Amor fati. Intervista a Marcello Veneziani

Fiorenza Licitra

Intervista Marcello Veneziani

La prossima settimana arriverà in libreria, per i tipi della Mondadori, il nuovo saggio di Marcello Veneziani: Amor Fati. L’occasione ci dà il destro per intervistare l’Autore sul largo spettro delle sue riflessioni. In esclusiva per Il Fondo.

La redazione

In un recente articolo, intitolato “Francia, sotto la bandiera niente” Alain De Benoist  prende atto di come nel suo Paese il concetto d’identità nazionale sia diventato vacuo e privo di riferimenti valoriali. Lei sotto la bandiera italiana cosa vede?

Parto dall’unico dato positivo e confortante:  sono convinto che esista un’identità italiana, solo che non è politicamente tangibile: è civile, gastronomica, culturale e geografica, ma non c’è un’identità civile politica; così se dovessi rintracciare dei riferimenti istituzionali all’identità italiana non saprei cosa trovare. Sicuramente, dal punto di vista caratteriale, Berlusconi, come l’ha definito Scalfari, è l’arcitaliano, rappresenta cioè l’autobiografia degli italiani, ma ci sono tratti italiani in molti politici nostrani, però non credo ci sia qualcosa di sostanziale né che si possa parlare di una coscienza culturale e civile dell’essere italiano, quindi debbo anch’io concludere come De Benoist: sotto la nostra bandiera c’è poco e niente.

Come Lei ha scritto recentemente ne Gli anni incendiari «La modernità è contrassegnata dai mezzi che vincono sui fini…grandi mezzi economici e tecnici per scopi sempre più esili e significati sempre più labili».

Questa è una tesi, sostenuta in diversi miei libri, che parte dalla convinzione che ormai l’epoca strumentale abbia prevalso su quella teleologica, come direbbero i filosofi; c’è un primato assoluto della tecnica e del mercato, che sono fagocitanti rispetto alla politica, alla comunità e a tutto quello che richiama un’appartenenza e un’identità. Questo, credo, non risparmi neanche l’Italia, anzi per una volta in questo Paese non c’è alcuna anomalia: noi siamo figli del nostro tempo che ha dedicato all’economia e alla tecnica tutte le sue energie e che, quindi, ha sacrificato ogni finalità alla celebrazione dei grandi mezzi. Non credo, però, che sia un male italiano, ma occidentale.

Lei ha anche notato come la globalizzazione sia la prima corrente che non prende il nome da un tempo storico, ma dallo spazio, inteso però non come confine e limite, ma come annullamento delle frontiere e quindi delle differenze antropologiche-culturali.

Certo, con un tratto culturale esattamente rovesciato, i figli della globalizzazione non si sentono conterranei di nessuno, ma solo contemporanei; il vincolo temporale diventa l’unico che fa da paio all’appartenenza spaziale, al mondo globale. Curiosamente avviene questa traslazione per cui non ci sono altre identità se non quella di essere del proprio tempo. Questo è uno degli effetti tipici della globalizzazione e soprattutto delle sue gambe che sono appunto la tecnica e l’economia.

Non le sembra che la globalizzazione sia una forma di totalitarismo, solo più bieca perché non è dichiarata, ma è anzi travestita da buon samaritano?

Sono d’accordo su un punto, in disaccordo su un altro: concordo sull’analisi e, a tal proposito, vent’anni fa ho scritto un libro Processo all’Occidente in cui sostenevo che il nuovo totalitarismo morbido, soft è esattamente quello globale, nel senso che non c’è altro orizzonte al di fuori del nostro, non possiamo cercare nulla oltre il progetto globale e questo è proprio di un carattere totalitario. Indubbiamente, se non abbiamo altro orizzonte e ogni tentativo di cercare il diverso ci fa ricadere nel passato, nella maledizione e nell’infamia, viviamo in una forma di totalitarismo. Il motivo di dissenso risiede, però, nel fatto che questo è un totalitarismo con il pieno consenso della vittima: c’è un’effettiva accettazione, non solo passiva, del modello globale, sostenuto da uno standard di vita molto alto, una vita che si allunga e una condizione economica imparagonabile rispetto al passato; quindi, bisogna riconoscere che se di sistema totalitario si tratta non è però coercitivo, è pervasivo e convincente, ma è giusto dire che il consumismo non ce lo impone nessuno, lo pratichiamo volontariamente. Solo con questa distinzione si può parlare di sistema totalitario.

