Il Fondo Quotidiano – 1°/2 – 14/2 2010

Il Fondo

Il Fondo Quotidiano è una costola del Fondo Magazine. Nasce dall’esigenza di restare nella cronaca giornaliera tra una edizione e l’altra della casa madre settimanale. A differenza della matrice che accoglie abitualmente scritti eterogenei, FQ esprime esclusivamente la linea editoriale.

La redazione

IMMIGRATI IN RIVOLTA
ROSARNO CHIAMA, MILANO RISPONDE

Milano, 14 febbraio 2010 – Qualcuno le chiama prove tecniche di banlieu: le eruzioni di violenza come quella recente di Rosarno o di ieri a Milano, dove immigrati nordafricani, per vendicare l’omicidio di uno di loro ad opera, pare, di altri immigrati sudamericani, hanno scatenato tre ore di guerriglia urbana nella zona di Via Padova, sfasciando vetrine e rovesciando auto.

Qualcuno le tifa, queste eruzioni: un po’ sperando che facciano da detonatore a chissà quale rinascita dello spirito italico, un po’ come prova provata che le loro fobie per il multi (etnico, culturale, razziale…) sarebbero, invece, lucida e razionale analisi della catastrofe che ci attende come condanna per la mancata difesa della nostra suprema identità contro le orde dei nuovi barbari.

Qualcuno, e la Lega non si è fatta attendere molto per recitare il suo solito elementare rosario, vorrebbe «cacciarli casa per casa» e rispedire le orde allogene oltre confine. Dopodiché il sole della nostra civiltà tornerebbe d’incanto a sorgere sull’intero bel paese.

Ma quale civiltà? È civiltà quella che crea il reato di clandestinità ma assolve il caporale e il datore di lavoro che sfruttano questa folla di disperati in nome del più bieco cinismo capitalista? È un’Italia civile quella che consente ai proprietari di casa affittare due stanze a 15 immigrati per 300 euro cadauno, trasformando civili condomini, e poi interi quartieri, in ghetti e tuguri? È civiltà questa che di fatto lascia mani libere alle organizzazioni mafiose fare dell’Italia il più grande crocevia del traffico internazionale dei narcotici e che punisce il piccolo spacciatore, meglio se immigrato, e perfino il drogato, riempiendo le carceri di piccola manovalanza criminale che si riproduce continuamente per strada e che per strada si contende il territorio col coltello?

Qualcuno lo chiama far west. Ma è un far west che fa comodo ai tanti ai troppi furbetti degli alti quartierini che in questo spazio fuori legge e fuori controllo trovano il modo di trarre il massimo dei profitti. E non sono gli immigrati a guadagnarci.

La loro violenza dà fastidio e preoccupa, certo. Ma è una violenza piccola e da strada. Finisce per non preoccupare neanche più, invece, perché fingiamo di non vederla o perché non la vogliamo proprio vedere, la grande violenza che il sistema centrato sul profitto capitalista a qualunque costo esercita su tutti: allogeni ed autoctoni.

Individuare nell’immigrato, clandestino o regolare, la causa del dissesto della nostra civiltà equivale a guardare l’indice che punta l’eclisse della luna. E ignorare l’eclisse.

TRANS. IN FRANCIA È RIVOLUZIONE
E IN ITALIA…

Parigi, 12 febbraio 2010 – Una bella lezione di stile dalla Francia di Sarkozy. La transessualità non è più considerata una malattia. È il primo paese al mondo a riconoscerlo. La lezione vale per tutti. Ma vale ancora di più per la sinistra nostrana che proprio oggi se la prende con Vladimir Luxuria per aver detto di poter accettare un’eventuale candidatura Pdl.

Ma alla luce di quello che è successo in Francia non ha forse ragione la ex parlamentare di Rifondazione comunista quando sul Corriere, per chiarire la sua dichiarazione, rivendica il fatto di volere contaminare la destra con i temi gay, lesbici e trans, ma soprattutto che i diritti degli omosessuali non sono per nulla appannaggio della sinistra?

