Nietzsche. O del senso dell’Aurora

Emanuele Liut

I cinque libri che compongono Aurora rappresentano in Nietzsche l’inizio della «campagna contro la morale» – radicale problematizzazione del mondo moderno e della sua ‘filosofia’.

Un ‘tragitto liberatorio’ che per la verità era già iniziato –  pur «in maniera grossolana» – , perlomeno da Umano troppo umano, opera definita in Ecce homo come «monumento di una crisi»; ossìa la crisi dell’idealismo: «l’idealismo non mi appartiene», «dove voi vedete cose ideali, io vedo – cose umane troppo umane». – E non a caso il “libro per spiriti liberi” segna anche il distacco da Wagner, tanto che gli inizi della stesura datano i giorni del primo festival di Bayreuth: «[…] mi svegliai a Bayreuth. Come fosse un sogno… Ma dove mai mi trovavo? Non riconoscevo più niente, non riconoscevo più nemmeno Wagner. Invano sfogliavo i miei ricordi». –

Ma se Umano troppo umano rappresenta il momento stesso della guarigione, il “termine di mezzo” tra malattia e salute, è Aurora a significare l’uscita definitiva dall’impasse idealista, che coincide significativamente con un momento di grande salute per lo scrittore. E’ l’alba propiziante il meriggio di ventura che avrà voce somma in Così parlò Zarathustra.

Il titolo mattutino non è quindi un caso: se infatti «si prende congedo da questo libro portando dentro di sé un’ombrosa prudenza verso tutto quanto fino a oggi è stato onorato e perfino venerato sotto il nome di morale, ciò non contraddice al fatto che in tutto il libro non si scopre una parole di negazione, un attacco, una malignità – esso piuttosto riposa al sole in mezzo agli scogli, rotondo e beato come un’animale marino».

«Quasi ogni frase del libro è stata ideata, pescata in quel guazzabuglio di scogli vicino a Genova, dove io solo stavo, e scambiavo ancora segreti con il mare». In un colloquio solitario con il Mar Tirreno, scrive qui – con la placida e sempre ingannevole calma, – della ‘gioia’ multiforme del mare – un «”essere sotterraneo”, che perfora, scava, scalza di sottoterra», fino a trovarsi faccia a faccia con i pregiudizi morali che sconvolgono il mondo e lo costringono alle ‘pose’ inopportune della modernità. – Le quali, viste dai nuovi occhi divengono – arrivando a Zarathustra, e all’ultima metamorfosi, non infantile, del bambino – addirittura ‘esileranti': fino a che si impara a «ridere di tutte le tragedie, finte o vere esse siano». –

Mare che, reale e simbolico allo stesso tempo, è unico compagno nella solitudine del pensatore, e spunto ‘semantico’ molto caro a Nietzsche: le metafore naturali sono infatti ben presenti in tutte le sue opere già da La nascita della Tragedia (dove l’uomo non è diverso dalla pianta che si aggrappa alla nuda roccia), fino alle montagne, ai boschi e alle caverne del regno di Zarathustra, ‘proprio’ habitat (e ‘custode’ del suo miele…).

Tensione naturale che testimonia la sfiducia verso l’uomo.
Così il filosofo molto più ha da cogliere nella bellezza senza parole della natura piuttosto che dal contatto con gli uomini, che sente da sé sempre più lontani. Ma nonostante questo ‘distacco’, Aurora è un «libro che dice sì, profondo, ma chiaro e benigno». Incipit al grande “sì” che prenderà voce con Zarathustra, e che di risvolto rappresenta un grande “no” alla décadence: un attacco frontale e spietato, ma per niente rancoroso (caratteristica ‘nodale’, e modus ‘proprio’ nietzscheano), contro quei pregiudizi, secolari ma moderni che, “scortati” dalla “buona coscienza”, dalla “società”, (e infine, terra-terra, dall’apparato poliziesco) prendono il nome di «morale» – ma vedremo poi, avere in realtà ben poco di autenticamente tale.

“Morale della decadènce” cui il ‘sacerdote’ – «e anche i sacerdoti dissimulati, i filosofi» –  é “santificata” guida; ‘calcificata’ nel marciume temporale dei secoli, –  per «la degenerazione del tutto, e dell’umanità:  perciò egli conserva ciò che degenera – perchè solo a questo prezzo può esercitare il suo dominio[…]». Il ‘sacerdote’ è l'”essere sotterraneo” per eccellenza; perciò Nietzsche è ‘costretto’ (o ‘attratto’ dal compito, ‘si costringe’) a ‘divenire tale’ per il compimento dell’opera, e a scendere nelle “catacombe dello spirito”, per combatterlo prendendo di petto tutta l’aberrazione di queste menzogne che il tempo meschino e umano ha, sempre più, mestamente ‘imbandito’ – bandendo la “vita maiuscola” –  nelle falsità secolari.

