopolitico, la Russia, e le velleità imperialiste di Washington e tra un’altra potenza regionale, l’India) e né talassocrazia (il Pacifico è infatti un mare che gli Stati Uniti – anche tramite i suoi tentacoli nippo-sudcoreani – hanno blindato a ogni ingerenza) si è trovata costretta a espandersi con le stesse armi il cui uso è caro ai suoi concorrenti a stelle e strisce, i mercati. E’ un’economia di mercato, che può tuttavia sopravvivere solo grazie a elementi dirigisti e a istituti economici parasocialisti; è uno Stato che si autotutela chiudendosi a ogni ingerenza esterna, ma che è capace di tessere una rete diplomatica senza precedenti nella storia delle relazioni internazionali: i suoi rappresentanti sono di casa sia a New York che a Pyongyang; è un Paese che non stringe un’alleanza militare in senso stretto dai tempi di Enver Hoxha, ma che sul potere di deterrenza delle sue forze armate fonda la conservazione dell’ordine politico interno e il mantenimento dell’ordine pubblico. I suoi rapporti con l’imperialismo centrale di marca statunitense sono basati su di una stabile ambivalenza, in seno alla quale Washington, nei confronti di Pechino, deve allo stesso tempo provare rispetto, timore e ostilità. Perché, in sostanza, sono potenze omologhe e complementari.

La Cina quindi (vexata quaestio…) non deve essere erroneamente considerata nei termini di antagonismo all’Occidente (se non in termini puramente topografici), anzi: è necessario tener presente le sue maggiori capacità, ad esempio raffrontate a quelle degli Stati Uniti, di mascherare la propria natura e di dissimulare la sua reale essenza, quella cioè di pietra angolare del capitalismo internazionale.

Tuttavia, se nei confronti di Pechino è d’uopo opporre – in chiave anti-imperialista – una divergenza strategica, le cronache di questi giorni non ci precludono di ravvisare, con la Repubblica popolare, una sorta di convergenza tattica, o quantomeno una comunanza di vedute.

Parliamo ovviamente dell’affaire-Google. Il governo degli Stati Uniti, in questi giorni, facendo proprie le proteste dell’impresa che gestisce il famoso motore di ricerca telematico, ha ritenuto di dover rimproverare alla Cina la censura della libera informazione, avendo Pechino – secondo le accuse mosse da Washington – blindato l’accesso a siti internet palesemente antigovernativi o la cui consultazione avrebbe comunque potuto inculcare un sentimento antinazionale. Constatata l’autorevolezza del pulpito da cui questa critica è stata mossa, è stato fin troppo facile, per il governo e per la diplomazia cinese, rispedire al mittente ogni accusa, ricordando agli Stati Uniti di come loro stessi applichino nei confronti della rete delle misure che spesso vanno ben al di là della censura classica, espandendosi fino alla schedatura e al controllo della trasmissione dei dati in tutto il mondo. L’Agenzia di stampa di Stato di Pechino batteva una notizia dietro l’altra: non ha mancato di rinfrescare la memoria ai cugini yankee di come proprio loro siano i primi ad utilizzare internet come arma impropria, fomentando il dissenso e le rivolte in Paesi terzi; è stato più volte ricordato il recente caso iraniano. Le più alte autorità del governo e del ministero degli esteri mandavano un messaggio chiaro: siamo un Paese sovrano, e ognuno a casa sua organizza la sua censura.

Occorre dare atto al governo cinese delle proprie ragioni: sentire l’Amministrazione Usa pontificare su libertà e censura è qualcosa di repellente, che fa il pari con il monito lanciato contro l’utilizzo delle armi atomiche nell’anniversario di Hiroshima. Lo sanno i popoli liberi del mondo, che sulla loro pelle hanno subito le violenze ‘colorate’ orchestrate a Washington e diffuse come cellule tumorali proprio attraverso la loro “libera” rete telematica. Ma, è risaputo, il senso della misura e del ridicolo sono sconosciuti sull’altra sponda dell’atlantico. E fanno difetto anche qui, nella serva Europa, dove ci si rammarica  e si alzano vibranti lamentele nei confronti della Cina quando arrestano qualche hacker e nel contempo si tengono ben strette le chiavi che serrano le sbarre di decine di prigioni dove languono i più grandi storici della civiltà europea, rei di aver studiato, scritto, pensato in maniera non conforme relativamente agli avvenimenti dell’ultimo conflitto mondiale.

Certo, se le critiche mosse da Pechino fossero provenute da un qualunque governo non allineato sarebbero subito state tacciate di essere il delirio di qualche tiranno che osa mettere in dubbio la bontà del pensiero unico dei padroni della Terra. Il fatto invece che vengano dalla Cina, che nei confronti degli Usa detengono ampi spazi di contrattazione e di (reciproco) ricatto, ha permesso a queste voci di accedere a un bacino di ascolto molto più ampio.

A noi spetta attribuirgli il valore che meritano, indipendentemente dalla fonte da cui provengono, a noi spetta l’abilità di fare nostro ciò che può essere funzionale al ripristino della verità, saper volgere a nostro favore le crisi interne alle perverse dinamiche del capitalismo internazionale. Al di là, al di sopra e contro le supposizioni secondo cui la Cina sarebbe un presidio contro l’imperialismo, consapevoli invece che si tratta del secondo braccio della tenaglia che, con gli Stati Uniti d’America, tenta di stringere il mondo in una morsa, agevolati dalla servitù e dal vuoto in cui ci hanno costretto, in cui hanno confinato l’Europa.


[1] Ciò è invero un punto di forza dell’economia cinese: il plusvalore generato dal loro ordinamento socioeconomico post (o vetero?) capitalista solo in parte va ad arricchire la pur appariscente borghesia di Pechino o di Shangai, e viene in realtà re-investito dallo Stato (meglio: dalla borghesia burocratica di Stato) nella ricerca, nell’innovazione tecnologica e – non ultime – nella speculazione e nella promozione commerciale.

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