Eugène Terre’Blanche. Il poeta Afrikaner

Arba

Il movimento di estrema destra AWB, l’Afrikaner Weerstandsbeweging, è impegnato da qualche anno in un rilancio politico e in un riassestamento dell’organizzazione, dopo l’ibernazione forzata del suo leader Eugène Terre’Blanche bloccato in carcere fino al 2004.

Eugène Terre’Blanche ovvero Terra bianca: un cognome che più che una promessa è un destino. Un’anima da poeta, un DVD di poesie, recitate anche in comizi, chiamato Tolbos. Versi malinconici e struggenti sulla meravigliosa terra sudafricana di Transvaal, concessa da Dio (secondo Terre’Blanche) ai coloni bianchi europei: olandesi, francesi e tedeschi ed ormai inglobata e risucchiata nella repubblica del Sudafrica. Poesie zampillate dall’anima lirica del capo del Movimento di Resistenza Afrikaner ma anche versi molto classici di autori come Jan Celliers o Toon van den Heever, poeti della prima generazione della letteratura sudafricana.

Di fatto, E.T., come Eugène Terre’Blanche viene spesso chiamato, non è tanto conosciuto per il suo contributo alla letteratura quanto per le sue attività nell’Afrikaner Weerstandsbeweging (Movimento di Resistenza Afrikaner): un’organizzazione paramilitare considerata, a seconda delle proprie posizioni politiche, un movimento di resistenza patriottica che rivendica l’autodeterminazione e l’autogoverno di una nazione Boera indipendente o un’associazione a delinquere, pericolosa, pro-nazista che segue l’ideologia della supremazia bianca.

I suoi antenati provenivano dalla Francia: nonno combattente contro gli inglesi della Colonia Britannica del Capo, padre Tenente Colonnello. Lui stesso era ufficiale di polizia in gioventù. Poi divenne guardia del corpo del Primo Ministro ma deluso dalla politica liberale fondò con spiriti affini il proprio movimento AWB. Un poeta/guida politica o un ammasso di razzismo senza senso?

Con spregiudicatezza si potrebbe tentare un misterioso link fra Terre’Blanche e Peter Gabriel (ex-Genesis) o con il suo anti-eroe musicale Rael. Ai tempi del capolavoro ”The Lamb lies down on Broadway” (1974) il musicista fece iniziare la canzone ”The Colony of Slippermen” con i versi: «I wandered lonely as a cloud» di William Wordsworth, uno dei fondatori del Romanticismo e naturalismo inglese. Un altro cognome, quello di Wordsworth, che racchiude un mondo, oltre che una promessa. Un universo di parole. Words-worth: degno di parole che meritano di essere usate. Il leader Afrikaner Eugène Terre’Blanche sarà giunto alla stessa conclusione quando nella sua prima conferenza stampa all’uscita di prigione ne fece grato uso. «I wandered lonely as a cloud / vagabondavo solo come una nuvola» non è il destino che spetta ad un vero poeta? E la solitudine non è la sorte di un leader scomodo? Nel 2004, uscendo dal carcere cavalcando uno stallone nero e poi davanti a (pochi) suoi sostenitori accorsi per celebrarlo dopo l’espiazione della pena, su condanna per aggressione e tentato omicidio, recitò una delle poesie più famose di Wordsworth:

«Vagabondavo solo come una nuvola che fluttua in alto sopra valli e colline, quando ad un tratto vidi una folla, una schiera di dorati narcisi; lungo il lago, sotto gli alberi, svolazzando e danzando nella brezza. / Fitti come le stelle che brillano e sfavillano nella Via Lattea, si stendevano in una linea infinita lungo le rive di una baia: diecimila ne vidi all’improvviso, scuotendo le loro teste in una danza vivace. /Le onde accanto a loro danzavano ma loro sorpassavano le scintillanti onde in allegria; un poeta non poteva che essere felice, in una così felice compagnia. /Ammiravo e ammiravo ma pensai poco al benessere che la scena mi aveva portato: poiché spesso, quando me ne sto disteso con umore vuoto e pensieroso, essi balenano a quell’occhio interiore che è la felicità della solitudine, e allora il mio cuore si riempie di piacere, e danza coi narcisi.» (William Wordsworth)

Un’estasi ingenua e sensibile nei versi del poeta, padre del Romanticismo inglese. Una dichiarazione politica per Eugène Terre’Blanche, padre del Movimento di Resistenza Afrikaner, al quale interessava rassicurare i suoi ascoltatori che pur considerando l’inglese la lingua più potente del mondo, l’Afrikaans rimaneva la lingua che lo/li rappresentava per eccellenza. Il tutto venne scandito con una voce carismatica, ammaliante e potente da leader: posizione che nessuno gli poteva e può disconoscere. Grato per il suo rilascio, in un discorso su un palco ornato come di abitudine dalle sue bandiere ‘’svasticate’’, reputò necessario sottolineare uno degli aspetti culturali della sua lotta: la lingua Afrikaans in un Sudafrica ormai post-apartheid. Dichiarazioni politiche come il cd: il recupero di grandi nomi della letteratura inglese e sudafricana mischiati alla produzione poetica personale per esprimere la sua ideologia. Versi nazionalisti e sulla natura che testimoniano l’amore, l’unione e congiungimento di terra e popolo. O meglio paese e nazione Boera.

