Un inno a Baggio

Simone Migliorato

httpv://www.youtube.com/watch?v=RPFhR7iptkg

Fabrizio De André era un grande appassionato di calcio, e tifava per il grifone di Genova. Il Faber nelle sue canzoni ha sempre parlato degli ultimi, cantando tanti “inni dei pezzenti” con la leggerezza e l’eleganza della sua voce calda. Forse è anche normale che Fabrizio De Andrè non abbia scritto niente sul calcio, nonostante appunto la sua passione. Normale per un uomo che parlava di cose serie in maniera così delicata. Però un po’ ci dispiace perché  immagino che Fabrizio De André se avesse voluto scriverne, l’avrebbe potuta dedicare a un calciatore, che poi al cantante genovese assomigliava anche un po': sto parlando di Roberto Baggio.

Perché anche Baggio come De André aveva quella malinconia addosso quando giocava, quella malinconia portata però con la leggerezza e la gioia di chi comunque è per forza e per natura sopra le righe, sopra la normalità. Una sua “speciale disperazione” per la dirla alla Faber. E questa specialità Roberto Baggio l’ha portata con sé per tutta la sua vita calcistica, perché è stato un fuoriclasse amato da tutto il popolo italiano ma che sul suo cammino ha trovato di fronte innumerevoli ostacoli che hanno reso ancora più grande il suo nome, e ancora più forte la nostra nostalgia per le sue gesta.

Basti parlare delle sue ginocchia, ridotte malissimo a fine carriera, ma che hanno cominciato a dargli problemi già agli albori con il Vicenza, che andò in serie A grazie ai suoi gol, ma che lo vide festeggiare la promozione in tribuna causa l’operazione proprio ad un ginocchio. Ma il suo problema non ha mai fermato Roberto Baggio, anzi lo spronava ancora di più a realizzare i suoi obbiettivi. Basti pensare al campionato che portava ai mondiali in Corea, quando Baggio militava con il Brescia di Carlo Mazzone. Il divin codino si rompe per l’ennesima volta ed è costretto a stare fermo, con il Brescia che sta scendendo verso la serie cadetta e il sogno del mondiale per Baggio che si fa sempre più lontano.

In quel momento lo “speciale” Baggio (e qui veramente parliamo di uomini speciali, non di special one) non si da per vinto e decide di voler recuperare in maniera impossibile per salvare il suo Brescia e convincere il Trap a portarlo con gli azzurri. Il rientro di Baggio avviene nel caldissimo derby tra Atalanta e Brescia che si gioca in casa delle rondinelle, che sono sotto di 3 gol. Baggio entra, con il suo codino e la sua fascia da capitano colorata con i colori del buddismo e la partita finisce 3-3 con Carlo Mazzone che corre sotto la tribuna ospiti dei bergamaschi dato che avevano offeso la sua romanità per tutta la partita (che nostalgia anche di Mazzone, magari un giorno potremmo farci un articolo..). Alla fine il Brescia sulle ali del suo leader riesce a salvarsi, ma Trapattoni non porterà Baggio al mondiale.

Tutti sappiamo come andò a finire quel mondiale. Come tutti sappiamo cosa è significato per ogni allenatore non far giocare Baggio: infatti il Pallone d’Oro 1993 è forse l’unico giocatore che ha messo sempre d’accordo tutta l’Italia calcistica. Senza se e senza ma. Basti pensare agli striscioni pro-Baggio che Trapattoni trovava durante le partite, o basti pensare a Cesare Maldini costretto a discutere con la tribuna che non vuole Del Piero in campo ma Baggio (era in Francia nel 1998) oppure Lippi chee osteggiò per un anno il giocatore e si vide sconfitto quando il 23 maggio del 2000 Baggio fece vincere ai neroazzurri lo spareggio per andare in Champions League contro il Parma con una punizione che si infilò sotto la traversa del primo palo di Buffon.

Riguardo ciò, Ulivieri diceva che in Italia c’era un partito che sosteneva Baggio e lui ne aveva fatto le spese al Bologna, dato che aveva in casa la moglie vicentina che lo tormentava ogni volta che lasciava fuori il divin codino.