Capiamo la diffidenza del movimento omosessuale, che spesso ha subito pesanti e omofobi attacchi da parte della destra, radicale e non. È giusto che non si fidino. Ma del resto, potremmo notare, come la stessa sinistra ha spesso tradito le loro richieste alimentando quella stessa omofobia e transfobia che dicevano e dicono di volere negare a parole.

Ma a supporto delle dichiarazioni di Luxuria, che in realtà volevano essere semplicemente un elemento di spiazzamento rispetto ai luoghi comuni sulla supremazia della sinistra in termini di diritti, viene la decisione presa oggi dai cugini d’Oltralpe.

Cosa è successo? La ministra della salute, Roselyne Bachelot, ha emesso un decreto in cui si dice che la transessualità non è di pertinenza psichiatrica. Cade così uno dei principi cardine dell’omofobia: quello che afferma che il/la transessuale è un malato/a. In Italia, come in molti altri Paesi, i transessuali possono, se vogliono, fare il passaggio di sesso. Ma resta l’onta della malattia, conseguenza di un’idea della sessualità fondata sulla supremazia dell’eterosessualità e della biologia. È un’onta che non si cancella e pesa sulla vita di tante persone.

La ministra francese non si è limitata a compiere questo passo nella sua nazione, ma ha anche chiesto all’Organizzazione mondiale della Sanità di fare altrettanto, sperando di condizionare a catena anche gli altri Paesi. Non sarà la Rivoluzione francese ma, di certo, un altro passo sulla via della estensione dei diritti civili è stato fatto.

INFORMAZIONE SOTTO SCHIAFFO…

Italia, 11 febbraio 2010 – Mentre la casta giornalistica tv protesta contro la par condicio, che cancella per un mese Annozero, Ballarò e Otto e Mezzo, è stato deciso che chi non sta nel parlamento Ue non ha diritto di partecipare alle tribune politiche, ma soprattutto il governo ha deciso di mettere a rischio 100 giornali e di mandare così a casa 4000 giornalisti.

La decisione di sospendere le trasmissioni d’informazione durante il periodo di campagna elettorale è sicuramente grave, ma è altrettanto grave che chi sta fuori dal sistema non abbia diritto di esprimere le proprie idee davanti agli italiani. Entrambe le decisioni sono state prese dalla Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, ma guarda caso la prima è diventata notizia, mentre la seconda è passata quasi sotto silenzio. Viva la democrazia, insomma, ma solo di chi già ne fa parte. Gli altri possono sparire, di destra e di sinistra.

Ma la giornata nera dell’informazione non è finita. Giovedì sera è stato approvato alla Camera il decreto Mille proroghe dove, però, è stato confermato il taglio al finanziamento pubblico dei giornali, pari al 20 per cento, e la cancellazione del diritto soggettivo, attraverso cui i giornali di partito potevano avere l’anticipazione da parte della banca un anno prima della effettiva erogazione. Ora questa certezza non c’è più. La distribuzione dei fondi, comunque altissima, 130 milioni di euro, verranno distribuiti su criteri da stabilire alla fine dell’anno.

Questa decisione, contro cui si era battuto lo stesso Fini, va a penalizzare molti giornali; da il manifesto a il Secolo, dall’Unità a molte cooperative locali. E’ un attacco grave alla libertà di stampa che viene affidata completamente alle mani del mercato.

Detto questo non si può non denunciare che in questi anni il finanziamento pubblico dei giornali, fior fior di milioni, sono finiti nella mani di giornali inesistenti, tenuti in vita apposta per mangiarsi i soldi dello Stato. Ma può succedere anche di peggio: per esempio che un giornale con diritto di finanziamento pubblico se lo venda ad un altro editore, Una compravendita dei soldi pubblici che va bloccata in nome dell’articolo 21 della Costituzione.

BERTOLASO
STAVOLTA E’ LUI IN EMERGENZA

Roma, 10 febbraio 2010 – Bufera su Bertolaso. In mattinata gli è arrivato un avviso di garanzia nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti per il G8 della Maddalena. Il capo della Protezione civile si è subito dimesso; dimissioni respinte da Berlusconi. Pur essendo garantisti, non possiamo non notare che in tutta questa storia c’è puzza di bruciato.

