Il Fondo Quotidiano

Il Fondo

Il Fondo Quotidiano è una costola del Fondo Magazine. Nasce dall’esigenza di restare nella cronaca giornaliera tra una edizione e l’altra della casa madre settimanale. A differenza della matrice che accoglie abitualmente scritti eterogenei, FQ esprime esclusivamente la linea editoriale.

La redazione

SE SONO QUESTE LE PROVE A CARICO DELLE NUOVE BR
ARRESTATECI TUTTI

In attesa di capire come evolve la storia giudiziaria nei confronti di Manolo Morlacchi [nella foto] e Costantino Virgilio, accusati di far parte delle nuove Br, le prove al momento a loro carico sono risibili e scandalose. Si può mandare qualcuno in galera perché aveva in casa «il manuale del terrorista» via internet o perché porta un cognome scomodo come Morlacchi?

La procura di Roma, che ieri ha disposto la custodia cautelare per i due sospetti di brigatismo, ha al momento motivato la sua decisione con tre fattori : un’intercettazione vecchia di tre anni in cui Morlacchi avrebbe parlato al telefono con un anonimo, probabilmente Luigi Fallico arrestato come uno dei componenti delle nuove Br; il famoso manuale del cyber terrorista che è molto probabilmente un manuale sulla difesa della privacy o di hackeraggio;  infine, avrebbero consigliato di servirsi del sistema txt, lo stesso usato per rivendicare un attentato (fallito) contro una caserma di Livorno, nel 2006. Ma è anche un sistema che molti di noi usano senza timore per questo di finire in galera.

I due intanto si sono dichiarati innocenti. Lo ha detto il loro avvocato Giuseppe Pelazza, che preannuncia il ricorso al tribunale del riesame dopo l’interrogatorio di garanzia che si terrà dopodomani nell’ambito del quale, dice il legale: «i miei assistiti respingeranno le accuse». Secondo il difensore  nei confronti dei due non sarebbe stata mossa alcuna accusa di detenzione di armi e di progetto di attentato.

No, non ci siamo:  puzza tutto di bruciato.

LAVORARE DI PIÙ UCCIDE

Gli italiani lavorano 4 ore al giorno per pagare il fisco. E’ un record storico: se fino al 2009 lavoravamo fino al 22 giugno per ottemperare agli oneri fiscali, nel 2010 si lavorerà allo stesso titolo fino al 23 di giugno. Un giorno in più di lavoro versato nelle casse dello stato. Mezzo anno di sudore lavorativo per pagarci servizi sempre più scarsi, senza contare le intraprese belliche (Afghanistan, Iraq) di nessuna utilità per il popolo dello stivale.

Incredibilmente, c’è chi si aspetta dalla promessa (o minacciata) riforma tributaria dell’attuale governo, il rimedio o la frenata sulla china intrapresa.

Proprio oggi il Corriere della Sera dedica due pagine alla questione, arrivando alla conclusione che: «il 2010 non è iniziato bene ma potrebbe continuare migliore se verrà varato almeno un anticipo di riforma fiscale».

Qualche giorno fa, abbiamo dimostrato qui, su FQ (leggi sotto: “Riforma tributaria? La fregatura c’è e si vede”)  che quella riforma ricadrà inevitabilmente e in negativo sulla economia personale e/o familiare dell’86% degli italiani che lavorano o vivono di pensione. Mentre, a goderne veramente sarebbe quel restante 14% che ha un reddito superiore ai 55.000 euro e che vedrebbe ridotta l’aliquota irpef dal 47%  al  33%.

Che con una tale riduzione di imposta, questi ultimi possano liberare il proprio tempo da un eccesso di carico lavorativo è assai probabile. Ma la stragrande maggioranza si troverà impoverita da un ulteriore salasso derivato da un aumento dell’Iva come strada privilegiata per rientrare del costo di 30 miliardi di euro previsti dalla riforma stessa. Risultato: sarà l’86% per cento degli italiani che dovrà lavorare ancora di più per pareggiarne i conti.

Come se non lavorassero (quando lavorano) abbastanza fra prestazioni ordinarie, straordinarie e in nero. Di bianco, però, restano le morti. Anche oggi, 18 gennaio 2010, s’è registrata una carneficina:

a Udine è morto Lionello Pocovaz, 63 anni, in seguito a una caduta da un dirupo mentre stava raccogliendo legna nel bosco; ad Arezzo, in seguito all’esplosione di un laboratorio per la lavorazione di carne suina, sono rimasti ustionati 5 operai, di cui due in gravi condizioni;  a Frosinone, un operaio di 30 anni è rimasto ferito, riportando un grave trauma da schiacciamento…

LO SCANDALO DELLA BANCA ROMANA

Era il 1889 e, all’epoca, erano sette le banche che avevano autorizzazione a stampare moneta. Una di queste, la Banca Romana (ex Banca dello Stato pontificio, insomma: uno IOR ante litteram), quando all’indomani della  proclamazione di Roma Capitale s’era propagata  una vera “febbre” edilizia, cominciò ad elargire crediti  facili ai costruttori senza tenere conto della effettiva solvibilità dei debitori che, mutatis mutandis, altro titolo non esigevano che quelli di appartenenza a circoli politici clientelari.

Quando il boom edilizio si sgonfiò, iniziarono i fallimenti. La Banca Romana risultò una delle più esposte, sepolta sotto una valanga di cambiali non riscuotibili.  Qualcosa di analogo, insomma, a quanto accaduto di recente negli Usa con i mutui subprime che ha scatenato l’ancora vigente crisi finanziaria globale. Fatto è che la Banca Romana trovò una geniale soluzione per rientrare dell’ammanco. Autorizzata come istituto emettitore dello stato a stampare carta moneta per 25 milioni di lire (di allora), non solo superò del doppio la somma ma, addirittura, ne stampò altri 9 clonando i numeri di serie originali.

