Anniversari & Anniversari. 9 e 11 febbraio

Fabrizio Fiorini

Finché, domestica o straniera, voi avete tirannide, come potete aver patria? La patria è la casa dell’uomo, non dello schiavo

Giuseppe Mazzini

Troppe volte l’umanità in genere e le nazioni occidentali in particolare vengono catapultate nelle celebrazioni di anniversari e in commemorazioni che non godono – nonostante il patrocinio delle più alte istituzioni e delle più partecipate organizzazioni politico-sindacali – di alcuna adesione popolare.

Siamo reduci, ad esempio, di una neo-istituita “giornata della memoria” che cade – se la memoria non ci inganna – il 27 di gennaio, per commemorare l’olocausto ebraico avvenuto – come tutti ricordano – negli anni Quaranta del secolo scorso sul suolo d’Europa. Se ne avvertiva oggettivamente il bisogno, visto che di olocausto ebraico (e del suo lucroso indotto) nelle restanti trecentosessantaquattro giornate dell’anno poco o punto si parla, e non c’è aula scolastica o universitaria, trasmissione radiofonica o televisiva, convegno storico o politico in cui se ne faccia menzione.

Altri anniversari si sono invece tramutati in sagre dell’ipocrisia, di cui a malapena si rammenta l’origine storica: la giornata delle Forze Armate, ad esempio, declassata – con buona pace degli ascari in armi al servizio del potere coloniale – a festività di seconda serie, che pretenderebbe di affermare un giubileo per una struttura militare umiliata e ridotta al rango di carne da cannone per le imprese belliche dei nostri occupanti; la festa della Repubblica, 2 giugno, che attraverso la ritrovata ritualità da parata sparge fumo negli occhi per celare l’inconsistenza e la carenza cronica di sovranità delle istituzioni repubblicane nate dalla sconfitta nell’ultimo conflitto mondiale; altre ricorrenze, l’8 di marzo ne è un esempio, hanno quantomeno il pregio di rinvigorire il fatturato di fioristi e commercianti vari, ma permane il vuoto di senso che le caratterizzano: come se fosse possibile una liberazione della donna decontestualizzata dalla liberazione del popolo dalla sua schiavitù.

Anche il primo maggio non se la passa bene: da giorno di lotta si è tramutato in festicciola giovanilistica, in consunto festival musicale buono solo per le soporifere frequenze ottimiste e di sinistra (come la puttana di Lucio Dalla) di Rai Tre; non si vuole più cambiare il futuro, al massimo si cambiano i dischi. Poi c’è il 25 aprile che, invece che essere listato a lutto a perenne memoria della nostra nakba, l’occupazione militare del Paese, è ormai da decenni la sagra della retorica resistenziale, l’occasione di esaltazione delle nostre virtù di bravi e utili servi, la catarsi massiva in cui purificarci della colpa di essere stati una nazione sovrana. Al suo confronto riescono a fare bella figura anche gli alalà all’amatriciana delle stanche commemorazioni che ogni 28 ottobre si tengono in numerosi ristoranti della penisola. Pur tuttavia, ben vengano queste rimpatriate in orbace, e ben venga addirittura il 25 aprile, considerando che qualcuno, recentemente, non ha trovato nulla di meglio da fare che pensare di far assurgere agli altari della ritualità civile niente meno che l’anniversario dell’8 di settembre.

Altre ricorrenze meriterebbe di commemorare (anzi, più propriamente: di festeggiare) un popolo libero. Ricorre in questi giorni, ad esempio, il 161° anniversario della proclamazione della Repubblica romana, avvenuta il 9 febbraio del 1849. Allora, per la prima volta nella storia moderna di questo Paese, furono poste – pur se ristrette dalla contingenza storica in una dimensione locale – le basi del sentimento nazionale; non solo in termini di slancio unitario, ma anche e soprattutto all’interno di una dimensione di sovranità e di libertà dalle ingerenze esterne e interne, in primis di quelle clericali. Nello stabilire che  “la Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana” e che “la Repubblica Romana avrà col resto d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune”, tale compiuta esperienza rivoluzionaria inverava l’ideale mazziniano del Risorgimento secondo cui le questioni sociali e il nuovo indirizzo politico non potessero essere disgiunte dalla questione nazionale. A più di un secolo e mezzo di distanza tanto l’elemento sociale quanto quello nazionale sono stati calpestati dalla servitù cui questa nazione è ridotta, e il 9 febbraio è caduto nell’oblio obbligatoriamente prescritto ad ogni domanda di libertà. Fatti salvi i nostalgici e sterili raduni semiclandestini di qualche manipolo di reduci del Pri in terra di Romagna, non vedrete sorgere comitati di celebrazione, non ci saranno bande, fanfare e discorsi. Perché è un anniversario che non meritiamo più, cui abbiamo rinunziato abdicando dal nostro sentirci un popolo libero. Abbiamo halloween e San Valentino, e ce li facciamo bastare.

Spostandoci di qualche migliaio di chilometri ad Oriente e andando avanti di un paio di giorni troviamo un altro anniversario che invece rende orgoglioso un popolo e speranzosi altri milioni di uomini liberi in ogni angolo della Terra: quello della Rivoluzione islamica dell’Iran dell’11 febbraio del 1979. Quel giorno in cui il popolo iraniano rovesciò la più longeva e danarosa monarchia della storia, in cui seppe fare fronte contro nemici interni e congiure internazionali, in cui seppe ricondurre a più miti consigli l’arroganza delle preponderanti forze esterne che lo volevano piegato ai loro interessi, in cui dimostrò di poter tenere in iscacco la violenza e la forza delle armi di un nemico che sulla carta era incomparabilmente più forte,  in cui seppe riaffermare la propria libertà, la propria sovranità e la propria indipendenza – quel giorno, sta lì a ricordare ai nemici dei popoli e della loro libera autodeterminazione (e ai loro tentacoli militari, politici ed economici: il sionismo, gli Stati Uniti, la grande finanza) che la loro sconfitta non è solo auspicata, non è solo oggetto di proclami: la loro sconfitta è già iniziata, esattamente trentuno anni fa.

Il 9 febbraio e l’11 febbraio, due anniversari. Il primo a ricordarci di ciò che eravamo e che non siamo più. Il secondo a ricordare agli ‘altri’ che – finché saranno in vita uomini liberi – per ogni popolo che verrà oppresso altri spezzeranno le loro catene, e la fiaccola della libertà passerà da un popolo all’altro, anche a secoli di distanza, anche da un continente all’altro, anche da Mazzini a Khomeini. Finché finalmente non brucerà il mondo.

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