Mohamed Siad Barre. Il Craxi somalo

Giorgio Ballario

In queste settimane si discute animatamente sul decennale della morte di Bettino Craxi, che cadrà il prossimo 19 gennaio. Nei giorni scorsi è invece passato inosservato il quindicesimo anniversario della scomparsa di un altro personaggio che con il leader del Psi ha avuto molti punti in comune, a partire dalla sincera amicizia che li legava per  finire con la morte in esilio, lontano dal proprio Paese. Mohamed Siad Barre, ex presidente e “padre della patria” della Somalia, morì il 2 gennaio del 1995 a Lagos, in Nigeria, dove s’era rifugiato dopo esser stato rovesciato quattro anni prima dall’opposizione armata.

«Muore con Siad Barre uno degli ultimi eroi della grandiosa stirpe dei dittatori africani, quel gruppo di eccellenti giovani rivoluzionari, (gli Hailè Selassiè, gli Idi Amin, i Bokassa), sollevatisi come ciclopi contro il colonialismo e finiti tutti – vecchi, ingrassati, debosciati, rapaci dittatori – espulsi da quelle repubbliche delle banane in cui avevano trasformato i loro Paesi». Così scriveva Lucia Annunziata sul Corriere della Sera del 3 gennaio 1995, dimostrando non solo eccessiva disinvoltura nell’accostare Siad Barre a personaggi da operetta come Bokassa, ma anche poca informazione, visto che Hailè Selassiè non è mai stato un “rivoluzionario”, caso mai il legittimo erede di una dinastia reale tra le più antiche del mondo.

Certo, l’ex presidente somalo è stato un dittatore. Sicuramente violento, forse rapace (era soprannominato “Grande bocca”), debosciato e grasso non risulta. Per oltre vent’anni, dal 1969 sino al colpo di Stato che l’ha rovesciato, ha retto l’ex colonia italiana con mano ferma, usando talvolta il pugno di ferro contro i suoi oppositori. Astuto ed equilibrista in politica estera, Siad Barre fu dapprima stretto alleato dell’Urss, cui appaltò per una decina d’anni la posizione strategica della Somalia, vero e proprio ponte tra Africa e penisola arabica. Un’alleanza accompagnata da una tiepida adesione ai principi comunisti anche nella politica interna.

Poi, quando Mosca cambiò il suo cavallo nell’area dell’Africa orientale, puntando sul dittatore marxista etiope Menghistu, il presidente somalo compì un’ardita giravolta e si avvicinò agli Stati Uniti, riallacciando i rapporti mai troncati con l’amata Italia. Figlio di un pastore analfabeta, infatti, Mohamed Siad Barre servì dapprima nella polizia locale  ai tempi dell’amministrazione fiduciaria italiana (1949-1960), poi frequentò con profitto la Scuola allievi sottufficiali dei carabinieri a Firenze, dove ricevette un’educazione di buon livello e imparò alla perfezione l’italiano.

A questo proposito il senatore Andreotti ha raccontato un gustoso aneddoto sul mensile 30 giorni del gennaio 2001. Durante una visita di Siad Barre a Roma, l’allora presidente Pertini – il cui senso dello Stato spesso vacillava sotto il retaggio ideologico del vecchio partigiano antifascista – ebbe la bizzarra pensata di chiedere scusa al presidente somalo per quanto fatto dagli italiani durante l’occupazione coloniale. «L’ospite rispose che verso l’Italia non avevano che gratitudine – scrive Andreotti – e che, e Pertini si rannuvolò bruscamente, nel 1935 erano stati gli etiopici e non i fascisti a provocare la guerra. Nel suo libro di memorie, Antonio Ghirelli, allora capo dell’ufficio stampa, dice che il presidente ebbe più tardi parole durissime all’indirizzo di “questo eritreo (!) che aveva studiato l’italiano nel mattinale dei carabinieri”».

Ecco invece una descrizione della Somalia di Siad Barre tratteggiata nel 2008 da padre Piero Gheddo, noto missionario-giornalista specializzato in temi africani: «Quando sono stato in Somalia nel 1978, il paese, sotto la dittatura di Siad Barre,  era in pace, ma bloccato nello sviluppo e nella maturazione democratica. Qualsiasi opposizione veniva stroncata con la forza. Ma la vita normale scorreva tranquilla secondo i ritmi tradizionali. L’unico sentimento forte che si notava nella popolazione era quello nazionalistico. Siad Barre aveva rafforzato l’uso della lingua somala stampando libri e giornali e soprattutto organizzando manifestazioni patriottiche, sfilate militari, l’alfabetizzazione delle popolazioni rurali, l’apertura di nuove strade. La lingua italiana era ancora insegnata e usata da molti, soprattutto all’università e c’era un giornale italiano e scuole di italiano, promosse dall’Ambasciata del nostro paese».

Padre Gheddo ricorda anche una lunga conversazione con monsignor Salvatore Colombo, vescovo in Somalia, trucidato dal 1989 da estremisti islamici. «Mi diceva che Siad Barre era certamente un dittatore – afferma Gheddo – che usava metodi violenti contro gli oppositori. Però, aggiungeva, “è riuscito a creare un sentimento nazionalistico ed a mantenere unito il paese e le varie etnie e cabile. Senza di lui temo che la Somalia cadrebbe nella guerra civile e nel caos”. Purtroppo è stato buon profeta». Un paio d’anni prima di morire lo stesso Siad Barre, invitato dai suoi fedelissimi a provare a riprendere il potere, rispose sconsolato che la Somalia non sarebbe mai più tornata ad essere governabile.

Ecco, ricordare a distanza di 15 anni la figura controversa di Siad Barre può avere un senso, se si guarda alla Somalia di oggi. Il tempo è galantuomo, come si suol dire. O quanto meno consente di guardare al passato con maggior obiettività. Sta succedendo con la figura politica di Bettino Craxi, che certo non può esser ridotta a semplice icona di Tangentopoli; e lo stesso può capitare con colui che per più di vent’anni fu l’uomo forte di Mogadiscio e del Corno d’Africa.

Al di là di ogni valutazione morale sul personaggio (in geopolitica l’etica è merce che vale poco…), quanto sarebbe utile, oggi, avere un altro “Grande bocca” a Mogadiscio. Un uomo in grado di ridare un senso di nazione a un Paese disintegrato tra clan, cabile, microgruppi etnici e familiari; dilaniato dalla lotta fratricida dei “Signori della guerra”, che in poco tempo hanno trascinato la Somalia nel baratro economico. Un Paese diventato “santuario” dei pirati del Terzo Millennio, brodo di coltura per il fondamentalismo islamico e base tattica per i terroristi di Al Qaeda. Persino Barack Obama, che sta per insabbiarsi nello Yemen a caccia di seguaci di Bin Laden, preferirebbe avere dall’altra sponda del Golfo di Aden un interlocutore astuto ma affidabile, come il vecchio Siad Barre, piuttosto che l’incognita delle Corti islamiche somale.

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