Istituita una commissione parlamentare, presieduta da Giuseppe Giacomo Alvisi, fu accertato che il surplus era finito nelle tasche anche di svariati parlamentari, fra cui lo stesso capo del Governo, Crispi e l’allora ancora semplice deputato crispino, Giovanni Giolitti.

Caduto il governo Crispi (ma non a causa dello scandalo ancora tenuto segreto) gli subentrò Antonio di Rudinì (quello che ordinò a Bava Beccaris di prendere a cannonate il popolo in “protesta dello stomaco”), nelle cui mani fu affidato il dossier. Leggi che ti rileggi quelle carte, il marchese si rese conto che a renderle pubbliche, il giovane regno avrebbe dovuto darsi una classe politica totalmente nuova, tanti e tali erano i nomi dei politici coinvolti nell’affaire, compreso il suo. Così, evitò di riferire in parlamento «in nome dei supremi interessi del paese e della patria».

Comunque, sempre nel «nome dei supremi interessi del paese e della patria», indovinate un po’ chi fu nominato Capo del Governo appena caduto il dicastero Di Rudinì? Ma sì: proprio quel Giolitti indicato dal dossier Alvisi come compagno di merende di Crispi e Di Rudinì nel crack finanziario, e conseguente opera di falsificazione della moneta, della Banca Romana.

Di primo acchito, il Giolitti pensò bene di addomesticare l’inchiesta parlamentare affidandola al presidente della Corte dei Conti Enrico Martuscello e, con l’evidente scopo di toglierlo dai guai e tacitarlo, chiedendo la nomina a senatore del Governatore della Banca Romana, Bernardo Tanlongo. Però sbagliò i suoi calcoli: Enrico Martuscello, onest’uomo,  confermò gli illeciti e le responsabilità dei chiamati in causa.

Di conseguenza: Giolitti fu costretto a dimettersi  e Bernardo Tanlongo andò in galera.

Ora, uno sarebbe portato a pensare che al posto di Giolitti potesse essere nominato capo del Governo qualcuno estraneo all’affaire. Macché: re Umberto I conferì di nuovo l’incarico all’altro grande sodale dell’impresa criminale: Francesco Crispi.

Strano: un capo dello stato, re Umberto (ma sì: proprio quello che, tra l’altro, rese onorificienze al merito  al generale Bava Beccaris per i fatti di Milano ricordati sopra),   conferisce tre mandati consecutivi di governo a persone chiamate in causa per speculazioni finanziarie che a pagare fu, come sempre avviene in questi casi, il popolo. Vuoi vedere che fra i beneficiati c’era pure il regnante?

Eh! che volete farci? così andavano una volta le cose in Italia… Una volta?

UNA RISATA VI SEPPELLIRÀ

“Una risata vi seppellirà” era lo slogan più bello del Movimento del ’77. Poi sull’anima creativa che alla tradizione bolscevica opponeva la rivoluzione delle avanguardie artistiche degli anni Venti, dal dadaismo al surrealismo, prevalse la caricatura militaresca di chi pensava che l’assalto al cielo andasse praticato a colpi di P38. Sappiamo come è andata a finire: il sogno della liberazione sociale si è trasformato in un incubo.

Oggi leggo di una bomba contro un centro sociale e della replica orgogliosa delle vittime: risponderanno con un sorriso. Un rovesciamento interessante.

Forse mi dovrebbe confortare l’aforisma hegelo-marxiano sulla storia che si ripete in farsa. Certo, Giampaolo Pansa esagera e siamo assai lontani dalla dimensione tragica degli anni Settanta. Ma non riesco a trattenere una sottile inquietudine.

Ugo Maria Tassinari

UN’ALTRA RICETTA DI TRICHET

Jean-Claude Trichet, presidente di quel noto istituto filantropico che si chiama Banca Centrale Europea, ci fa sapere che, molto generosamente, lascerà invariati i tassi di interesse, oggi fermi all’1%.

Probabilmente, si è accorto che le sue catastrofiche azioni al rialzo, operate fino all’esplodere, nel settembre 2008, della più grande crisi finanziaria degli ultimi secoli e che, a causa di tanto,  fu costretto obrtorto collo a invertire una tendenza che era arrivata di far pagare un interesse prossimo all’usura del 4,25% sui prestiti bancari, avevano ottenuto esiti inversi ai suoi auspici: calmierare i prezzi al consumo e tenere sotto controllo, così, l’inflazione.

Quanto quella sua miope e scellerata strategia fosse sballata lo dissero i dati dei mesi successivi all’ultimo rialzo (luglio 2008): non solo i prezzi non calarono, mentre calarono i consumi con conseguente decrescita della produzione, ma la stessa inflazione passò in poco tempo  dal 3% al 4,1%.

Guarda caso, oggi che il tasso di interesse è ai minimi storici, anche l’inflazione ha registrato nel 2009  il suo minimo con un appena +0,9%, smentendo categoricamente la nota ricetta di Trichet che ora si vanta:  «con la rapidità e l’audacia delle decisioni delle Banche centrali e dei Governi abbiamo evitato problemi estremamente gravi» e che l’attività economica nell’area dell’euro «ha continuato a crescere a fine 2009».