I fatti. Oltre all’avviso di garanzia per Bertolaso, l’inchiesta della Procura di Firenze ha portato agli arresti anche di quattro persone, tra cui Angelo Balducci, il numero due di Bertolaso durante i lavori della Maddalena, poi sostituito da Fabio De Santis, anche lui arrestato insieme a Mauro Della Giovampaola e Diego Anemone, imprenditore romano. L’accusa è di corruzione e scambio di favori (macchine e ristrutturazioni delle case private). Nell’inchiesta sono finite altre venti persone indagate, tra le quali – stando a quanto risulta dalle prime indiscrezioni – un magistrato romano.

La Maddalena. I lavori non finiti della Maddalena erano finiti anche sul tavolo della Corte dei Conti e un’inchiesta esclusiva di Repubblica aveva denunciato l’abbandono delle strutture. Bertolaso una settimana fa si era recato sull’isola sarda per respingere le accuse, rispondendo che era tutto a posto. Immagini e testimonianze dirette parlano di un’isola presa prima d’assalto da ruspe e cemento e poi, appena presa la decisione di spostare demagogicamente il G8 all’Aquila, abbandonata a se stessa. La ristrutturazione di alcune ex strutture militari e l’impiego di milioni e milioni di euro doveva essere l’occasione per rilanciare il turismo e posti di lavoro; ma nessuna delle due condizioni si è poi verificata.

Il contesto politico. L’inchiesta sulla Maddalena si intreccia con le polemiche politiche di questi ultimi mesi. La trasformazione della Protezione civile in Spa privata, senza più alcun controllo e trasparenza, e la decisione di Berlusconi, che anche ieri ha confermato il pieno appoggio a Bertolaso, di farlo diventare ministro. Tanto che viene il sospetto che questa decisione non fosse mossa tanto dall’intenzione di promuovere il capo della Protezione civile, ma di anticipare l’esito dell’inchiesta mettendolo al sicuro come capo di un ministero. Stesso discorso vale per la privatizzazione della Protezione civile: non suona oggi come un modo per sottrarla maggiormente al controllo democratico e per dare ai suo capi ulteriore mano libera?

Bertolaso. Aspettiamo l’esito dell’inchiesta per giudicare l’operato di Bertolaso sul piano della legalità. Ma non si può non notare che in questi anni, il capo della Protezione civile è stato l’uomo più potente d’Italia: qualsiasi crisi, dall’emergenza rifiuti passando per l’Aquila o i fiumi che straripano, è stato lui a controllare soldi, mezzi e personale. Una concentrazione di potere, che al di là dell’onestà del singolo, contrasta con il principio democratico della pluralità dei poteri e del controllo incrociato da parte dei diversi apparati dello Stato. Troppe volte Bertolaso è stato messo nelle condizioni di operare con mandato pieno, senza che nessuno potesse metterci bocca. Mandato che con la privatizzazione della Protezione civile diventerebbe assoluto. Da anni gira la voce che Bertolaso sia nipote del cardinal Ruini, notizia mai smentita di fatto dal Vaticano, anche per giustificare l’appoggio incondizionato che ha ricevuto da parte delle persone che contano, comprese quelle con abito talare. Se confermata questa notizia non cambia molto il quadro, né dell’inchiesta né della valutazione politica, ma la dice lunga su come Bertolaso maneggiasse un’intricata rete di relazioni politiche che gli hanno permesso di arrivare indisturbato fino a oggi. Ci auguriamo che l’inchiesta sia in grado di stabilire la verità e che non venga strumentalizzata a livello politico. Ma speriamo anche che sia un’occasione per fare un passo indietro sulla privatizzazione della Protezione civile.

BERLUSCONI SU ELUANA
COME GLI AVVOLTOI

Roma, 9 febbraio 2010 – Avvoltoio. Come altro chiamare Berlusconi che a distanza di un anno dalla morte fisica di Eluana Englaro ha voluto scrivere alle suore che la accudivano durante i 14 anni di stato vegetativo. Per ringraziarle e dire, in un vero e proprio delirio di onnipotenza: peccato non aver potuto evitare la sua morte.

La lettera è stata recapitata alle Misericordine di Lecco, che assistono i malati nella clinica “La Quiete” di Udine, dal ministro del Welfare Sacconi, ed è subito nata una polemica politica sul fine vita.

