Tutta la filosofia di Caparezza dalla A alla Z

Emanuele Liut

httpv://www.youtube.com/watch?v=1ONN9BH8Yv8
(Caparezza, Fuori dal tunnel)

Strana storia, quella di Michele Salvemini, già Mikimix (Sanremo ’97) e da qualche anno meglio noto come Caparezza, trentaseienne che ancora oggi vive (e trova ispirazione) a Molfetta – sua città natale, che non ha abbandonato nonostante il grande successo della sua musica.

Sì, strana storia: perchè se non c’è niente di così anomalo nel fare un pezzo hip-hop contro il “divertimentificio”, di certo non è tanto normale che esso ne diventi, e in un botto, proprio l’inno!

Siamo a 6-7 anni orsono e “Fuori dal tunnel” impazza. Dalle discoteche alle autoradio di tutta Italia, non c’è anima viva che ne ignori il ritmo accattivante. Fino alla nausea: tanto che Michele avrà a dire che non solo mai si sarebbe aspettato questo, ma che ciò gli avrebbe, perlomeno inizialmente, arrecato anche un certo fastidio. Tant’è: il suo brano viene capito da pochi, e anzi i più lo comprendono al contrario rispetto al significato che l’autore, in realtà appunto nauseato dai luoghi di massa (si ascolti a riguardo “Chi c*zzo me lo fa” del suo primo album) aveva voluto dargli. Probabilmente quindi, senza “Fuori dal tunnel”, Caparezza sarebbe (molto forse, data l’indubbia capacità artistica) rimasto in un circolo rap underground: per intenderci, il singolo precedente al tormentone del tunnel, “Follie preferenziali” – pezzo di accusa contro la guerra in Afghanistan e Iraq – nonostante l’ottima musicalità, fu rifiutato da tutti i grandi network.

Ma facciamo un passo indietro, perchè Capa non nasce certo con “Verita supposte” (bellissimo qui il gioco di parole, uno dei tanti doppi sensi presenti nei suoi testi). E anzi per… la verità, Michele dal “tunnel” c’era uscito da un bel pezzo (non quello della droga né quello del gioco, ci tiene a specificare nelle interviste), preferendo di molto il suo garage molfettese, e la solitudine creativa le cui mura gli infondono da quando, archiviata la “mielosa” esperienza sanremese, ritorna appunto nella sua Molfetta e ci rimane per pensare, riflettere, scrivere, ideare. Michele si fa anche crescere barba e capelli, per “lasciarsi andare”, per essere “diverso” (“Io no no, non sono più quello di una volta” dirà ne “Il secondo secondo me”), e non di meno  per nascondersi nelle jam hip-hop e non farsi riconoscere, dagli impietosi rappers, come “quel che fu Mikimix”, ovvero “quello che è andato a Sanremo e con l’hip-hop non può averci a che fare”. Ma il trucco del “travestimento” dura poco e infine viene riconosciuto; e anche chi prima si complimentava per il suo “flow”, alla fine ritira ogni lode per i suoi tracorsi artistici: si sa, la scena rap è fatta spesso di pregiudizi e di etichette, che tra l’altro Michele è sempre stato bravo a sfatare. Ad ogni modo, Capa – che in realtà, appunto, prende l’hip hop come pretesto mettendo in mezzo abilmente di tutto e di più, prendendo anche in giro il genere stesso –  non la prende tanto bene contro chi lo critica per i suoi trascorsi, e per “ripicca” scrive – “mutuando” Branduardi, uno dei suoi idoli, con cui avrà anni dopo l’onore di duettare – “La fitta sassaiuola dell’ingiuria”. Ottimo pezzo quest’ultimo, campionato in parte da “Confessioni di un malandrino” del cantautore, e che assieme a “Tutto ciò che c’è”, “Chi c*azzo me lo fa” e “La gente originale”, sarà uno dei 4 singoli tratti dal suo primo album caparezziano. Intitolato “!?”: evviva l’eloquenza…

httpv://www.youtube.com/watch?v=s1z5cCRVwUc
(Caparezza, La fitta sassaiola dell’ingiuria)

Nonostante sia ben poco conosciuto al grande pubblico, “!?” é a mio avviso  un disco che compete tranquillamente con i suoi altri più famosi, e che anzi tratta temi davvero originali e intelligenti. Le ottime basi fanno da cornice a testi che potrebbero anche venir letti indipendentemente dalla musica e che vanno oltre – ma molto oltre! – i classici testi rap “pieni di cazzate”; pur senza diventare pesante o intellettualoide. Il Capa insomma fa pensare, e anche a livello di basi non è per niente scontato: le cesella con ottime atmosfere, le condisce con piccoli particolari che le danno un tono per niente banale.