Ma questi sono solo numeri per le statistiche utili nelle cattedrali dell’alta finanza. Nella realtà sociale, nonostante «la rapidità e l’audacia di banche e governi»: «la disoccupazione dovrebbe continuare ad aumentare ancora un po’…». E visto che in Italia, solo in Italia, nel biennio IN rosso 2008/’09 siamo passati da un +6.7% ad un +8,7%, non è difficile ipotizzare che nel 2010 la soglia del 9% sarà superata.

Di fronte a tanto, verrebbe da pensare che qualche alleggerimento fiscale potrebbe tornare utile per le tasche dei cittadini europei. Verrebbe da pensarlo a tutti ma non a monsieur Trichet che, infatti, esorta (quindi: ingiunge) ai governi, a «rinviare eventuali tagli alle tasse nel medio-lungo termine quando ci sarà un margine di manovra che oggi non c’è».

Se noi fossimo a capo di un governo qualsiasi, considerato che fino ad oggi l’illustre economista, con le sue previsioni e con le sue mosse finanziarie ne ha azzeccate poche, e quelle poche contraddicono le sue solite ricette, un pensierino a cambiare se non proprio il ristorante, almeno il menù lo faremmo. Ma non sarà così, statene certi.

MINZOLINI SU CRAXI. HA RAGIONE

Con uno dei suoi discussi editoriali Minzolini nell’edizione più seguita del telegiornale è intervenuto per parlare del segretario del partito socialista morto 10 anni fa ad Hammamet e lo ha definito, in barba alle polemiche di questi giorni tra chi vuole dedicargli una via e chi lo considera una sorta di bestemmia, un grande statista. Ma il direttore del Tg1 ha fatto di più perché ha accusato gli anni di Tangentopoli come i responsabili «del vulnus che alterò il rapporto tra politica e magistratura».

Secondo il controverso direttore «una democrazia costosa, permise per cinquant’anni al nostro Paese di restare nel mondo libero: da un lato i partiti che governarono la prima Repubblica con i loro pregi e difetti, dall’altro il più grande partito comunista occidentale, con i suoi rapporti con l’Urss. Con la caduta del Muro di Berlino, per il solito paradosso italiano, i vincitori, quelli che erano sempre stati dalla parte giusta, invece di ricevere una medaglia furono messi alla sbarra. Basti pensare – ha proseguito Minzolini – che il reato portante di Tangentopoli, cioè il finanziamento illecito ai partiti, era stato oggetto di un’amnistia soltanto due anni prima: un colpo di spugna che preservò alcuni e dannò altri. La verità è che a un problema politico fu data una soluzione giudiziaria».

E’ difficile condividere la tesi che vede nella Democrazia cristiana un partito campione della libertà e i suoi quarant’anni di dittatura come un esempio di buon governo, ma sul resto Minzolini dice cose condivisibili. Non si può negare che Tangentopoli sia stato «un vulnus» nei rapporti tra politica e magistratura: da quel momento i due poteri si sono sovrapposti creando una grave danno all’una e all’altra. La separazione dei poteri è saltato e spesso le procure sono diventate non luoghi dove applicare la legge, ma dove far vincere una linea politica spesso su base solo indiziaria. Il caso Craxi, anche per la sua drammaticità, è diventato il simbolo di questa guerra combattuta a colpi bassi: un uomo, con le sue responsabilità e le sue importanti intuizioni politiche, che ha pagato in prima persona le colpe di un intero sistema, nessuno escluso.

La reazione di Di Pietro è stata immediata. Nel merito: Craxi era colpevole. Nel metodo: Minzolini non dovrebbe permettersi, in quando direttore di un servizio pubblico, di fare certi commenti.

Viene da rispondere. Nel merito: le responsabilità di Craxi sono a tutt’oggi molto controverse, mentre è certo che dopo la trasformazione del leader socialista in un capro espiatorio è iniziata quella parabola giustizialista che non ha fatto bene né alla politica né alla stessa giustizia.

Nel metodo: forse è vero che Minzolini sbaglia a fare i suoi editoriali. E’ vero però che Santoro, anche lui servizio pubblico, fa la stessa cosa ogni giovedì, quindi con maggiore frequenza del direttore del Tg1 e che, le proteste, non sono mai scandalizzate come quelle che accolgono i commenti del giornalista della rete ammiraglia. C’è quindi una doppia morale?

Sempre sul metodo notiamo questo: come è che (quasi) tutta la stampa di sinistra ha reagito gridando alla libertà di stampa tradita quando Berlusconi ha querelato Repubblica per l’affaire escort, ma si considera normale e giusto querelare Minzolini perché ha espresso un suo parere? Ancora una volta prevale la doppia morale.

E allora, forse, ha davvero ragione il direttore del Tg1.

IN NOME DELLA BONINO
NIENTE TESTAMENTO BIOLOGICO

Scrivevamo ieri, a margine dell’archiviazione per il reato di omicidio di cui era imputato Beppino Englaro, che la strada verso il riconoscimento del diritto a scegliere di che morte morire quando si è ridotti in uno stato per cui la vita, a causa di danni fisici irreversibili, cessa di essere tale nel pieno senso del termine, sarebbe stata ancora lunga e in ripida ascesa.

Beh, la conferma alle nostre pessimistiche previsioni non si è fatta attendere molto. E’ di oggi la notizia che in virtù dell’appoggio alla candidatura di Emma Bonino al governo regionale del Lazio, Maria Antonietta Farina Coscioni, radicale in quota del Partito democratico, ha ritirato i 2.400 emendamenti  da lei inizialmente proposti al disegno di legge della maggioranza sul “Testamento biologico” e che avevano una introduzione particolarmente condivisibile: «Ogni persona ha diritto di porre termine alla propria esistenza….». Emendamenti che, se discussi e approvati, avrebbero condotto l’iter di approvazione ad una legge che ratificava la piena responsabilità dell’individuo a decidere sulla sua vita per eutanasia o suicidio assistito. Ed era possibile arrivarci, considerata la maggioranza trasversale tendenzialmente favorevole all’ipotesi.

