Italia. Il bel paese delle due velocità

Angelo Spaziano

Era da tempo che stavamo tutti lì a strologare sull’autentico significato della definizione di “Paese a due velocità”. Sulle prime pensavamo ci si riferisse al solito dualismo nord-sud, a quel gap ormai strutturale che vede il settentrione d’Italia viaggiare, quanto a parametri socioeconomici, col turbo eternamente innestato rispetto al più languido meridione. Poi, all’improvviso, l’illuminazione. L’input per cotanta performance intuitiva ci è giunto dall’ultima strampalata proposta dell’ineffabile Gianfranco Rotondi, ministro per l’Attuazione del programma di governo.

L’iperattivo esponente della Dc filoberlusconiana ha recentemente “esternato” in preda a un attacco di stakanovismo tafazziano, esortando i lavoratori dello Stivale a rinunciare alla pausa pranzo, in quanto l’economia nazionale ne guadagnerebbe in produttività. A questo punto tutto è diventato cartesianamente chiaro e lampante. “Paese a due velocità” in realtà sta a significare che noi, volgari peones, siamo condannati a sgobbare a ritmo sempre più serrato senza un attimo di riposo neppure per fare uno spuntino, mentre, dall’altro lato, l’aristocrazia nullafacente spaparanzata tra Montecitorio e Palazzo Madama, continua allegramente a praticare la variante istituzionale dello “slow food”, vale a dire lo “slow work”: pausa per la seconda colazione, break per il pranzo, “controra” per la pennichella, sosta per la merenda e così via spensieratamente fannulloneggiando.

Naturalmente, dopo la gaffe, e in seguito alle reazioni inviperite delle categorie destinatarie dell’esortazione, il ministro, in una penosa conferenza stampa, ha fatto rapidamente marcia indietro sostenendo, imbarazzatissimo, che «non ho mai detto di abrogare il diritto alla pausa pranzo, semmai ho proposto il diritto a rinunciarvi per uscire un’ora prima dal lavoro». Siamo alle solite. Prima si butta il sasso nello stagno tanto per vedere l’effetto ottenuto con la provocazione, poi si nasconde furbescamente la mano una volta constatato il putiferio suscitato.

In ogni caso c’è poco da stare tranquilli. Siamo solo all’ultimo episodio di un lungo iter di smantellamento progressivo della nostra identità e della tanto decantata “dolce vita” nazionale, impresa di cui fu “pioniere”, tanti anni orsono, il Dc (sempre loro!) Andreotti. Risale al lontano 5 marzo 1977, infatti, la legge n. 54 – “Disposizioni in materia di giorni festivi” – tramite la quale, con la scusa dell’austerity e per rianimare il comatoso pil del tempo, il (demo)cristianissimo Giulio radiava d’imperio dal calendario festivo l’Epifania, S. Giuseppe, l’Ascensione, il Corpus Domini, e i SS. Apostoli Pietro e Paolo. Poi, per nulla sazio di tanto zelo iconoclasta degno forse di miglior causa, il curialesco furbacchione, sempre a decorrere dalla stessa data, soppresse d’emblée la celebrazione delle feste della Repubblica (2 giugno) e dell’Unità nazionale, coronata con la vittoria sull’impero Austroungarico del 4 novembre 1918. Il levantinismo pretesco del dromedario “demotristo” prevedeva, tanto per salvare le apparenze, lo spostamento delle due importanti festività rispettivamente alla prima domenica di giugno e alla prima domenica di novembre. Risultato: le ricorrenze sparirono del tutto dall’immaginario collettivo fino a che Ciampi non ripescò in “zona Cesarini” la sola Festa del 2 giugno. Quella del 4 novembre, invece, cadde nell’oblio più totale, col risultato che ci troviamo ad essere a tutt’oggi l’unico Paese del mondo libero a snobbare una vittoria ottenuta a coronamento della propria Guerra d’indipendenza e a festeggiare un’umiliante sconfitta (25 aprile 1945).

Insomma: dalla “dolce vita” felliniana alle gramaglie democristiane. A rimetterci, oltre alla dignità, fu soprattutto il buon senso. E il pil non ci guadagnò neppure più di tanto. Qualche anno addietro, poi, fu abolita per decreto la siesta post-prandiale, accusata di rappresentare il decadente sintomo di un’indolente pratica veterospagnolesca. Quindi si è passati a invitare gli esercenti a tenere le saracinesche alzate anche la notte, la domenica e nei giorni comandati. Insomma, tappa dopo tappa, siamo diventati tutti piccoli ingranaggi di una, malgrado tutto, sgangherata macchina produttiva.

La seconda crociata lanciata dagli epigoni dell’iperutilitarismo di stampo benthamiano travestiti da filantropi è stata quella dell’assalto alla sigaretta. La lotta al tabagismo sta assumendo infatti toni da guerra santa del salutismo. E i suoi propugnatori somigliano tanto a rigorosi talebani del wellness a tutti i costi. S’è iniziato dapprima col bandire il fumo dalle vetture addette ai trasporti urbani e dagli ospedali, poi dai locali pubblici, poi dai treni, poi dai taxi, e ora si parla di vietarlo addirittura nelle automobili private. A Napoli, incurante del ridicolo, la giunta Jervolino, che ha sommerso la città di rifiuti, ha addirittura sanzionato la fumatina nel parco.

La bramosia di benessere, poi, fa da controcanto alla mania del fitness e ai paranoici della linea da ottenere costi quel che costi. Sirchia, anni fa, dichiarò guerra agli obesi, intendendo ricorrere, se necessario, pure al taglio ope legis delle porzioni di pastasciutta. E se proprio non si riesce a traslocare dalla bulimia all’anoressia, come ultima chance c’è sempre il bisturi. Insomma, il motto è: o giovani e smilzi o morte. Poi ci si ubriaca, si sniffa e ci si spinella ovunque, ma questo non fa testo, in quanto i primi fan della bianca polverina bivaccano nello stesso parlamento.

E a proposito di morte, anche la nera signora è stata spietatamente esorcizzata, trovandoci a fare i conti con una società che rifiuta radicalmente l’idea della fatale dipartita, e ogni giorno che passa escogita tecniche conservative sempre più sofisticate, inseguendo una pazzesca aspirazione: rimanere sospesi in un’apparente, artefatta, disperata esistenza. Così, “grazie” alle ultime tecniche di “tanatoprassi” importate dagli Usa, non avremo più corpi deturpati da incidenti o segnati da malattie, niente coloriti cadaverici e niente più cattivi odori che possano rendere la veglia funebre sgradevole, Anzi: i familiari potranno “godersi” il caro estinto esattamente com’era da vivo. Pure seduto, in posizioni all’apparenza normali, magari mentre legge il giornale o… si fuma beato una sigaretta. Insomma: dovremo rinunciare all’eterno riposo per mantenerci eternamente belli, giovani, in forma e scattanti. E per fare cosa, poi? Lavorare, lavorare, lavorare. Per consumare e incrementare il pil. E’ celebre la gag di Woody Allen: «Smetto di fumare, guadagno una settimana di vita e magari per tutto quel tempo non farà altro che piovere». Un modo come un altro per dire: lasciateci mangiare, ammalare e morire in pace. E andate al diavolo voi e il vostro pil…

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