Beppino Englaro, con la sua solita signorilità, ha risposto che se Berlusconi avesse visto Eluana come era prima di staccare la spina avrebbe usato parole diverse.

Parole miti di un uomo che ha sofferto, ma rivolte a un presidente del Consiglio che evidentemente non è in buona fede. Se così fosse non avrebbe risollevato un caso come quello della giovane donna che ha vissuto per 17 anni in stato di totale incoscienza. Avrebbe rispettato il dolore del padre e della madre, avrebbe avuto pietà di un corpo che ora riposa in pace.

Berlusconi, a differenza di quello che ha scritto alle suore, non ha alcun interesse per la vita. Ha a cuore un’altra cosa: la sua visibilità politica e per ottenere facile consenso usa come una clava anche storie e persone che meriterebbero ben altro rispetto.

Se veramente volesse affrontare il tema del fine vita seriemente e mettendo a confronto le varie posizioni, ha un luogo dove si può fare: il Parlamento. Invece a quel Parlamento tenta di imporre la morale di una parte, non solo e non tanto politica ma della stessa società.

Si può e si deve dissentire sulle diverse proposte politiche. Ma ciò che non si deve mai fare è approfittarsi della vita o della morte di qualcuno per avere più voti. E’ un fatto disdicevole che va al di là delle diverse fazioni politiche. Servirsi della morte di Eluana non è di destra né di sinistra. E’ semplicemente immorale.

BANCHE? NON APRITE QUELLA PORTA

Italia, 8 febbraio 2010 – «Con usura – scriveva Ezra Pound in quel suo noto e meraviglioso Canto dedicato al cancro del capitalismo – nessuno avrà casa di buona pietra / il pane tuo è arido come carta. / Peggio della peste è usura».

Ora, qualcuno penserà che l’usura sia un fenomeno marginale, per quanto grave, praticato da malviventi perseguiti, quando sono perseguiti, dalla legge. Episodi molesti, vero,  ma che, pur tuttavia, oltre ad essere illegali, non arrivano ad incidere nel profondo della maggioranza degli italiani.

Non è così.

Avete un conto bancario senza fido? E, in quanto titolari di un tale conto, il direttore della vostra filiale  vi avrà anche gentilmente concesso quella opzione che si chiama: “scoperto”, è vero? Ma sì: quel gruzzoletto al quale, in caso di emergenza, potete attingere. Una comodità, non è vero? Senza neanche bisogno di industriarvi per avere un prestito, ci sono automaticamente quei mille, duemila euro a disposizione.

Sì, ma sapete quanto vi costa un prelievo da quella riserva? Dati rilevati da varie Associazioni di consumatori fanno sapere che, oggi, uno sconfino di mille euro al mese, costa anche più di 200 euro al mese. Come dire: tasso di interesse pari al 20%. Lo applica per esempio, Banca Popolare dell’Emilia Romagna. Mentre la Banca Marche vi applica uno sconto del quasi 50%: “solo” 109 euro al mese. L’eccelso lo raggiunge la Cassa di Risparmio di Ravenna.  Che applica agli sconfini in assenza di fido chiede addirittura  fino a 30,54 euro a chi sfora di mille euro per un solo giorno; e 63,77 euro per una settimana. Intesa Sanpaolo e Unicredit, che per le loro commissioni settimanali chiedono appena 70 euro nella prima e 71 nella seconda settimana, sono dei benefattori al confronto.

Avete capito? Altro che strozzini e cravattari di strada. Questi nobili consorzi che si chiamano banche, l’usura la praticano sistematicamente e tutti i giorni su milioni di italiani.

E lo stato? Come al solito: nulla può. Se per i conti affidati, infatti, è stato posto un tetto alle spese sostitutive (ivi compresi gli scoperti), nulla è previsto per i conti senza fido. Far west senza regole e senza frontiere, quindi. E per gli indiani della riserva, cioè noi, al massimo c’è da aspettarsi l’arrivo del generale Custer a darci il colpo di grazia.