Il ritiro degli emendamenti è, molto probabilmente, il prezzo che il Partito democratico ha dovuto pagare alla sua corrente cattolica per potersi schierare con la Bonino.

Non a caso, l’alfiera dell’integralismo cattolico all’interno del Pd, Paola Binetti, aveva sentenziato in anteprima: «La sola immagine di una Bonino presidente di Regione che crede nell’eutanasia non è facilmente masticabile per i tanti elettori moderati». Dove «moderati» sta, con tutta evidenza, per “cattolici”.

Certo che se è questa l’aria che tira nel Pd, c’è poco da illudersi sulla politica di alternativa promessa dal neo segretario Bersani all’atto della sua elezione.

Resta il fatto che ieri stigmatizzavamo la reazione stizzita della sottosegretaria alla Salute Eugenia Roccella, già ex-radicale e oggi in quota Pdl-An, alla richiesta di archiviazione per il caso Englaro, mentre oggi assistiamo al passo indietro della radicale (senza ex) che prometteva battaglia.

Sarà pur vero che la politica è l’arte del compromesso, ma qui, di compromesso in compromesso, non si riesce più a distinguere, hegelianamente, una vacca nera da una grigia. E’ ancora e sempre notte.

BEPPINO ENGLARO. INNOCENTE

Vivaddio. Si chiude con un decreto di archiviazione l’iter che ha visto Beppino Englaro e, con lui, l’equipe sanitaria composta da 13 persone  indagate di omicidio volontario per la morte di Eluana, avvenuta a Udine il 9 febbraio 2009, dopo 17 anni di coma vegetativo. Come è noto, l’equipe aveva applicato il protocollo stabilito dalla Corte d’Appello di Milano, sospendendo alimentazione e idratazione alla giovane.

Una decisione, quella dell’archiviazione, che da un lato mette la parola fine all’angosciosa vicenda dei familiari della povera Eluana e dei medici che hanno operato secondo protocollo e coscienza e, dall’altra, apre un orizzonte di fiducia per quanti ritengono che la decisione fra il sopravvivere in uno stato di sofferenza o di impresenza cerebrale e il morire serenamente, spetti all’interessato se senziente o al suo testamento biologico se rilasciato in antecedenza oppure, nell’impossibilità data dalla sua condizione, ai familiari più stretti.

E’ una sentenza importante perché, come dichiarato da Beppino Englaro: «In futuro chi vorrà potrà partire da questa sentenza per non incorrere nell’incubo che ho vissuto io».

Ma non basta. E’ sempre il papà di Eluana che lo afferma: «Occorre una legge ad hoc che possa ricreare le premesse perché una persona non rimanga scoperta fra medico e paziente, anche in stato di incoscienza».

La strada per arrivare a tanto è ancora lunga e in salita ripida. Basta leggere la reazione stizzita, alla notizia della sentenza, della sottosegretaria alla Salute Eugenia Rocchetta, in quota Pdl-An che, partita da posizioni radical libertarie (Movimento per la liberazione della donna, pro-aborto, anti-familismo etc…) converrà, col tempo, su acquisiti prodotti della morale cattolica fino a farsi portavoce, insieme a Savino Pezzotta, del Family-day.

Avanti,  popolo (della libertà).

RIFORMA TRIBUTARIA? LA FREGATURA C’E’ E SI VEDE

Berlusconi annuncia la riforma del fisco. L’idea è di ridurre le aliquote dell’Irpef a due sole fasce: fino a 100mila euro 23% e, sopra questa cifra, il 33%.

Chi se ne gioverà secondo voi?

Vediamo il quadro così come è oggi:

Scaglioni reddito  2009 Aliquota Irpef lordo
da 7.500 a 15.000 euro 23% 23% del reddito
da 15.000,01 a 28.000 euro 27% 3.450 + 27% sulla parte eccedente i 15.000 euro
da 28.000,01 a 55.000 euro 38% 6.960 + 38% sulla parte eccedente i 28.000 euro
da 55.000,01 a 75.000 euro 41% 17.220 + 41% sulla parte eccedente i 55.000 euro
oltre 75.000 euro 43% 25.420 + 43% sulla parte eccedente i 75.000 euro

E ora vediamo come sono distribuiti gli italiani nelle fasce suddette. Dunque:

circa il 15% di italiani è escluso da tassazione irpef perché con un reddito compreso fra 0 e 7500 euro;

il 35% degli italiani rientra nella prima fascia di reddito compresa fra 7.500 e 15.000 euro e per i quali l’aliquota irpef, dopo la ventilata riforma, resta invariata al 23%:

quindi, per circa il 50% degli italiani la ventilata riforma NON porterà alcun vantaggio.

Il 36% di connazionali, invece, guadagna tra i 15.000 e i 29.000 euro e rientra nella seconda fascia tassata al 27%;

L’11,5% della massa contribuente è compresa tra i 29 e i 55  mila euro (quarta fascia) ed è tassato con l’aliquota marginale al 38%:

per il 47,5% degli italiani, quindi, un qualche risparmio sembrerebbe esserci.

