Il Fondo Quotidiano – 20/1 – 30/1/2010

Il Fondo

Il Fondo Quotidiano è una costola del Fondo Magazine. Nasce dall’esigenza di restare nella cronaca giornaliera tra una edizione e l’altra della casa madre settimanale. A differenza della matrice che accoglie abitualmente scritti eterogenei, FQ esprime esclusivamente la linea editoriale.

La redazione

CHI HA PAURA DI EZRA POUND?

Italia, 30 gennaio 2010 - Ha ragione Luciano Lanna che oggi su Secolo d’Italia si chiedeva se c’è ancora qualcuno che ha paura di Ezra Pound. La risposta, purtroppo, è sì. E’ infatti successo che Saviano ha dichiarato di averlo letto ed stato subito abbandonato da un vecchio amico, lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo.

In un’intervista a Panorama il celebre autore di Gomorra ha osato dire all’intervistatore, il giornalista Buttafuoco, di aver letto non solo Pound, ma anche Ernst Jünger, Louis Ferdinand Céline, Carl Schmitte… Julius Evola… Apriti cielo. In molti si saranno sentiti traditi, ma Consolo è passato dai pensieri ai fatti e ha rifiutato di partecipare, con uno suo scritto, a un cofanetto Einaudi, dedicato alle orazioni civili di Saviano.

Un fatto piccolo, ma emblematico dell’apertura mentale di certa sinistra che è pronta a difendere i libri e gli autori, ma solo se corrispondono ai suoi valori. Ma questa è libertà? E’ democrazia? E’ evidente che così non è e che quando si discrimina il libero pensiero sulla base delle proprie convinzioni si crea un precedente che conduce ai roghi o alla mostruosità immaginata in Fahrenheit 451 da Ray Bradbury. Una volta tocca agli altri, la prossima volta toccherà a noi essere discriminati o addirittura messi all’indice.

Ma da questa vicenda viene fuori anche un aspetto positivo. Saviano, che si è voluto dipingere come un santo integralista, è invece molto più complesso e meno integralista dei suoi fan. Ancora una volta si conferma quindi il detto che i cittadini sono più realisti del re. Nel caso di Saviano, i cittadini più realisti del re sono quella parte della sinistra che pensa di potere vincere la sfida politica con censure e odio.

LA CRISI È FINITA? CRESCE LA DISOCCUPAZIONE

Roma, 29 gennaio 2010 - Dicono che la crisi economica sia passata. Non so a chi si riferiscano quanti lo sostengono ma i dati sulla disoccupazione che leggerete domani sui giornali,  smentiscono categoricamente il fatto. Il tasso di disoccupazione in Italia a dicembre 2009 è dell’8,5%, pari a 2.138.000 unità. 392mila in più rispetto a dicembre 2008.

Ma i dati peggiori sono altri: il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 26,2%, in aumento di 3 punti percentuali rispetto a dicembre 2008 e il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni, è di 14 milioni 822 mila unità, pari al 37,6% dell’intera popolazione italiana.

Né va meglio, anzi: va decisamente peggio in Europa dove, nei 16 paesi d’area euro,  il tasso di disoccupazione è del 10%  (con il picco del 19,5% in Spagna). Nel dicembre di un anno fa era all’8,2%.

Sconfortante. Però monsieur Trichet il capintesta della Bce, l’aveva previsto: «La disoccupazione dovrebbe continuare ad aumentare ancora un po’…».

P.S. Nei supermercati della Coop è cominciata da qualche giorno la raccolta di generi alimentari per i lavoratori licenziati o messi in cassa integrazione dalle loro aziende.

Siccome mi servo abitualmente in uno di questi centri commerciali, alla gentile richiesta di soccorso, ho deciso di aderire.

Fatti i miei rifornimenti, ho aggiunto delle scorte per loro. All’uscita, ho consegnato la busta all’addetto della raccolta.

Con gesto di gratitudine, mi ha salutato a pugno chiuso.

A me, istintivamente, anzi, meglio: come riflesso automatico, è venuto di ricambiare con il saluto romano.

Quello è rimasto un attimo interdetto. Poi, mi ha allungato la mano per una stretta, come si usa normalmente fra persone che si rispettano…

IMMIGRATI CLANDESTINI
CHI LI SFRUTTA NON È COLPEVOLE

Roma, 28 gennaio 2010 - Ipocrisia. Colpevole ipocrisia. Come altro chiamare questa non innocente coincidenza: lo stesso giorno che il governo approva il piano antimafia stralcia una norma contro lo sfruttamento degli immigrati senza permesso di soggiorno?

Il piano antimafia, approvato in pompa magna dal Consiglio dei Ministri recatosi demagogicamente in Calabria per l’occasione, prevede dieci punti ma le parole di Silvio Berlusconi vanno a colpire sempre loro, gli ultimi, coloro che non si possono difendere e non hanno diritto di parola: «I risultati sui nostri contrasti all’immigrazione clandestina – ha detto il premier – sono molto positivi e una riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali».