Mi limito qui a citare alcuni stralci dei suoi testi, che per me sono belli anche senza musica. Allora vediamo… io trovo molto bella “Uomini di molta fede”, tutt’altro che una lode alla cristianità, anzi: da un lato una presa in giro alle fedi conformiste, dall’altro una sorta di preghiera pagana. Così il ritornello: «Voglio stare tra gli uomini di molta fede: tra chi vede, tra chi ci crede. Solo tra gli uomini di molta fede: perchè i disegni dei sapienti sono vani».

Interessante poi anche l’ultima strofa (ma la canzone è da ‘sentirsi’ nel complesso per essere compresa): «Voglio me tra chi é di fede, non tra chi si crede di fede ma lede la lode, zero fedi per mode, quando il verbo s’ode è il cuore che infonde la fede che fende le onde, onde evitare di darsi al piacere con chi confonde, fede diffonde quiete, in fondo miete grano, zero zizzania dove passa la sua mano, strano che prima ero lontano, com’é che un tempo odiavo ciò che adesso amo? Se non è questo un richiamo sarà un ricamo sull’anima, vino da annacquare con lacrima, fisica dimora per ora perchè la merito, più in là si vedrà dove dimorerà il mio spirito, al seguito di un motto proverbiale: meglio fare del bene che non fare niente di male».

Eh sì… «meglio fare del bene che non fare niente di male»: frase (in)adattissima per il tempo attuale e i suoi “attenti” buonisimi… Ad ogni modo, non sarà certo un trattato di letteratura, ma  per essere un testo hip-hop il livello è davvero eccelso! E ascoltando bene l’album di altre chicche se ne trovano assai; ora per limiti di spazio (non vorrei annoiarvi facendo un “tractatus” sul rap) mi limiterò a citare un altro pezzo che mi piace molto, “Mammamiamammà”, che parla delle “mamme moderne” (quelle che hanno come vangelo “Il pomeriggio sul 2″ o “Uomini e donne” per intenderci…) Vi cito qualche stralcio: «Sbraito pensando ai gioielli, agli sprechi, ‘ste mamme attaccate agli anelli più di Yuri Chechi, vanno dal parrucchiere e non fanno l’amore per non rovinare i capelli e i papà si fanno le pippe sulle chiappe dei calendari Pirelli […] sognano amori alla via col vento, felici e contenti con certi Clark Gable perdenti che passano alimenti. Anche gli anni passano, i bimbi crescono, le mamme imbiancano a vista, di fisso dall’estetista questa mamma del cosmo, con passioni lesbo, elogia la follia più di Erasmo da Rotterdam, vuole un palace tipo Buckingham, mastica chewing gum, figli come Ricky Cunningum e invece caga rospi tipo Ranatan dal deretan e ballerebbe il Can Can pure con il premaman». Anche qui estremamente attuale! Ottimi pezzi anche “Mea culpa” («Fortemente volli farmi i calli tra i folli, per capire che non ero tra quelli ma tra i ribelli») e “La gente originale” («Questo non m’ascolta, prevedibile: il cervello dell’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile; è con te che parlo o con il tuo fac-simile? Chatta pure perchè parlare è più difficile»).

Passiamo a “Verità supposte”, l’album di “Fuori dal tunnel” e di un altro bel pezzo che ha spopolato – e anche (diciamocelo) fracassato i ..biiip.. da tante volte è passato in radio – ovvero “Vengo dalla luna”, che nonostante le apparenze non è, semplicemente, una canzone buonista in difesa dei “poveri immigrati” ma pone invece la questione della “razza” sotto tutt’altro aspetto. Essendo infatti Michele un tipo molto critico verso il mondo attuale, diciamo che intende la razza aldilà del colore (ma piuttosto guardando alla ‘validità’ della persona) e preferirebbe “venire dalla luna” piuttosto che essere ‘consaguineo’ del disordinato marasma che è la società attuale… e come dargli torto? Anche noi “veniamo dalla luna” e se avesse aria respirabile ci torneremmo volentieri, dato lo schifo di mondo massificato (leggesi: nullificato) che ci circonda; anche a noi «non ci prende che di striscio la loro ficition» e «pisciamo sul loro show che fila liscio come il Truman»; anche noi, quindi, diciamo ben volentieri, insieme al cantante dei Medusa ospite nel finale della canzone, all'”uomo medio”: «scaldati in casa davanti al tuo televisore, la verità della tua mentalità è che la fiction sia meglio della vita reale, che invece è imprevedibile, e non il frutto di un qualcosa già scritto».

