Festival di Sanremo. Viva il Re!

Mario Grossi

Il 60° Festival della Canzone Italiana sarà ricordato, lo leggo sul Corsera e su Repubblica, come il Festival della plateale insurrezione del pubblico in sala e dell’orchestra di musicanti.

I fatti mi sono noti, per quello ho visto a tratti durante il mio solito furioso zapping televisivo, per quello che ho letto sui giornali e per i servizi che hanno riproposto le immagini di Pupo, Emanuele Filiberto e di tal Luca Canonici che sono stati fischiati a lungo per l’esecuzione della loro canzone.

Tutti i commenti unanimi hanno bollato la canzone, e con toni diversi hanno affossato interpreti e compositori.

Il commento migliore l’ha fatto però proprio uno degli incriminati, Pupo, che si è rivolto al pubblico ululante in platea che fischiava sonoramente lui ed Emanuele Filiberto dicendo «Non capisco tutta questa ostilità preventiva, ma la rispetto!». Chi l’avrebbe mai detto che un nanerottolo che ha tentato nel passato di fare il cantante, che si è reinventato personaggio televisivo, dopo essersi perso al gioco quello che aveva conquistato con la sua professione e che si è prestato al circo di Sanremo, potesse, con una semplice frase, dire tante cose che nessuno, nel profluvio di parole, accuse, interviste era riuscito a dire.

Pupo con quella frase laconica, umile e al tempo stesso assertiva ha dichiarato tre cose.

Primo. Il suo diritto e il diritto di Emanuele Filiberto di scrivere le canzoni che vogliono, di presentarsi a un Festival che certo non brilla per qualità canora e compositiva e di sottoporsi al giudizio del pubblico. Semmai chi ha selezionato le canzoni aveva l’obbligo di fermarla, data la sua povertà, prima del palcoscenico. Ma mi sembra di poter dire che i criteri di scelta prescindano dalla qualità delle canzoni e peschino a piene mani in altri. Non si spiegherebbe altrimenti la presenza di quei tizi che provenivano da Amici e da X Factor o di Povia con la sua scellerata canzone, ma anche di Arisa (la cui filastrocca scema, peraltro, è quella che più è piaciuta a me, insieme alla canzone di Cristicchi).

Secondo. Il pieno diritto del pubblico di fischiarli per affermare una disapprovazione legittima di fronte ad una canzone scandalosa, per come cantata e per il suo testo squallido.

Terzo. Che a parte questi due diritti inalienabili esisteva poi il televoto. Il popolo televisivo chiamato a votare doveva indicare la sua preferenza. E alla fine, volenti o nolenti, i premiati sono stati i tizi di Amici e X Factor e proprio il trio monarchico così sonoramente fischiato.

A questo punto non ci sarebbe altro da dire.

C’erano dei candidati che si sono sottoposti a una giuria popolare, il popolo televisivo, che forse non brillerà per acume artistico ma che liberamente (oppure in modo coatto visto l’ambito, ma questa è un’altra storia) ha speso 0,75 € per il suo sms voto.

Il trio è stato eletto secondo classificato proprio da un voto democratico e popolare e questo dovrebbe bastare a coloro che si professano tali per accettare con aplomb istituzionale la votazione.

Qualcuno ha sussurrato che il televoto era truccato, che qualcuno si è comprato interi call center per far vincere il candidato preferito. Ma questa è dietrologia che non c’entra nulla con quello che è successo.

Non amo affatto Emanuele Filiberto, trovo rivoltante il testo della sua canzone, così come trovo squallida l’operazione imbastita per dare evidenza televisiva ad un trio che meglio farebbe ad andare a zappare alla vigna. Ma gli altri vincitori non sono stati da meno. Si sono fatti trainare dai programmi televisivi cui hanno partecipato, utilizzando in pieno quell’autoreferenzialità della televisione che è ormai il motore unico del successo di coloro che ne tentano la via.

Per questo dico: Viva il Re! E viva il suo pieno diritto di dire con una canzone delle sonore puttanate, che poi sono state anche ampiamente votate (si potrebbe dire che hanno il sostegno popolare!). Il problema è di chi ha selezionato quello scempio.

Pessima figura poi l’hanno fatta gli orchestrali che stracciando i loro spartiti in segno di protesta li hanno lanciati sul palco sghignazzando.

Se fossero persone serie si sarebbero rifiutate di accompagnare musicalmente quella canzone, impedendone l’esecuzione e mettendo a repentaglio il loro posto di lavoro e lo stipendio.

Ma fanno parte anche loro del baraccone che evidentemente non cercava altro che quella gazzarra per farsi un po’ di pubblicità gratuita.

One man, one vote. E se a votare ci si sono messi oltre ai coatti infatuati da Amici anche i naziolapopolari a cui è facile strappare una lacrima con quella retorica vomitevole fatta di Dio, Patria, Famiglia e Re, questo non dovrebbe scandalizzare.

In una contesa democratica è il numero di voti anonimi che fa la differenza, non certo se quei voti provengano da un sottoproletario o da un intellettuale spocchioso.

Mi fa un po’ sorridere che a dover scrivere queste cose sia uno come me che si è scoperto democratico solo per stanchezza senile.

Sarà che sono uno snob Bastian contrario ma oggi e solo per oggi dico Viva il Re! E Viva Pupo suo fedele e sciocco (o furbo) servitore!

Poi ascolterò altro!

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