Solo vivendo su di sé questa “battaglia sotterranea” il filosofo può farsi avversario della «morale», in una lotta il cui effetto non è nella vittoria, ma nei diamanti (da estrarre, da sottrarre al carbone=morale della decadènce) che vengono riportati alla luce, – dalle tenebre in cui è affondato lo ‘spirito religioso’ in senso autentico – , attraverso le frizioni di questa lotta. Una battaglia eroica, in cui bellezza e pericolosità si fanno sinonimi. Perciò anche in Aurora, come in Aldilà del bene e del male – in cui il lettore veniva esortato a non rendersi “martire della verità” – , Nietzsche ‘ammonisce’ il lettore, e non lo esorta certo a percorrere il suo stesso percorso “sotto il mondo”. Il ‘territorio morale’ è infatti ‘fangoso’ e ‘appiccicoso’, denso di risentimenti e di ego incompiuti, ‘frutti’ (marcissimi) che un palato troppo viziato mai riuscirebbe a sopportare, e a trasformare come «fango in oro». Ci vuole uno ‘stomaco’ forte. Così infatti nella prefazione del 1886: «Non crediate che vi esorti a questo rischio! O anche alla stessa solitudine! Chi va infatti per queste vie tutte sue, non incontra nessuno: è questo che comportano tutte le “vie nostre”. Non viene nessuno a dargli manforte, nello stato in cui si trova». Ancora una volta il più grande pericolo è assolutamente proporzionale alla “libertà individuale” (Stirner…), alla ‘possibilità’ (di base ‘naturale’ ma che va perfezionata in una continua conquista; nel perfezionamento; “propedeutica del vedere”) di «avere per sè la propria via – e com’è giusto, la sua amarezza, il disgusto che prova, in certi momenti, per questo “per sè”: a tutto ciò si accompagna, per esempio, la consapevolezza che perfino i suoi amici non possono indovinare dove egli sia, dove vada […]». Da qui la cruciale sentenza: «quanta verità può osare, quanta verità sopportare un essere umano? Questa è divenuta, sempre più, la mia vera unità di misura». – –

La morale nichilista passiva, della religione come della scienza, viene  superata attraverso un ‘paradosso’, attraverso un pessimismo radicale – visione tragica dell’esistenza –  che scende «fin nel cuore della morale, fino a trascendere la fiducia nella morale stessa». Superamento effettuato in Aurora proprio con la ricerca della morale! Perché, appunto, in questo libro, «si dà disdetta della morale»? Proprio «per moralità!»
Siamo qui di fronte a una delle questioni cruciali, e anche alla più comune incomprensione di chi non ha saputo-potuto-voluto comprendere il verbo nietzscheano: facilmente si crede che la “morte di Dio” rappresenti un ‘evento’ con ‘conseguenze’ meramente ‘libertarie’, – che ha, per intenderci, in un anticlericalismo grezzo o una caduta nei bassi istinti del “sottosuolo” il suo sfogo naturale. – Il «tutto è permesso» (Dostoevskij) del mondo senza Dio è infatti niente meno che una pro-vocazione, un ‘ribaltamento’, istanza autentica della “nuova” libertà-per; la costruzione (l’anelito-a) della nuova tavola dei valori: ma non l’assenza totale dei valori, non il relativismo bieco, ‘senza sprezzo’, della “cultura” odierna!