Il 2,5% del totale, infine appartiene alla fascia compresa fra i 55.000 i 75.000 euro e ultra ed è attualmente tassata al 43% (ed ultra per il lordo…):

e qui il risparmio è notevole.

Bene, si dirà: per una volta a godere di una riforma sarà almeno la metà degli italiani.

Non è così.  E per due ordini di motivi:

Primo – a garantire l’80% delle entrate tributarie, in virtù della maggior redditività delle loro imprese, è, allo stato attuale, proprio quel 14% di italiani compresi nei due scaglioni superiori delle aliquote in vigore.

In pratica, questi ultimi risparmierebbero tra le mille e le duemila volte in più di quello che risparmierebbe il restante 86% dei contribuenti.

Secondo – La manovra comporterebbe un costo di 30 miliardi di euro per le casse dello Stato. E da dove dovrebbero rientrare? Tremonti e Brunetta rispondono: dall’Iva…

Si dà il caso che, aumentando l’Iva, l’imposta su un chilo di pasta è uguale per tutti: quindi a risarcire lo stato dell’ammanco di 30 miliardi sarà l’attuale 86% degli italiani compreso fra reddito zero e reddito 55000 euro annui.

A questo punto, non serve Archimede Pitagorico per accorgersi dov’è la fregatura e a carico (come al solito) di chi: primi fra tutti quel 50% di italiani che, a fronte di un’aumento dell’imposta di acquisto diretta, non avranno alcun beneficio dalla riforma perché già dentro l’aliqouta irpef minima del 23%.

CORI RAZZISTI ALLO STADIO? TRIPLICE FISCHIO

Se c’è un coro razzista, fermate quella partita. E’ il messaggio che  in queste ore si rimpallano politici e giornali. Sarebbe bello che non rimanesse solo un desiderata ma che diventasse presto una realtà.

Ieri, a favore della drastica misura, si è espresso anche il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. In un’intervista su Sky24, ha detto: «È spesso difficile – ha sottolineato – distinguere tra un coro razzista e uno sfottò legato all’appartenenza di un calciatore all’altra squadra. Ma proprio perché è difficile, io sono convinto che non si debba sottovalutare. Non dipende dal ministro dell’Interno intervenire quando c’è una partita in corso, ma credo davvero che la Figc debba darsi delle regole molto rigide: se c’è anche il minimo dubbio che ci sia un coro razzista – ha concluso Maroni – l’arbitro deve immediatamente sospendere la partita e prendere provvedimenti conseguenti».

La risposta delle autorità competenti del calcio non si è fatta attendere. La Federcalcio chiede che sia il Viminale a dare agli arbitri questo potere. Lo ha spiegato il suo presidente Giancarlo Abete: «La circolare del Viminale che ha esteso anche ai cori razzisti, oltre che agli striscioni, la misura dello stop alle partite contiene una indicazione esplicita: spetta al responsabile dell’ordine pubblico decidere se sospendere o no un incontro di calcio. Nelle nostre norme antirazzismo, che l’Italia ha introdotto ancor prima delle misure adottate dall’Uefa, non potevamo non tenere conto di questo indirizzo normativo. Se ora il Viminale cambierà quella circolare, gli arbitri potranno assumersi la responsabilità di decidere quando va fermata una partita».

Dal canto nostro speriamo che si risolva presto il problema burocratico. Oggi possiamo solo notare che si tratta più che di una questione reale, di un rimpallo tra chi ha paura di prendere una decisione impopolare.

Impopolare o meno è una decisione che va presa. Lo ha detto anche Michael Platinì, presidente della Uefa, parlando della situazione del razzismo nei nostri stadi: è il momento di dire stop. E non bastano le multe che a poco servono. Serve un segnale chiaro per dire che non si tollerano certi episodi.

Finora si è preferito tollerare il razzismo. Ma la tolleranza che serve è un’altra: quella fondata sul rispetto di tutti. Qualsiasi sia il colore della loro pelle.

ROSARNO, ITALIA

Scriveva Giovanni Gentile pochi mesi prima di essere assassinato: «Non ribellarsi alla sopraffazione bestiale è solo una manifestazione di viltà e non di moderazione».

A noi sembra che il detto valga in ogni tempo e luogo e per chiunque si trovi ad essere ridotto in condizioni di brutale annichilimento della propria esistenza, come è palesemente il caso degli immigrati insorti a Rosarno.

Essere ridotti ad una vita da topi, dentro tuguri; essere pagati una miseria per il loro lavoro; essere privati di qualsiasi diritto di presenza civile, da quella del soggiorno a quella di tutela sindacale per il lavoro da loro prestato in condizioni subumane e, quindi, essere di fatto ridotti ad una condizione di schiavitù; essere infine presi a fucilate come selvaggina per insofferenza razzista alla loro presenza in una comunità che pure li sfrutta; tutto ciò non può non innescare un sentimento di rivolta.

Eccessiva? Sì, forse: ma di quell’eccesso che la legge considera di legittima difesa.

La rivolta degli immigrati di Rosarno non è una rivolta etnica: è la rivolta del lavoratore a cui non viene più riconosciuto neanche l’elementare diritto all’esistenza. Il lavoro non ha colore di pelle, ha solo braccia e menti applicate alla produzione nazionale. Uno stato come il nostro che si pretende fondato sul lavoro fin dall’art 1 della sua Costituzione, non può discriminare fra lavoratore e lavoratore, fra prestatore d’opera indigeno e prestatore d’opera allogeno: è il lavoro stesso che legittima la dignità di chi lo esercita parificandone i diritti civili.