TERRY SENZA FASCIA DA CAPITANO
IL MORALISMO SCENDE IN CAMPO

Londra, 6 febbraio 2010 – Vabbeh che, come si diceva negli anni 70, il personale è politico, ma negli ultimi anni il detto andrebbe parafrasato in “il personale è bacchettone”. Dopo Berlusca e Delbono tocca pure a Terry, il calciatore del Chelsea.

L’allenatore della nazionale inglese, il nostro Fabio Capello, ha deciso di punire il capitano per aver messo le corna alla moglie con l’allora fidanzata di un suo collega calciatore. E così gli ha levato la fascia. Terry non sarebbe degno di portarla.

Questo ennesimo atto di moralismo puzza, stavolta, un po’  più delle altre volte, di copertura. Si usa un tema che ha grande riscontro mediatico per nascondere verità ben più scomode. In questo caso si usa una vicenda privata, che va sì compresa e analizzata anche pubblicamente ma non certo ritenuta sanzionabile, per non dire che il vero scandalo del calcio sono gli stadi vuoti per i troppi paletti messi all’ingresso, a tutto vantaggio dei profitti per gli indotti della pubblicità televisiva procurati da chi la partita, ormai, preferisce vedersela a casa. E si tratta di centinaia di milioni di euro.

La domanda è allora se ci si fida di più di un calciatore che ha avuto un’amante o di un sistema calcistico totalmente in balia del mercato e degli affari. Saremo romantici ma tra le corna e il capitale preferiamo le prime. Certo sappiamo che Terry non è esente da paghe da capogiro, ma così come nessuno si sogna di metterlo in discussione per questo, vorremmo che accadesse lo stesso per le scelte compiute nella sua vita privata. Se ancora di vita privata in quest’epoca si può parlare.

Ma non possiamo prendercela con nessuno. Né stigmatizzando la latitudine – l’Italia con il caso Morgan, che abbiamo già commentato, ha fatto anche di peggio – né prendendocela con media e persone dello spettacolo. E neanche con le novecentesche e superate divisioni politiche tra destra e sinistra, visto che i lettori di repubblica.it, il sito forse più bacchettone che c’è in giro, davanti alla domanda: ha fatto bene Capello a levare la fascia a Terry?  In maggioranza ha risposto, sì.

Guardare dal buco della serratura e sparare giudizi piace un po’ a tutti e, sentendosi tutti immuni dal peccato, piace sparare sentenze. Prima Berlusconi, poi Marrazzo, poi Morgan, ora anche un calciatore inglese. Ma chi di spada ferisce di spada perisce. Lo sa bene la sinistra che a forza di gridare alla morale altrui, c’è finita sotto ben due volte (Marrazzo e Delbono). Ma lo dovremmo capire anche noi. Perché, alla fine, le esemplari punizioni inflitte sono solo un po’ di oppio offerto per placare il popolo, mentre il sistema – calcistico, televisivo, politico – resta, a parte qualche testa che cade come capro espiatorio, immutato.

Così, mentre godiamo della pena inferta ai singoli, continuiamo a subire un sistema che dissangua. Per un Morgan, che se proprio ha fatto male, lo ha fatto solo a se stesso, padroni in totale libertà continuano ad affamare milioni di italiani.

COLPO DI STATO. LA MAFIA E’ LIBERA

Roma, 5 febbraio 2010 – La Corte di Cassazione, il 21 gennaio scorso, ha sentenziato:  in presenza di alcune aggravanti, la pena può lievitare anche fino a 30 anni di reclusione e, dunque, il dibattimento deve essere tenuto davanti alla Corte d’Assise. Il che vuol dire il possibile azzeramento di tutti i processi di mafia, anche quelli già chiusi con sentenze che non siano ancora definitive, emesse in precedenza dai Tribunali di primo grado.

Altro che processo breve e legittimo impedimento, signori: siamo alla presenza di un vero colpo di stato. Un colpo di stato introdotto legislativamente con il famigerato «pacchetto di sicurezza» del luglio 2009: quello che prevedeva, per esempio, le ronde volontarie come salvaguardia della nostra civile convivenza.

E lo stesso governo, l’attuale Berlusconi quater, responsabile dell’emergenza messa in evidenza dalla Cassazione, ora, per voce del Ministro Alfano, giura di porre, in tempi brevi, rimedio: «Faremo di tutto per evitare che ci possano essere conseguenze negative e che si possa creare un grande paradosso e cioè che dall’inasprimento delle pene per i reati di 416 bis possano derivare benefici per i boss».