httpv://www.youtube.com/watch?v=TCMszSjgKHE
(Caparezza, Vengo dalla luna)

Nello stesso album, altrettanto significativa e originale è “Il secondo secondo me”, pezzo che da un lato ironizza sulle difficoltà creative del musicista e dall’altro si fa portavoce dei luoghi comuni del mondo attuale («niente è più quello di una volta e “solo la retorica è rimasta la stessa»); il titolo della canzone ha infatti questo doppio significato: da un lato si potrebbe intendere secondo come album, dall’altro il secondo come tempo quindi “il tempo attuale secondo me”. Un tempo fatto di (in)utili paure e divieti («non leggere spiderman: «diventi violento, non guardare devilman: diventi violento, non ascoltare Methodman: diventi violento. Figurati cos’è restare un giorno in parlamento?») che la “politica” specchio della società del “terrore” (ma ancor più della mesta banalità) non fa altro che amplificare. Il testo è poi una serie di luoghi comuni che attraverso la surrealità (ottimo il video della canzone pieno di nonsense) li dissacra esorcizzandoli, e quindi ‘superandoli’ attraverso l’arte musicale. Nello stesso disco – per citarne alcune – molto belle anche “Jodellavitanonhocapitouncazzo”, la già citata “Follie preferenziali”, e “L’età dei figuranti”  – il cui tema sarà riproposto alla grande anche in “Io diventerò qualcuno” dell’ultimo album, canzone che è il perfetto quadro della società dell’immagine odierna (“nel dopoguerra c’era il “Fronte dell’uomo qualunque” mentre ora “tutti sono in vetrina” tutti vogliono “essere qualcuno”…).

Arriviamo ora ad “Habemus Capa”, il terzo, a detta di Michele il suo album più difficile (in realtà, smentendolo, molto più del suo “secondo”) e impegnato, e che nasce in un momento di riflessione (leggesi: disgusto) politica per Capa. L’album inizia con la figurazione della sua morte, un po’ per esorcizzare il grande successo di “Verità supposte” e un po’, come dice egli stesso, per tentare “morendo in vita” di “guadagnare” anche lui dall’evento; – si capirà: una simpatica presa in giro della “annosa questione”. “Habemus Capa” è il suo primo concept album e inizialmente avrebbe dovuto essere una rivisitazione della Divina Commedia in senso attuale; idea che si rivelò troppo difficile per la ricerca dei giusti contrappassi, ma i cui tratti si possono trovare in “Gli insetti del podere” e “Torna catalessi”. Quest’ultima, insieme a “Dalla parte del toro” e “Ninna nanna di Mazzarò”, è di certo una delle canzoni simbolo dell’album, nonchè una critica spietata alla società moderna, consumata in una rincorsa, alla quale si preferisce una “società catatonica”, più tranquilla e che si accontenta di poco (ma buono) piuttosto che ricercare sempre e comunque “di più, e ancora e ancora e…”. Il testo (stupendo!) meriterebbe di essere citato in toto; mi limito agli stralci migliori a partire dall’intro: «Non trovo giusto il trambusto, quando prendo posto non trangugio ma degusto, a letto non la metto con il busto e non la frusto[…], non mi industrio, nella fabbrica del lustro degli eccessi […]». Poi la prima strofa: «Meglio uno stato di trans che il tran-tran di troppi transiti, la terra pare una tela di Kandisky Vassilij» (geniale qui a mio avviso il rovesciamento di nome e cognome, se pensiamo alle geometrie – pur in alcuni quadri apparentemente confuse, ma nonostante questo più ‘ordinate’ della società attuale – di Vassilij Kandiskij…) e ancora: «Compra tutto ciò che ha detto lo spot, punta sulla roulette se non ti basta la slot, gioca al lotto i tuoi BOT, porta in porto lo yacht, trova un cazzo di sponsor e un’orrenda mascotte. Devi tessere un benessere frenetico che, ti porta ad essere un messere nevrastenico con, crisi di panico che, nessun rammarico per, famiglie sotto il tiro di un fucile carico» (…sic!). Poi la seconda (che non ha bisogno di commenti): «Il progresso da gas in fase sorpasso, fari fissi addosso, palmo sul clacson, vite come mine da compasso si consumano su curve che le portano allo scasso. Rabdomanti di segnale con il passo isterico, con il cellulare in mano come un manico, l’apparecchio sta vibrando euforico, ha scoperto il pozzo di denaro del gestore telefonico. L’onda di folla impazzita affonda le dita, tra gli scaffali e prosciuga, gli affari che fruga, teste di mulo dareste il culo per una carruba […]». E insomma… come non unirsi al coro? «Torna catalessi, falli tutti fessi!» Certo, è solo una canzone, ma se non riuscissimo nemmeno a (s)drammatizzare!?…