Il vizio all’origine delle incandescenti giornate di Rosarno risiede proprio nelle politiche di discriminazione in atto nel nostro paese. Tanto più odiose quanto è ipocrita una politica produttiva che disconosce la necessità del lavoro immigrato sapendo bene di non poter fare a meno delle braccia degli immigrati, consentendo quindi pratiche illegali di importazione di uomini fuori da qualsiasi criterio di riconoscimento dignitoso.

C’è poco da stupirsi, poi, ma molto da allarmarsi quando, a sua volta, una cittadinanza da anni sobillata all’intolleranza per un presumto pericolo “multiculturale” si scatena in una caccia all’uomo. E’ il più ovvio dei risultati che ci si possa aspettare da una politica scellerata che innesca in maniera del tutto pretestuosa fobie fondate su malintesi valori identitari razzisti e xenofobi.

ROSARNO. LA RIVOLTA DEGLI SCHIAVI

I mandanti, che hanno armato le mani di coloro che ieri sera a Rosarno, hanno sparato contro due immigrati suscitando la reazione dei loro compagni, hanno un nome e un cognome. Sono le persone, politici in testa, che alimentano l’odio e la discriminazione. Intanto nel paesino della Calabria ancora stamattina la scena è quella di guerriglia urbana. E’ un bollettino di guerra quello reso noto dalla polizia: 34 feriti tra italiani, stranieri e forze dell’ordine; sette migranti arrestati.

Gli immigrati di quella zona ieri sera non ce la hanno fatta più. Dopo l’ennesimo sopruso hanno dato sfogo alla loro rabbia e si sono fronteggiati con un gruppo di cittadini locali che evidentemente pensavano di dover difendere chi va in giro a sparare. Oggi, pur criticando questa loro reazione, dalla loro parte si schiera la Chiesa locale, la Cgil, le associazioni di volontariato che da anni cercano di portare loro un po’ di speranza. La descrizione non lascia dubbi: sono persone sfruttate che vivono in condizioni disumane.

E qui inizia la contesa. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni non ha per loro parole di pietà. Il problema non è che ci sono italiani che li sfruttano e che non si indignano nel vederli vivere in mezzo alla merda. Ma il fatto che si è stati troppo buoni: «In tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, una immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato situazioni di forte degrado, come quella di Rosarno». Sì avete letto bene: la colpa non è di chi sfrutta e di consente il degrado, ma di chi viene sfruttato. Leggete queste cifre che riguardano solo la Calabria: di 20 mila lavoratori stranieri stagionali impiegati nel settore agricolo solo 6.400 hanno il permesso di soggiorno. Per tutti gli altri esiste solo l’inferno dell’assenza di diritti. Perché senza permesso di soggiorno tutto è più facile per il padrone: per sfruttarli, per ricattarli. Senza permesso di soggiorno l’immigrato viene pagato in nero, vive nella baracche o in mezzo alla strada, non ha assistenza sanitaria e spesso neanche l’acqua potabile. Eppure quell’essere umano che vive così non se ne sta con le mani in mano: lavora e copre un fabbisogno di manodopera che altrimenti resterebbe senza riposta.

La domanda da porsi oggi non è come mai è potuto succedere tutto questo. Ma come mai non è successo prima. Come mai tante persone vivono nel nostro paese in condizioni disperate e subendo discriminazioni senza reagire. E’ del resto la stessa domanda che i commentatori si sono fatti, sempre in questi giorni, a proposito di Mario Balotelli. Pur criticando la sua reazione contro i tifosi del Verona (che lo avevano fischiato per l’ennesima volta) diversi giornalisti hanno ammesso che loro al posto del calciatore avrebbero perso la pazienza molto prima. Il problema è allora un altro: Balotelli così come i migranti della Calabria sono stati lasciato soli. Isituzioni, giornali, politica hanno permesso che l’odio crescesse e che l’Italia, dove il fenomeno migratorio è contenuto dal punto di vista numerico, si trasformasse in un girone dantesco per le condizioni di vita imposte a coloro che arrivano da altri Paesi. La risposta di massa è una: bisogna impedire che arrivino. Ma queste persone sono qua, lavorano per noi, ci chiedono aiuto. La nostra risposta, come ha fatto l’illuminato intellettuale Sartori dalle pagine del Corriere, è quello di invocare la chiusura e la difesa della razza.

Così non si riduranno i fenomi migratori ma si faciliterà solo il compito di chi (in testa la mafia) vuole sfruttarli meglio. Ben venga allora la rivolta dei migranti in Calabria e benvenga soprattutto la legge sulla cittadinaza voluta da Fini: se passasse sarebbe un primo segnale importante non solo verso i migranti, ma verso tutti coloro che continuano a credere di vivere in un paese civile.

FRANCIA. BAVAGLIO A INTERNET

In Francia si approva una legge liberticida su internet per difendere il cosiddetto diritto d’autore, mentre in Italia per difendere gli autori con la A maiuscola ci si schiera contro i cinepanettoni. Questa volta, ci dispiace dirlo, la destra francese sbaglia di grosso, ma sbaglia anche Farefuturo a schierarsi contro De Sica e company.

In Francia è stata messa a punto una normativa che vieta di scaricare da internet film, musica, libri in maniera gratuita. A vigilare sulla rete è stata creata un’alta autorità, la Hadopi (Haute autorité pour la diffusion des oeuvres et la protection des droits sur Internet) a cui spetta punire i pirati che non intendo rispettare le regole. Il procedimento è semplice: chi viene scoperto a praticare il download viene prima richiamato con una mail, se non smette riceve una lettera più ufficiale, infine – se recidivo – si becca una multa.