Come è detto a proposito in un passo della prefazione datata 1886: «anche a noi è un “tu devi” che ancora parla, anche noi ubbidiamo ancora a una severa legge posta oltre noi stessi; […] anche noi siamo ancora uomini di coscienza» proprio perchè «non vogliamo retrocedere di nuovo verso ciò che per noi è sopravvissuto e decrepito, una qualsiasi realtà “non degna di fede”, si chiami essa Dio, virtù, verità, giustizia, amore del prossimo; sul fatto cioè che non permettiamo a noi stessi ponti di menzogna verso antichi ideali; che siamo fondamentalmente ostili a tutto ciò che in noi vorrebbe mediare e adulterare; ostili a ogni attuale tipo di credenza e di cristianità; ostili al mezzo e mezzo di ogni romanticismo e spirito patriottardo; […]». Nietzsche quindi va contro la religione perchè essa non svolge più – posto che mai l’abbia svolto! – il suo ruolo fondante e ‘propriamente’ morale. Non si ‘deve’ quindi interpretare la critica radicale del filosofo nel senso che “nessuna morale è possibile” oppure che “non ci deve essere nessuna morale”, che “non abbiamo più nessun obbiettivo”, nessun anelito; ma bensì intendere ciò cui fin’ora si è ammantato di tale nomìa come la negazione della morale stessa, intesa come “vero bene”.  Non si vuole quindi de-sacralizzare la vita – se non per re-sacralizzarla: proprio perchè tutte le ‘regole’ (smascherate, platonicamente parlando, come simulacri) che prima l’avevano ingabbiata ammantandosi della forza del ‘sapere’, – in realtà un ‘volgere’ perverso della volontà di potenza, e degenerazione della stessa – , che si annida in tutte le ‘cose’ mondane, e anche appunto nei sacerdoti e nei filosofi, ossìa in coloro che si dicono i “puri”. Anch’essi invece non vogliono altro che dominare altri uomini, rendendoli ottusi, mantenendoli nella loro malattia. – A vantaggio di questa consapevolezza estremamente salutare la lettura del più grande romanzi di tutti i tempi, “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij (“l’unico che mi abbia insegnato veramente qualcosa”, disse Nietzsche di lui), e in particolare del poema interno al libro di Ivan (il Karamazov ‘razionale’, il più filosofico in senso stretto dei tre) “Il grande inquisitore”: capolavoro della letteratura ottocentesca che più di ogni altro sa chiarire l’argomento del “potere del sapere”, con particolare riferimento alla funzione ‘politica’ della religione. –

Perciò è necessaria la trasvalutazione dei valori: la ‘verità’ è necessaria – per quanto sia un ‘errore’, – ma errore che può essere, se consapevolmente ri-fondato, più che mai vitale e necessario. Ancor più se realisticamente l’unica Verità è quella di Sileno, o della «pianta che si aggrappa solitaria alla nuda roccia» paragonata all’esistenza umana, cui accennavamo sopra. Per questo Nietzsche arriva a dire in Aldilà del bene e del male – ma la questione è affrontata altre volte ed è cruciale – che «la falsità di un giudizio non è ancora, per noi, un’obiezione contro di esso» ma «la questione è fino a che punto questo giudizio promuova e conservi la vita, conservi la specie e forse addirittura concorra al suo sviluppo; e noi siamo fondamentalmente propensi ad affermare che i giudizi più falsi (ai quali appartengono i giudizi sintetici a priori) sono per noi i più indispensabili, e che senza mantenere in vigore le finzioni logiche, senza una misurazione della realtà alla stregua del mondo, puramente inventato, dell’assoluto, dell’eguale-a-se-stesso, senza una costante falsificazione del mondo mediante il numero, l’uomo non potrebbe vivere […]».

Attraverso questa nuova consapevolezza si fonda una nuova ‘libertà’ per la ‘scienza'; una nuova ‘possibilità': creativa, normativa, costruttiva. In ciò che potremmo definire un ‘assolutismo prospettico’, che sa conformarsi, nel “superamento dell’epoca”, a una “nuova tavola dei valori”; ‘individuo’ che, dopo la distruzione della morale, è capace ‘da sè’ ad affermarsi nel ‘valore'; in maniera elastica e senza cadere in un ‘relativismo debole’ – ma, piuttosto, forgiandosi a partire da un ‘relativismo assoluto’, costruendo pietra su pietra le sue convinzioni: come continuo annuncio e preludio alle ‘speranze’ postumane.

Niente ora è più ‘scontato’ né appartiene in alcun modo a una “volontà esterna”, non vi è più alcun “destino necessario” che porterebbe l’uomo necessariamente, – per un disegno ‘divino’ o ‘scientifico’ poco importa –  verso il ‘miglioramento’ di sé.  – Questo significa il superamento del nichilismo attraverso il nichilismo stesso che da ‘passivo’ si fa ‘attivo': “superamento della morale per moralità” che è delineato, a termini invertiti, anche all’aforisma 97 (sempre Aurora): «Si diventa morali non perchè si è morali. La sottomissione alla morale può essere servile, o vana, oppure egoistica, o rassegnata, o ottusamente esaltata, oppure irriflessa, oppure un atto di disperazione, al pari della sottomissione ad un principe: in sé essa non è niente di morale».

