Il ritorno di Bertinotti. “Ci sei mancato”

Angela Azzaro

Purtroppo è stato solo un ritorno televisivo. Ma sabato sera Fausto Bertinotti, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, si è fatto davvero rimpiangere. Per quello che ha detto, ma soprattutto per come lo ha detto. Da mesi assistiamo a un dibattito politico di basso livello, con letture – anche di fatti importanti – superficiali, piene di slogan. Da una parte e dell’altra: populiste. Bertinotti ha volato alto, parlando un linguaggio diverso: colto, complesso, ma che alla fine toccava il cuore più di tante frasi ad effetto, perché ha parlato dell’ispirazione più bella e forte della sinistra: stare sempre e comunque dalla parte degli ultimi. Ma forse, ha toccato il cuore anche di chi, non di sinistra, si è stufato della politica spettacolo e di politici solo interessati agli intrighi di Palazzo o allo scacchiere delle alleanze in cui non conta far valere le proprie idee, ma vincere, cioè ottenere posti e incarichi, quindi un potere fine a se stesso.

Bertinotti, rispetto a costoro, sembrava sì un extraterrestre ma ha parlato di questo mondo. Ha  ricordato una parola caduta ultimamente un po’ in disgrazia nelle analisi economiche e politiche. Forse perché ha vinto, ma oggi in pochi si ricordano di parlare del processo di globalizzazione capitalistica, della ricaduta che questo processo ha sulle vite di tanti uomini e tante donne. Bertinotti ha ricordato che molti dei problemi che viviamo a livello locale sono la conseguenza di poteri che inficiano la sovranità nazionale. Ha parlato di un potere economico e finanziario che oggi insegue la manodopera dove costa di meno. Senza diritti. Senza rispetto della vita umana. La vita umana non conta più niente. Conta il profitto. In quanti ricordano, quando commentano i dati della crisi e della disoccupazione, che le aziende, le stesse che licenziano e chiudono, continuano ad accumulare profitti come se niente fosse? Pochi. Troppo pochi.

E così Bertinotti ha fatto l’esatto opposto di quello che ha fatto l’opposizione, soprattutto parlamentare, negli ultimi mesi. Per criticare le politiche di destra, ha parlato dei limiti della sinistra. Non è stato lì a cavalcare l’antiberlusconismo, ma ha parlato di contenuti. Dei contenuti che dovrebbero servire alla sinistra per vincere davvero, ancora prima che nelle urne, nel cuore degli italiani. E ha detto tre cose, molto chiare. Anche dure. Ma che devono essere messe in agenda, non fosse altro che per riflettere, per capire.

Primo: i lavoratori sono stati lasciati soli. Le loro lotte sono rimaste isolate. Oggi la disperazione e la solitudine è arrivata al tal punto che per farsi sentire gli operai devono salire sui tetti. Devono inscenare manifestazioni estreme. In mancanza della politica e del sindacato che mette insieme le lotte, alcuni singoli tentano il tutto per tutto per non restare sconfitti. Ma per molti che riescono, molti soccombono. Nel silenzio. Nell’indifferenza. Della politica ma anche dei media.

Secondo: dopo Rosarno la sinistra avrebbe dovuto organizzare una grande manifestazione nazionale, il fatto che non lo abbia fatto è stato gravissimo. A Rosarno, ha detto Bertinotti, abbiamo assistito a un fenomeno di nuova schiavitù e a una deportazione. Nei decenni passati ci sarebbe stata una sollevazione, la sinistra non avrebbe guardato e tiepidamente protestato. Avrebbe manifestato. Avrebbe detto: no. Non deve più accadere. Il fatto che non sia accaduto è per Bertinotti una vergogna.

Terzo: la sinistra deve smettere di essere litigiosa e deve unirsi per tornare ad essere alternativa alla destra. Anche in questo caso l’ex segretario di Rifondazione comunista ha perfettamente ragione. Ma perché questo accada dovrebbero essere tutti signori come lui o come Nichi Vendola. E purtroppo, la storia degli ultimi anni, dimostra che non è così.

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