Ma perchè tutto questo amore per Baggio? Questo veramente è difficile da spiegare. Posso solo dire che è un giocatore che è nei ricordi di tutti gli italiani, sia piccoli sia grandi. Ormai è veramente difficile non vedere il codino sopra la maglia 10 azzurra. Uno dei miei più vividi ricordi calcistici è proprio il mondiale del ’94 negli U.S.A., che vide Baggio protagonista assoluto: era la sofferta partita con la Nigeria, con la grande Nigeria del ’94. Quella partita, come la maggior parte di quel torneo fu risolta da lui. Ero al mare con mio nonno e un signore amico di famiglia, e la sensazione era quella che fosse normale che segnasse Baggio, poiché ormai era lui che rappresentava l’Italia. Per tutti noi era normale che le estati azzurre avessero lui come protagonista. Protagonista a tal punto da sbagliare il rigore decisivo contro il Brasile, spedito sopra la traversa.

Ma è chiaro che tutta l’Italia calcistica ha perdonato quell’errore a Baggio. Gli italiani hanno perdonato Di Biagio con la Francia, De Rossi con la Spagna, ed era impensabile che non perdonassero colui che li aveva portati a un passo dal sogno. A un passo dalla porta nel cielo come il titolo del libro che Baggio scrisse qualche anno fa. Ma non solo a livello della nazionale Baggio è stato amato alla follia. Basti pensare a quando approdò alla Fiorentina. Era giovane, faceva volare i suoi tifosi, andava a giocare con loro a biliardino alla sede degli ultrà e li andò a trovare in carcere dopo dei cruenti scontri. Un giorno la dirigenza della Fiorentina dovendo vendere e non volendo rimanere al verde decide di venderlo alla Juventus. A Firenze scoppia la guerra mondiale, ma alla fine lo vendono lo stesso. Lui con dignità, con la sua faccia pulita, va a giocare con la vecchia signora..

Nel girone di andata la Juventus gioca al Franchi di Firenze e per Baggio l’accoglienza è delle peggiori. C’è un rigore per i bianconeri e lui decide di non tirarlo, non perché ha paura ma perché il portiere dei viola conosce benissimo i rigori di Baggio. Ma il rigore viene sbagliato lo stesso. Quando viene sostituito dalle gradinate gli tirano una sciarpa viola e lui con la massima naturalezza la indossa al collo. I tifosi della Juventus gridano al tradimento sia per il rigore sia per la sciarpa al collo, ma lui, troppo pulito e troppo dignitoso, appunto, non ha potuto dimenticare i suoi tifosi e non ha certo non tirato il rigore per codardia. Della carriera di Roberto Baggio si potrebbero dire ancora tantissime cose. Si potrebbe parlare di gol incredibili, di tutte le platee che sono state incantate dalle sue gesta (ha giocato nel Vicenza, nella Fiorentina, nel Milan, nell’Inter, nel Bologna e nel Brescia) e di tanti altri episodi che legano l’Italia calcistica ad uno dei suoi figli preferiti. Se non il suo preferito. Quando si parla di cose andate si rischia sempre di essere un po’ nostalgici, ma in questi casi la nostargia (come il titolo di un album di Gabriella Ferri) c’è tutta.

Perchè di Roberto Baggio non ne nasceranno più. Non nascerà più un giocatore più forte degli altri in maniera imbarazzante, ma che sembrava lui stesso provare quell’imbarazzo.. Un uomo mai sopra le righe, mai borioso, mai arrogante. Un uomo dignitoso, leale e pulito appunto. Che ha vissuto con la stessa naturalezza la vittoria e la sconfitta come fatti normali della vita. Normali sopratutto per uno come lui. Basti pensare all’applauso che gli ha regalato San Siro nella sua ultima partita contro il Milan il 16 maggio del 2004, quando tutto lo stadio si è alzato in piedi a salutare il suo campione. Si è proprio nostalgia questa. Un po’ perchè si era piccoli, un po’ perché oggi ci sono giocatori fortissimi in Italia come Balotelli, Cassano e altri, ma di Roberto Baggio non se ne vede neanche l’ombra. Sarà. Ci consoleremo, magari guardando qualche suo gol…

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