L’idea di fondo è quella del copyright, cioè della difesa del diritto d’autore. Secondo questa tesi chi scarica “illegalmente” ruberebbe guadagni ai produttori di materiale originale. In realtà, come dimostrano anni e anni di sperimentazioni pirata lo scarico illegale non ruba agli autori, anzi fa girare le loro opere spingendo ancora di più all’acquisto. L’esempio più citato è quello dei Radiohead. Il loro ultimo album si poteva scarica gratuitamente su internet. Calo delle vendite? Manco a parlarne, anzi la mossa del gruppo rock ha prodotto un circuito virtuoso che ha premiato musicisti e pubblico.

Ma punendo lo scarico dei file chi si vuole colpire? Facile rispondere che l’obiettivo non è tutelare gli autori, ma le major, cioè i produttori che non si accontentano di guadagnare ma vogliono speculare senza limiti e senza pudore. Ma questo non basta per capire il perché della legge francese, diventate in poche ore un modello anche per gli altri Paese, compresi gli Usa che pure ne hanno ispirato l’essenza. Il motivo più profondo va ricercato nell’idea che si vuole affermare di cultura. Si vuole cioè stabilire che la cultura non è gratuita, non è per tutti, ma è terreno anche’essa delle speculazioni capitaliste. E’ un fattore simbolico di enorme portata: mettere le mani sulla cultura che dovrebbe essere terreno privilegiato della gratuità, dello scambio, dell’uguaglianza, significa dire che niente dell’umano è sottratto alla logica del guadagno.

Gli autori, almeno la maggioranza, su questo non sono innocenti. Invece di prendersela con gli editori e i produttori se le prendono con il pubblico che li vuole leggere senza spendere cifre iperboliche. In Italia questa cosa è vera soprattutto per il cinema. Insieme alla Siae e alla Fimi (produttori musica) sono le sigle dei registi e dei produttori di cinema a schierarsi puntualmente contro lo scarico di file da internet. Ma sono proprio questi autori che prendono i soldi dallo Stato per finanziare i loro film. Film che pochi vedono, a fronte di milioni spesi dallo Stato, cioè da noi. E che si incavolano se i soldi vengono dati anche ai cinepanettoni. E’ vero definire le volgarità di De Sica come «opere di interesse culturale nazionale» è una bestemmia. Ma detto questo, sbaglia chi come Farefuturo, pensa di attaccare loro per difendere gli Autori: non solo perché sono sempre gli stessi, una casta che non molla mai la presa nonostante anche la veneranda età di alcuni, ma anche perché sono gli stessi che si sono sempre piegati al volere delle major e delle loro tasche.

Non vogliamo certo passare alla storia come coloro che tifano per Neri Parenti, ma neanche per un’idea di autorialità che tutte le avanguardie del Novecento hanno messo in discussione. Oggi l’autore esiste in quanto colui che detiene i diritti, cioè come colui che guadagna sulla base di ciò che crea. E noi dovremmo stare qui a difenderli? Meglio allora i filmoni di Natale almeno non ci ammorbano con la pretesa di essere cultura. La cultura è libera (e quindi anche scaricabile) o non è.

CASINI. O DELL’OPPORTUNISMO

C’è un male in Italia, questo male si chiama: centrismo. Un tempo a portarne la bandiera era la potente Democrazia cristiana. Oggi sventola nella mani di “Pierferdi” Casini. Ma senza i lustri del passato è più opaca, ambigua e pericolosa.

Guardate un po’ cosa sta accadendo per le elezioni regionali: tra i litigi del centrosinistra e del centrodestra il terzo – cioè Pierferdi – gode. In Puglia ha deciso di appoggiare Francesco Boccia, cioè il candidato del Pd, non contro la destra, ma contro Nichi Vendola di Sinistra e Libertà. Nel Lazio è lì che aspetta come un gufo di capire chi candida ufficialmente il Pd, ma intanto ha mandato un pizzino per dire che se la candidata del centrosinistra resta l’autopromossa Emma Bonino lui si schiera dritto dritto con Renata Polverini. Scioglierà il nodo solo quando il Pd scioglierà il nodo della candidatura di Nicola Zingaretti…

Ma voi questo comportamento come lo chiamate? Noi, oggi, siccome siamo buoni le definiamo solo opportunista. Casini – diciamo chiaramente – si è sempre fatto gli affari suoi. Gli ideali, sempre che ne abbia, li affida alla riva vaticana, e per il resto si muove sulla base dei voti, degli incarichi, della visibilità. Qualche maligno – Dagospia – ha scritto ultimamente che si muove anche sulla base degli appalti: il caso Puglia e la forte contrarietà di Casini a Vendola sarebbe legata agli interessi del suocero Caltagirone. Vendola ha trasformato in società pubblica l’acquedotto, l’imprenditore romano voleva farci qualche affarino privato.

Resta il fatto che da quando Pierferdi ha deciso di lasciare l’amato-odiato Berlusconi non si sa più che cosa pensa, che cosa propone, che cosa nasconde sotto i fluenti capelli grigi. Si muove come un bravo campione di slalom tra un provvedimento e un altro, tra un’elezione e un’altra, tra una candidatura e un’altra. Sui giornali, questo esperimento di modificazione genetica lo hanno chiamato laboratorio di nuova politica. Ma a noi questa storia di andare con chi conviene, a prescindere dai programmi, ci sembra molto di più un vecchio modo di fare che ha già governato l’Italia per quarant’anni e di cui pensavamo di esserci liberati.