I fatti, anche di Rosarno, raccontano una storia opposta, dove i migranti non sono delinquenti ma carne da macello usata dai cannoni della mafia lasciata libera di sfruttare. E’ qui che bisognava intervenire, che si poteva fare qualcosa. Si è invece scelto di non farlo. Di lasciare tutto nelle mani dei clan.

Che cosa è successo? Al Senato, sempre oggi, il Pdl ha deciso lo stralcio dell’articolo 48 del disegno di legge comunitaria che prevedeva una delega al governo per l’attuazione di una direttiva europea sull’emersione del lavoro nero. La norma prevedeva la possibilità di concedere permessi di soggiorno temporaneo per i lavoratori extracomunitari che avessero denunciato alle autorità competenti la loro posizione irregolare e consentiva la non applicazione delle sanzioni per i datori di lavoro che, autodenunciandosi, avessero regolarizzato i dipendenti stranieri irregolari.

Per Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl a Palazzo Madama, si sarebbe trattato di una sanatoria per gli extracomunitari non regolari. Per l’Europa è invece un valido strumento per vincere il lavoro nero. Per molti analisti, di destra e di sinistra, subito dopo i fatti di Rosarno, la denuncia del lavoro nero era considerato il primo punto per evitare situazioni di degrado e di violenza come quelle verificatesi nel paese della Calabria.

La decisione presa ieri dal Pdl dimostra quale sia la vera situazione dell’immigrazione in Italia. Non è vero che non c’è bisogno di forza lavoro migrante. C’è bisogno, ma – con la complicità dei nostri governanti – deve essere tenuta sfruttabile e sottopagata. Non si vogliono lavoratori, non si vogliono immigrati. Si vogliono schiavi. A questo serve la logica del cosiddetto controllo dei flussi e della mancata regolarizzazione di molti uomini e donne: a renderli più ricattabili, in balia delle associazioni mafiose.

Altro che lotta alla mafia. Così non si fa altro che alimentarla, servendogli su un piatto d’argento forza lavoro che non ha strumenti per ribellarsi e sui quali, come definitivo suggello o tomba, pesano le parole di Berlusconi che da sfruttati li trasforma tutti in delinquenti.

ARIDATECE ER PICCÌ

Roma, 26 gennaio 2010 - Non c’è niente da fare: Bersani s’è incartato. Prono alle direttive cieche  del suo mentore Massimo D’Alema (manco fosse l’orboveggente: questo è orbo e basta…)  prima ha perso le primarie in Puglia; poi ha dovuto registrare passivamente le dimissioni del sindaco Delbono in quella che un tempo era la sua roccaforte, Bologna: peggio di una Caporetto.

Dopodiché, ha avuto il colpo di genio di rilanciare la politica delle alleanze: con Casini, ovunque il doppio forno di Pierfurby continui ad avere legna da ardere per lui e, infine, convolando di nuovo a nozze su scala nazionale con l’uomo più di destra che di destra non si può: Antonio Di Pietro.

Non è difficile ipotizzare che da quest’ultima alleanza verrà la ripresa eterna dell’unico motivo che la sinistra, il centrosinistra o in qualsiasi modo vogliate chiamare l’agglomerato che fa, o dovrebbe fare opposizione, ormai conosce: il cantico dei cantici dell’antiberlusconismo di maniera e viscerale.

E di politica manco a parlarne. Sì, qualche starnazzamento all’approvazione in senato del Dl sul processo breve quando, una volta tanto,   sarebbe stato lecito attendersi se non un plauso, quanto meno un’accoglienza dispendiosa di emendamenti utili a migliorare un abbozzo di riforma del sistema giudiziario italiano assolutamente utile e necessario.

E niente da dire, nemmeno, sulla prossima privatizzazione della Protezione civile nazionale che consegnerà un feudo ad personam a Guido Bertolaso. E qui, francamente, il suo silenzio (di Bersani) e dell’opposizione tutta è assolutamente assordante…

Aridatece er Piccì…

SE POTESSI AVERE 500 EURO AL MESE

Roma, 25 gennaio 2010 – Brunetta prima se la prende con i bamboccioni, poi chiarisce. E rilancia: diamo ai giovani 500 euro al mese. Il governo lo smolla, ma non è che ha ragione il ministro?

Ricordiamolo, erano stati definiti bamboccioni dall’ex ministro Padoa Schioppa coloro che, ormai oltre la soglia dei venti e dei trent’anni, preferiscono stare a casa dei genitori. Lo stesso Brunetta ha chiarito che la vera responsabilità non è dei giovani ma delle generazioni dei padri e della madri che non hanno creato una società adatta. Lavoro, welfare, diritti: tutto sembra essere ritagliato sulle esigenze degli adulti. In molti, non a torto, sottolineano come però ci sia anche un altro fattore: la mancanza di coraggio dei giovani e il loro voler vivere comodi, senza rischiare.