Stando alle parole di Alfano, dovremmo attribuire il caso ad una disattenzione.

Strano che un governo che si avvale del fior fiore di giuristi ed avvocati che conoscono a menadito ogni possibile cavillo per far salvo il leader dalle esposizioni giudiziarie, cada in un così madornale errore di procedura.

Vogliamo credere alla buona fede e ai buoni propositi di rimedio? Va bene: aspettiamo le soluzioni governative.

Il provvedimento deve avere carattere di urgenza, come invocato da tutti (mafia esclusa). Per cui, avremo poco da attendere per conoscere se il colpo di stato è riuscito o no.

MORGAN E L’ITALIA MORALISTA

Roma, 4 febbraio 2010 – Il cantante Morgan, ha detto: uso cocaina e crack per curarmi dalla depressione. L’Italia (quasi tutta) moralista ha risposto: sia cacciato da Sanremo, dà cattivo esempio. Ma è questa Italia che dà il peggio di sé.

Morgan, che ha fatto questa dichiarazione durante un’intervista al mensile Max, da oggi in edicola, non faceva l’esaltazione della sua esperienza. Raccontava di sé e di una sua scelta. Ma il festival di Sanremo, dove doveva partecipare con il brano La sera, ha deciso di cancellare la sua partecipazione a causa delle dichiarazioni sull’uso della droga.

Qualsiasi possa essere il giudizio sull’uomo di spettacolo, non si può non notare come i commenti, soprattutto del mondo politico, siano dettati da un insopportabile moralismo. Dalla ministra Meloni a La Russa, fino a Bersani, il leit motiv è che Morgan darebbe cattivo esempio legittimando l’uso delle droghe.

Il moralismo è pensare che tutti si debbano comportare come noi riteniamo consono e giusto, e se non si comportano in quel modo gli si impedisce anche di svolgere un ruolo pubblico. La doppia morale è invece quella di coloro che si drogano (molti anche del mondo della politica e dello spettacolo) ma lo tengono nascosto. Anzi, denunciano come reprobi coloro che usano le droghe alla luce del sole.

Allora bisogna ragionare su cosa sia peggio: chi contribuisce a creare una doppia morale, a nascondere una realtà che esiste oppure coloro che rivendicano la libera scelta? I giovani, visto che sono stati tirati in ballo, imparano di più affrontando la realtà, discutendo delle cose del mondo, o da questo balletto di prese di posizione di una politica mistificatrice?

Le dichiarazioni di Morgan, probabilmente fatte senza alcun intento provocatore, possono essere l’occasione per discutere senza infingimenti. Bisogna però che i politici la smettano con gli anatemi e il moralismo. Ha fatto quindi bene Morgan a non fare marcia indietro per poter sperare in una ravvedimento dei vertici Rai. Un po’ di verità e di libertà val bene un Sanremo.

BERLUSCONI
LE LEGGI RAZZISTE IN ITALIA FURONO UN’INFAMIA

Israele, 3 febbraio 2010 – Silvio Berlusconi, durante la visita ufficiale in Israele di questi giorni, ha detto tutto e il contrario di tutto: le colonie ebraiche nei territori occupati sono un male, però l’attacco militare di ritorsione israeliana, cosiddetto “Piombo Fuso”, è stata  una giusta reazione ai missili di Hamas; è giusto piangere le vittime della Shoah ma è pure giusto manifestare dolore per le vittime di Gaza; Israele deve rispettare i diritti umani, ma il muro in Cisgiordania non l’ha visto perché era impegnato a prendere appunti; denuncia la pericolosità dell’Iran per la sicurezza dello stato ebraico e invoca sanzioni per il nuovo Hitler, Amenidejhad, ma  risulta non pervenuto il disimpegno nei rapporti commerciali, specialmente quelli tra l’Eni e il regime degli ayatollah, riguardo alle forniture di gas.

Il personaggio è quello che è. Non ricordo dove, qualche tempo fa, lessi che nel suo profilo psicologico c’è il desiderio spasmodico di essere amato da tutti. Da qui, la perenne contraddizione del suo pensiero.