Ps: Un piccolo e modesto consiglio a Renata Poverini. Ma perché invece che sperare in Pierferdi non se ne libera e lo regala, senza indugi al centrosinistra? Sarebbe il modo migliore per vincere e avere le mani libere per fare la politica che vuole.

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RUTELLI SCAVALCA FINI. A DESTRA

Francesco Rutelli scavalca a destra Gianfranco Fini sul tema dell’immigrazione.Pur apprezzando il presidente della Camera che «si è lasciato alle spalle posizioni molto vicine a quelle della Lega», non condivide «certe scorciatoie che rischiano di essere superficiali». Spiega, inoltre, che «per anni abbiamo inseguito un’idea sbagliata: che si debba andare verso una società multiculturale. Da tempo dico che il multiculturalismo è una strada senza uscita», perché è «un’astrattezza». E poi: «La minaccia jihadista non è affatto in calo. E non durerà a lungo la condizione dell’Italia come Paese di transito, arruolamento e supporto logistico per terroristi che agiscono altrove».

Ora, se è vero che Fini: «si è lasciato alle spalle posizioni molto vicine a quelle della Lega», qualcuno dovrebbe avere la bontà di spiegargli che con la sua sortita quel posto lo ha preso lui che, come l’ultimo degli assessori della valle bergamasca, vede automaticamente in ogni immigrato un «jihadista», pronto a farsi saltare in aria e a far saltare in aria con lui qualche centinaia di innocenti.

Bisognerebbe spiegargli, poi, che dei 4 milioni e mezzo di immigrati su territorio italico, più del 50% proviene da paesi europei che con l’Islam niente hanno a che fare. E che dei 600 mila immigrati regolari provenienti dai tre paesi della mezza luna fertile, Egitto Tunisia Marocco, sono con una percentuale prossima allo zero quelli che hanno dato adito a sospetti di appartenenza o simpatia per gruppi integralisti di matrice terrorista.Eppure, lui che è l’ex capo del Copasir (Comitato parlamentare sui servizi segreti), certi dati dovrebbe conoscerli meglio di chiunque altro. Ma tant’è: l’ex radicale, ex margherita, ex PD, oggi leader del nuovo partito da lui fondato Alleanza Italia (qualcosa che già nel nome ne fa una sintesi fra le vecchie formazioni di Alleanza nazionale e di Forza Italia), ha deciso di cavalcare la tigre di plastica del pericolo “multiculturale”.

Il bello è che lo fa imputando ad altri (a Fini, si presupporrebbe dal contesto generale delle sue dichiarazioni) di andare in senso contrario ai suoi auspici perché, irresponsabilmente,  attratto «dall’inseguimento di un po’ di voti». Fini, eh? Lui, invece, no…

ABOLIAMO L’ODIOSO ART 1 DELLA COSTITUZIONE

Il ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta, parlando ai microfoni di Rtl, con riguardo alle riforme costituzionali e, in particolare all’articolo 1, si è così espresso: «Se la Costituzione va modificata bisogna farlo in tutte le sue parti. Finora si è tentato di modificare solo la seconda parte e si è quasi sempre fallito forse perché, è una mia opinione, si è cercato di cambiare solo una parte». Sempre sull’articolo 1 della vigente Carta costituzionale ha aggiunto: «È un compromesso all’italiana e non significa assolutamente nulla».

Vabbeh! Figuriamoci se proprio noi vogliamo assurgere a difensori della Costituzione della repubblica nata dalla resistenza. Però – viene da chiederci – cosa dice di così negativo da essere rimosso l’articolo 1°,  virulentemente attaccato dal Ministro anti-fannulloni?

Semplicemente questo:

«L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione». Destrutturiamolo: “Italia”, “democrazia” “repubblica”, “lavoro”, “sovranità”, “popolo” “costituzione”.

Andiamo per gradi. Diamo per acquisito che la “costituzione” vada riformata. Allora, sarà mai “Italia”, intesa come entità geo-nazionale, oggetto delle mire riformiste del ministro? Non crediamo. Né crediamo che si possa rimettere in discussione il sostantivo “repubblica”. Su “democrazia”, potremmo aprire un’incognita ma nessuno la confermerebbe. Infine, per quanto sempre più astratto, non pensiamo nemmeno che si possa riformare il “popolo”. Dunque, che resta? Oh! bella: restano “sovranità” e “lavoro”.

La sovranità ce la siamo giocata una volta (forse) per sempre, perdendo la Seconda guerra mondiale. E quindi aderiamo senz’altro all’ipotesi se non di cancellazione almeno di sostituzione del soggetto depositario, se non altro per farla finita con le ipocrisie comandate. E il lavoro? Beh! quello, sapete tutti come s’è ridotto: fra stragi sul posto (di lavoro), precariato, licenziamenti, cassa integrazione e prestazioni in nero, può essere cancellato del tutto.

Forse ha ragione lui (Brunetta), che sempre nell’intervista di ieri asseverava: «Non esistono totem costituzionali intoccabili».

Giusto, diciamo noi. E tanto aderiamo al suo pensiero che proponiamo fin da subito il dettato per l’articolo 1 della prossima Costituzione che andremo da qui a poco a legittimare:

«L’Italia è una repubblica democratica fondata sul debito pubblico.
La sovranità appartiene alle banche e agli enti di cui siamo debitori.
Il popolo ha il dovere di saldare gli interessi dovuti alle banche e agli altri enti con i quali abbiamo contratto debiti. Per il capitale debitorio, invece, speriamo che il signore lo rimetta a noi, come noi facciamo con i nostri debitori. Amen».

Finale: ha ragione Brunetta. Avanti, popolo (della libertà).

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