Il simbolo dell’AWB, rappresentazione molto potente e quasi disturbante, comprende un’aquila biblica, ovvero la protezione divina che si trovava su ogni blasone delle repubbliche Boere. Contiene un segno di tre sette che ricordano nella loro combinazione la svastica e che interpreterebbe la perfezione e la vittoria finale, contrapposta al 666 di un anticristo. Il movimento sembra sia stato fondato in un freddo mese di luglio sudafricano ( mese 7) da sette persone a Heidelberg. Il cerchio nel quale si trovano i 3 sette simbolizza la vita eterna, il rosso il sangue di tutti i martiri cristiani ed il sangue della nazione Boera sparso per la libertà. Il bianco la purezza della fede e il nero il coraggio. Nel suo primo comizio da libero, passando da Mosè per arrivare a Gesù,  assicurò di essere pronto ai comandi del suo Creatore. La detenzione aveva perfino fatto rinascere la sua fede cristiana: un ‘’cristiano nato di nuovo’’ che aveva guidato gruppi di preghiera fra i detenuti. Si riproponeva al pubblico come ‘’umile cittadino’’, affermando di non avere rimpianti di nessun tipo o rimorsi. Cosciente dei doveri verso il popolo, il suo popolo bianco, riproponeva la sua immutata disponibilità politica.

In un raduno nel 2006 fu annunciata ufficialmente la rinascita del suo Afrikaner Weerstandsbeweging, come pure la ripresa della lotta per uno stato Afrikaner, il tutto condito dalle immancabili bandiere, con sostenitori barbuti e armati e con uniformi color kaki, benedizioni calviniste sulla terra promessa boera e sottolineando che i neri cercavano di distruggere i bianchi ed era sensato armarsi proclamando il rifiuto di vivere sotto la guida di neri: ‘’La terra è nostra’’. Quidici anni prima il messaggio era: abbiamo civilizzato il Sudafrica, abbiamo versato il nostro sangue, siamo Boeri, dobbiamo difenderci dal caos e dai comunisti e dagli zulu ecc.  L’accenno al comunismo era uno dei punti cardine dei discorsi, quando Eugène Terre’Blanche, definito il Boero di ferro, tratteggiava la lotta come una battaglia fra Dio e il comunismo e si diceva pronto a scatenare la guerra civile.

Nel 2009 il messaggio non è cambiato di molto ma Terre’Blanche, scortato da guardie del corpo in camicie nere, ha aggiunto alle sue preghiere nei comizi l’implorazione a Dio di restaurare i Boeri nella loro terra, per così permettere la costruzione di chiese dove islamici, con  ‘’strani culti”, hanno eretto i loro luoghi ‘’stranieri’’ di adorazione’’. Sottolineando sempre ed ovunque che i Boeri oltre ad aver lottato hanno anche pagato per la loro terra in Natal e Transvaal. Esistono in merito trattati e documenti, diritti: il diritto alla libertà boera.

Dimagrito e con la barba bianca, Eugène Terre’Blanche continua a tuonare che i veri Afrikaners devono unirsi e lottare fino alla fine perchè il Sudafrica ‘’è guidato da pazzi criminali che assassinano e rubano e rovinano il paese’’. In un comizio nell’ottobre 2009, in un ripasso di storia per gli ascoltatori, ricordò come più di 100 anni prima, nella Seconda Guerra Boera, circa 26.000 Afrikaners morirono nei campi di concentramento costruiti dagli inglesi ma che: «Abbiamo combattuto il British Commonwealth, sopravviveremo anche all’Anc».

Il suo grande progetto resta quello di unire 23 gruppi di estrema destra sotto la bandiera dell’AWB. La strategia politica è di portare la lotta della liberazione Afrikaner alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, domandando il diritto ad una Repubblica Boera separata dalla Repubblica del Sudafrica.

Sembrerebbe che adesso scelga le parole per esprimere i concetti che da sempre lo pervadono in maniera più attenta. Con enfasi esprime che il suo movimento ha scelto di arrivare all’indipendenza unicamente con mezzi legittimi e legali e non con la lotta armata. Ma resta un sostenitore del pensiero che per i bianchi, in un Sudafrica alla deriva, l’unica vera difesa è l’autodeterminazione/governo sui territori pagati da antenati coloni europei, la quale proprietà è pur sempre valida e per la quale si vorrebbe un riconoscimento ufficiale basato sulle leggi internazionali esistenti.

Recentemente Eugène Terre’Blanche è stato denunciato al SAHRC, Commissione per i Diritti Umani del Sudafrica, per aver pronunciato la parola ‘’apie’’, piccola scimmia, indicando la statua di Chief Tshwane a Pretoria. La statua si erige non lontana da quelle di Marthinus Wessel Pretorius, presidente della vecchia Zuid-Afrikaansche Republiek e di suo padre Andries, dal quale la città di Pretoria deriva il suo nome. La statua rappresenta un uomo con le tipiche caratteristiche fisiche di un africano Tswana/Ndebele e vestito con i costumi tradizionali di un capo tribù del XVII o XVIII secolo.

Anche una statua è una dichiarazione politica alla quale Eugène Terre’Blanche ribatte, non sapendo resistere. Lo fa contrapponendo e posizionando continuamente la sua orgogliosa anima di Afrikaner ad un mondo che ormai è molto meno Afrikaner. In una società in cui almeno 100 ”farmers” bianchi all’anno vengono assassinati, (spesso dopo torture), da giovani neri in una media di 750/800 attacchi all’anno. Un ”genocidio bianco”, come viene definito da gruppi Afrikaners.

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