Ma, se pur la morale della decadénce è completamente intrisa di credenze irrazionali (come la cosiddetta «eticità dei costumi»), non è attraverso una sterile razionalità logica che il ‘pessimismo religioso’ viene superato (da qui la critica al positivismo): «i giudizi logici di valore non sono i giudizi estremi e i più basilari fino ai quali può discendere il coraggio della nostra diffidenza: la fiducia nella ragione, per cui sussiste e vien meno la validità di questi giudizi, è, in quanto fiducia un fenomeno morale…». – “Tirannia della logica” affrontata anche in Alidlà del bene e del male, in cui nell’aforisma 2, si mette in luce che «la credenza fondamentale dei metafisici è la credenza nelle antitesi dei valori»; e per lo stesso tema è molto importante anche Genealogia della morale , in particolare il paragone prete-asceta/scienziato. –

Le figure negative del sacerdote e del filosofo prendono invece consistenza ‘positiva’ risolvendosi in un ‘terzo termine’, che le ingloba riportandole alla superficie del corpo: il fisiologo.

La ‘scienza’ – intesa in senso ‘assoluto’, ‘arcaico’, ‘originario’ e non quindi settorializzata a scopo ‘modernamente’ consumistico-finanziario – si riconcilia con la ‘fisicità’, in un senso superumano. Distruggere con il riso le fandonie extramondane, e colmare lo ‘iato’ del corpo con lo ‘spirito’ – per uno “spirito terreno”, non il “puro spirito” ‘religioso’ che porta a un distacco sterile, alla ricerca ‘del nulla e per nulla’, e quindi alla negazione della vita; ma: «il superuomo sia il senso della terra».

La ‘metafora’ corporea – così come il tema biografico: («mi si è chiarita poco per volta che cosa è stata ad oggi ogni grande filosofia: l’autonfessione, cioè, del suo autore, nonchè una specie di non volute e inavveritite mémoires; come pure il fatto che le intenzioni morali (o immorali) hanno costituito in ogni filosofia il vero e proprio nocciolo vitale, da cui si è sviluppata ogni volta l’intera pianta») – assume  con ciò importanza ‘normativa’ per la ‘visione totale’ nietzscheana. ‘Letteralmente’, la ‘biologia diventa metafisica’, e si prospetta, attraverso la questione razziale, in un senso superumano: «l’uomo come ponte verso l’Uebermensch».

L’esistere non ‘deve’ essere uno ‘strisciare’ orizzontale, temporale, meschino: non una ‘progressività’ – (scientifica o religiosa poco importa: in entrambi i casi illusoria), –  ma come vita nuovamente trasformata assumere un senso ‘verticale': così l’uomo, idealmente, supera la morale della compassione (unica, e falsa, “morale” predicata oggi) e si trasforma scoprendo il ‘senso attivo’ dell’essere, esprimendo ‘da sé e per sé’ la volontà più ‘intima’, (‘autentica’, direbbe Heidegger), che aveva ‘precedentemente’ ‘delegato’ a Dio – o meglio ai sacerdoti/filosofi/dotti che attraverso l'”ideale ascetico” mantenevano e mantengono la loro “potenza” sulle masse, sulla plebe, – o sul popolo che dir si voglia.

Distrutta ogni certezza, trasversalmente dalla religione alla scienza, è ora il tempo, per nuove costruzioni, per nuove strade, rinfrancate dal ‘fresco’ ‘tagliente’, vento dell’aurora.

Affinchè si propizi il tempo di una nuova gerarchia: ‘sopra’ le masse, spartana, semplice, e trasformata nella nuova ‘fede’. Non la (apparente) “gerarchia” plutocratica odierna (“regno” di una “società” di mercanti consumista e consumata, distruttiva e usuraia, e chi più ne ha…) in cui ogni  valore ‘autentico’ è capovolto in una gretta materialità intellettualizzata:  schiavitù trasversale in cui poco conta se sei ‘servo o padrone’…

Bensì gerarchia ‘naturale’ in cui niente è scontato se non l’eterna, “infame e gloriosa”, eterea lotta dell’esistere; per l’esistere.

Ma, non ci si faccia, infine, oggi, facili speranze (guardiamoci attorno…): se non è ancora il tempo per costruire, che si pensi a distruggere: candidamente e senza rimorsi. Anzi: a disintegrare!

Anche così potremo essere un ‘ponte’. Anche così avremo fatto qualcosa, e di davvero… ‘buono’!

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