httpv://www.youtube.com/watch?v=9wdFXwU6vT8
(Caparezza, Torna catalessi)

Arriviamo infine – brevemente, se no rischio di farvelo odiare il “buon” Capa, piuttosto che invitarvi all’ascolto – al quarto album uscito nel 2008, in cui, visto il titolo, Catalessi pare ancora ben lontano da casa… “Le dimensioni del mio caos”: di certo avrete già ascoltato le ottime “Vieni a ballare in Puglia” o “Eroe” e ne avrete anche saputo apprezzare il “bel” significato, ancora una volta estremamente attuale. Ancor più di “Habemus Capa”, questo album fatto a forma di fono-romanzo ha un significato satiricamente politico e sociale, ma senza scadere in una politicizzazione/ideologizzazione “becera” e a senso unico (alla 99posse per intederci). Ottime qui a mio avviso: “Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti” (presa in giro ai luoghi comuni della “masculinità”), “La rivoluzione del sessintutto” («Quanti credono nel ’68 e quanti vedono del sesso in tutto?» ci si chiede qui…alquanto significativamente), e soprattutto “Abiura di me”, che prendendo spunto da videogiochi e videomanie descrive la “gioventù” attuale. Già l’incipit dice tutto: «Se pensi che possa cambiare il mondo ti sbagli alla grande, è già tanto se mi cambio le mutande», oppure: “io non gioco le olimpiadi Konami, se stacco le mani l’agitazione mi resta”; e ancora: «Io devo scrivere perchè se no sclero, non mi interessa che tu condivida il tuo pensiero, non cammino sulle nubi come Wonder boy, mi credi il messia? Sono problemi tuoi!» «Io voglio passare ad un livello successivo, voglio dare vita a ciò che scrivo, sono paranoico ed ossessivo, fino all’abiura di me».
Ma la vera chicca del disco è “Pimpami la storia”: dissacrazione della “scolastica ufficiale” e dei “maestri della verità storica” («il ventennio pimpamelo») che ben conosciamo, quelli de “la vera storia prof, lo dice uno che quando esce dal culo fa plof”. E come dargli torto? Buon ascolto…

Ps: Dimenticavo un’ultima considerazione (data la – a giusta ragione nostalgica – “utenza d’area” attenta lettrice il Fondo) o meglio un ‘sorriso': il rap o hip-hop che dir si voglia (io la differenza mica l’ho capita) è un genere ben poco italiano e anzi rappresenta uno dei ‘prodotti’ dell’Italia-colonia, una di quelle ‘cose’ che si potrebbero considerare una “ingerenza culturale”… Ma, se questo è indubbiamente vero, provate a mettere a paragone lo spessore dei testi e le basi di Caparezza con Eminem, oppure i mitici Sottotono con 50cent: avremo anche mutuato il genere dai nostri “padroni” (e in fondo come diceva Gaber «a noi ci hanno insegnato tutto gli amerikani»…) ma, anche in ‘sto genere (fatto salvo per quel scimmiottatore di Jovanotti che comunque a volte non mi dispiace e che anzi, nella sua prima versione, mi pare più che altro una presa in giro agli yankees…) siamo (diciamocelo pure!) nettamente superiori, e sia a livello di musica che di contenuti scrittorii. Per cui viva l’hip hop! Anzi: “la musica ritmata con rime intelligenti”, oppure… l’ippop! Perchè anche qui in fondo siamo… debestof! E quindi viva la creatività italiana…

E poi insomma, impariamo a (sor)ridere, che a fare gli “incazzosi” non si cambia la (triste) realtà, e tantomeno fissandosi su un passato che mai tornerà… Chi ha orecchie (e naso) per capire la ‘metafora’, intenda…

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