Cosa mi dice del paradosso di chi soffre della nostalgia del presente in un’epoca che fa del presente una propria legge, anche se probabilmente solo fisica, non metafisica.

Sì, credo anch’io che non si sia mai data  un’epoca, una dimensione così totalmente immerse nel presente: non abbiamo più passato, non abbiamo più futuro, non ci sono progetti rivolti all’avvenire, non esistono richiami solidi e tradizioni rimandate. Questa forma di appartenenza a un solo universo Eliot la chiamava “il provincialismo del tempo”, provinciale poiché apparteniamo soltanto al giorno in cui viviamo: non abbiamo l’apertura di orizzonte di confrontarci con epoche andate, lontane o anche con quelle future. Mancando sia la dimensione memoriale che quella progettuale, rischiamo di perdere la ricchezza umana che consiste nel sapere abitare, attraverso la memoria e il pensiero, in più universi -presente, passato e futuro-, mentre noi, sapendo vivere solo nel nostro universo, non sappiamo uscire da questa provincialità che è il quotidiano. E’ una  limitazione che non ha precedenti.

Al presente manca dunque l’eterno, filosoficamente parlando, che richiama la trascendenza;  questo fa sì che, anziché muoverci su un asse verticale, ci muoviamo su un piano meramente orizzontale.

La prossima settimana uscirà il mio libro intitolato Amor fati, in cui sostengo proprio la tesi secondo la quale l’assenza di destino, che è l’unica trascendenza possibile, è ciò che caratterizza il nostro tempo: considerando tutto quel che facciamo come frutto del caso e del desiderio, cioè come occasioni determinate dal puro caso o frutto di volizioni momentanee, non riusciamo più a dare un disegno intelligente alla vita. Disegno intelligente è il destino e ho scritto Amor fati proprio per indicare questo amore del destino, questa accettazione di un disegno trascendente che ci accompagna; senza questo disegno la nostra esistenza è del tutto disperata e totalmente immersa nel frutto momentaneo. Credo che la perdita dell’eterno sia proprio ravvisabile nella perdita del destino, nell’orizzonte fatale entro cui noi agiamo e l’inevitabile conseguenza è che tutto ciò che facciamo è destinato a perdersi negli imbuti del tempo, senza alcuna eredità e traccia. Viceversa, chi crede in un destino pensa che ogni cosa che si faccia lasci un segno e, quindi, si colleghi a una trascendenza.

Un altro fenomeno di questo tempo è il rovesciamento dell’individualismo non più tragico, ma paradossalmente omologato.

Sì, è un individualismo che fa il paio con la massificazione, è anzi proprio l’altra faccia: l’individualismo è una perdita dei connotati personali poiché la persona è l’individuo con un volto, una storia personale, un’anima e una cultura, mentre l’individuo è esattamente una persona denudata di tutto ciò che la caratterizza ed è quindi puro numero algebrico, che va di pari passo con la grande massificazione universale. Questa massificazione, a differenza di quanto si poteva immaginare in epoche andate, si accompagna a un forte soggettivismo, a una forte ricaduta del singolo per cui ciascuno vive in una dimensione puramente individuale. Paradossalmente tutte queste vite individuali si collegano a un destino di massa omologato, privo d’identità e di specificità. Credo che sia il paradosso della nostra epoca: viviamo un individualismo senza persona e viviamo una massificazione soggettiva; infatti, non esiste più la realtà, prevalgono i punti di vista e le interpretazioni, manca completamente un pensiero, un sentire comune, è tutto ricondotto alla soggettività che, d’altra parte, produce omologazione e massificazione; in entrambi i casi c’è una perdita dell’identità sia personale che comunitaria.

«Ai Greci non si torna», ma si può avere una ri-creazione di quei valori propri all’ontologia umana?

Se sono valori eterni non sono sicuramente morti, sono al massimo eclissati. Credo che questo sia il caso delle molte cose che noi consideriamo sepolte: il sacro, il senso naturale della comunità, l’importanza della tradizione come trasmissione; sono valori che non si possono cancellare se non cancellando ciò che è propriamente umano di un uomo. Sicuramente ciò che attiene alle radici più insondabili, ma anche meno sradicabili credo che siano comunque presenti; noi possiamo anche storicizzarle e ritenere che appartengano a un’epoca, ma in realtà appartengono ad ogni epoca, anche se poi in alcune sono valorizzate e in altre no, ma fanno parte e faranno sempre parte dell’uomo.

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