Su una cosa però è stato coerente: le leggi razziali promulgate durante il Regime fascista sono state un’infamia e Giorgio Perlasca, che salvò oltre 5000 ebrei in Ungheria fingendosi console spagnolo, è stato un eroe.  E qui, sicuramente, ha messo d’accordo tutti.

Oddio, quasi tutti… Qualcuno, nella destra-radicale, grazie agli Dèi anche: terminale, che chissà perché ha eletto nella sua mente l’uomo di Arcore a Nuovo Duce, si è assai rammaricato di questa sua sortita. In queste testoline afflitte da perenne torcicollo storico funziona ancora, con ogni evidenza, il tic nevrotico secondo il quale nulla di quanto il fascismo realizzò va disprezzato né messo in discussione né, tanto ma tanto meno, può essere considerato un’infamia senza venir meno al giuramento di fedeltà all’idea e alla storia di quell’idea.

Invece, no: quelle leggi furono un errore etico, storico e politico madornale. Spostare i termini del conflitto, prima politico e poi militare, dalla trincea sacrosanta del «sangue contro l’oro» a quella bestiale del «sangue contro il sangue» è una tara che abbiamo pagato cara e continueremo a pagare.

Un errore tanto più madornale se si considera che fino al 1934, il duce (quello vero), a proposito di siffatte teorie provenienti dalla Germania, si esprimeva così:  «Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con suprema pietà talune dottrine d’oltralpe sostenute da progenie di gente che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto».

A poco vale di contrasto che, spesso, durante il conflitto ultimo mondiale, i comandi italiani intervennero a difesa degli ebrei sottraendo molti di loro ai tedeschi. Tanto da indurre l’alto ufficiale delle SS, Roethke ad inviare un rapporto a Berlino lamentando che: «La zona di influenza italiana (…) è divenuta la Terra Promessa per gli ebrei residenti in Francia». Ormai, il danno razzista era fatto…

LA FIAT? MEGLIO CHE FALLISCA
F.TO CASAPOUND

Roma, 2 febbraio 2010 – Questa notte, l’Associazione politica e culturale CasaPound Italia ha simbolicamente occupato centinaia di sedi e filiali Fiat in 40 città italiane. L’azione ha voluto porre in risalto le contraddizioni dell’azienda torinese che procede ai licenziamenti e alla cassa integrazione di centinaia di lavoratori su territorio nazionale mentre, contestualmente, provvede, nel più squallido esercizio del profitto capitalista über alles, alla delocalizzazione delle sue fabbriche in paesi che mettono a disposizione mano d’opera a basso costo.

Che sia un’organizzazione come CasaPound Italia, dichiaratamente ispirata dalla Carta del Lavoro promulgata durante il Ventennio fascista, a fare le veci di un sindacato in catalessi e di una sinistra ormai chiaratamente complice del capitalismo, è notizia che può sorprendere solo gli antifascisti chiusi nel loro pregiudizio di sempre.

Di conseguenza, spiace, ma non sorprende, che lo stesso segretario della Fiom, Gianni Rinaldini, anziché ringraziare CasaPound per aver sollevato un problema patito in primo luogo proprio dai suoi assistiti, o da quelli che dovrebbero essere i suoi assistiti,  si sia espresso così: «E’ chiaro che si tratta di una iniziativa volta esclusivamente a farsi propaganda. Non c’entra niente con le lotte dei lavoratori Fiat. CasaPound cerca solo di farsi pubblicità. Confondono le acque, le loro finalità sono lontanissime da quelle dei lavoratori».

A confondere le acque, semmai, sono le omissioni di soccorso, le mancate prese di posizioni dirette della Fiom, la sua acquiescenza con un sistema, quello della produzione dell’auto e del suo indotto, che ormai si regge solo con i contributi diretti dello Stato italiano e con quella frode consolidata che si chiama “incentivo per la rottamazione”. Finiti i quali (incentivi), le previsioni sono a dir poco catastrofiche. Riportiamo dal Sole 24ore, che certo non si può dire un bollettino interno di CasaPound: «A gennaio gli incentivi non c’erano più, e l’Anfia ha registrato appena 125mila contratti firmati, un dato che equivale a -10% rispetto a gennaio 2009 (un mese molto difficile) e al dimezzamento rispetto alla media dell’ultimo trimestre: “Quando il portafoglio degli ordini verrà smaltito, ci si può attendere un crollo del mercato”, prevede Eugenio Razelli presidente della stessa Anfia».

Se quella di CasaPound è attività propagandistica, quindi, bisogna ammettere che la rete dei suoi complici è estesa, qualificata e, fino ad ora, insospettata.

Ma, al di là delle polemiche facili e facilmente rinviabili al domicilio del dott. Rinaldini, resta una “questione lavoro” che nessuno osa più affrontare alla radice. E chi lo fa, è solo un bieco fascista che cerca di farsi «propaganda».

Restano fatalmente i dati. E i dati, purtroppo, dicono questo: il tasso di disoccupazione in Italia a dicembre 2009 è dell’8,5%, pari a 2.138.000 unità. 392mila in più rispetto a dicembre 2008.

E il 2010, come abbiamo letto sopra, comincia anche peggio di come si è chiuso il 2009.

httpv://www.youtube.com/watch?v=WgpvdSIZ0Qc

LA LEZIONE DI STEFANO OKAKA

Roma, 1° febbraio 2010 – Capita che un centravanti appena ventenne, Stefano Okaka, segni un gol da cineteca sotto la curva della sua squadra e venga salutato dai tifosi con la gioia che il gesto atletico e il risultato acquisito con quel gol negli ultimi minuti meritano. È normale, no?

Dovrebbe esserlo (normale). Sennonché, lo stesso Stefano Okaka, lo scorso 1° ottobre, aveva segnato un gol contro il Cska Sofia in una gara velevole per la Europa League. Magari non fu un gol altrettanto bello, sicuramente non fu determinante per il risultato come è stato quello di ieri, fatto è che, corso a festeggiare sempre sotto la medesima curva dell’Olimpico,  ricevette in cambio del suo entusiasmo il becero “buu-buu” riservato di solito ai giocatori di colore della squadra avversaria.

Stefano Okaka, infatti, è negro, pur essendo a tutti gli effetti della legge cittadino italiano.

Stefano Okaka non è Mario Balotelli. Non è un provocatore di folle, non ha gli atteggiamenti divistici di Supermario. E se lo senti parlare tenendo gli occhi chiusi, potresti scambiarlo tranquillamente per uno dei tanti giovani della borgata romana, tanto la calata gli appartiene. Inoltre, almeno per il momento, non aspira nemmeno alla Nazionale, per la buona sorte di quelli che «non ci sono negri italiani».

Ma nemmeno a Mario Balotelli è capitato mai di ricevere l’insulto razzista dai suoi tifosi, come è capitato a Stefano Okaka. A Roma, poi: una città che il cosmopolitismo lo ha inventato qualche migliaio di anni fa.

Fu una brutta serata, quel 1° ottobre. Una di quelle sere in cui avresti voglia di farla finita con il calcio e con i suoi rituali, sempre più rozzi, sempre più inquinati dal ciarpame delle identità fasulle, dei miti trogloditi, dalle esplosioni di raptus caprini e bovini… Lo fu per tutti gli appassionati di questo sport che è stato, un tempo, una delle autentiche religioni civili di questo paese. Ma soprattutto deve esserlo stata per Stefano Gegè Okaka.

Eppure è stato proprio questo ragazzo di vent’anni a dirci di continuare ad amare il calcio. Avrebbe avuto tutto il diritto, dopo il gol di ieri di non festeggiare o di festeggiare in un altro modo quello che resterà per sempre – ne siamo convinti – il gol della sua vita.  Tanto più che dall’indomani sarebbe andato a vestire la maglia di un’altra società, di un’altra città, di un’altra nazione…

Invece, no: è corso di nuovo sotto quella curva. Di più: se non lo avessero fermato, avrebbe scavalcato la recinzione e si sarebbe tuffato in mezzo a quella che lui considera la sua gente, il suo popolo, prima ancora che i suoi tifosi…

httpv://www.youtube.com/watch?v=-13jqHgvg5k

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