Ma come si può spingere un giovane a rischiare? Un minimo di sostegno ci vuole. Per questo la proposta delle 500 euro al mese ci sembra non una battuta da archiviare, ma un intervento necessario, non più procrastinabile.

Il ministro sbaglia quando pensa di recuperare le risorse dalla pensioni: mettere una generazione contro l’altra, un diritto contro l’altro, non è una soluzione. Anche se resta il problema di come svecchiare un Paese dove la classe dirigente si aggira sui cinquanta e passi anni.

Le 500 euro al mese non sono quindi una favola, ma una possibilità per costruire un welfare diverso e per garantire a molti giovani la possibilità di avere un futuro. In Francia succede, e succede anche in altri Paesi europei.

Sempre a livello europeo, nelle sedi istituzionali e non, si sta infatti discutendo di quello che viene chiamato in inglese basic income. Basic income è il nome di un’associazione che si trova anche in Italia e che promuove l’idea di un reddito garantito. Il reddito garantito (o di cittadinanza) è un nuovo modo di affrontare l’intervento sociale a partire dall’analisi del mercato del lavoro, da una parte, e delle nuove soggettività, dall’altra. Garantire un reddito permette infatti di affrontare la precarietà oggi imperante, ma consente anche ai singoli di modulare scelte, ricerca del lavoro, affettività.

E’ un discorso importante perché mette in discussione la prima istituzione responsabile dell’esercito di bamboccioni: la famiglia. Non tanto perché sia la famiglia in quanto tale la responsabile della permanenza dei figli, ma perché tutte le misure di intervento sociale passano da questo modello. O stai lì, o stai fuori da qualsiasi vantaggio. E’ ora di cambiare. Bamboccioni, o no.

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Roma, 23 gennaio 2010 – Per la prima volta una fiction affronterà il tema delle morti sul lavoro: “Gli ultimi del Paradiso”, miniserie in due puntate, in onda su Rai1 domani, 24 e lunedì 25 gennaio. Intanto, l’Inail ha fatto conoscere il rapporto sugli infortuni e le vittime sul lavoro relativi al 2008.

Premettiamo. Il rapporto Inail si riferisce solo ai suoi assicurati, circa 10 milioni, e non tiene conto degli altri 6 milioni fuori della sua assicurazione né tanto meno del sommerso. Probabilmente, se a stilare questo già di per sé triste rapporto annuale fossero le A-Usl, i risultati sarebbero ben peggiori.

Anche così limitatamente compresi, comunque, i dati sono agghiaccianti:  1.120 i casi di decesso su 875 mila infortuni complessivi. Vale a dire: oltre 3 morti e quasi 2.400 feriti o infortunati per cause lavorative al giorno. Eppure, fateci caso, la carneficina giornaliera passa quasi inosservata sui grandi organi mediatici, stampati e televisivi. È il segno inequivocabile se non di indifferenza, almeno di assuefazione, se non anche di rassegnazione alla strage quotidiana.

Il lato positivo è che si conferma una progressiva linea discendente del dato, tanto da segnare, nel 2008, il minimo storico degli eventi sciagurati, anche se, dalla stima ufficiale mancano – come dicevamo – quei lavoratori, non solo immigrati, non registrati come tali.  Mancano, cioè, i lavoratori rimasti vittime di incidenti stradali perché stanchi dalla guida (l’indice più alto di incidenti per lavoro avviene in strada per quasi la metà dei casi) o dal lavoro precedente e mancano, anche, i lavoratori vittime di esposizione ad agenti cancerogeni e tossici che quasi mai riescono a dimostrare che la causa della loro morte è il lavoro.

È, insomma,  un autentico bollettino di guerra: la guerra che si combatte ogni giorno sul fronte del lavoro che il dato di recrudescenza registrato non basta a mitigare. Né basta l’assai magra consolazione di non essere, in tema, il cosiddetto fanalino di coda europeo: il problema, evidentemente, è generalizzato  e riguarda l’organizzazione del lavoro in tempi, i nostri, di turbo capitalismo.

Eppure, le leggi che si richiamano all’art. 1 della Costituzione repubblicana («L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro»), non mancano: a partire dall’art. 2087 del codice civile che testualmente recita: «L’imprenditore è tenuto ad adottare, nell’esercizio dell’impresa, le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro».

Ciò che manca è il controllo della loro applicazione e, ancora di più, l’adesione ad un codice politico, etico  e culturale che non ponga il profitto massimo del capitale come orizzonte di riferimento per le migliori sorti di tutti.

NON VUOI IL CROCIFISSO? E IO TI LICENZIO

Italia, 22 gennaio 2010 – C’è chi il crocifisso lo vuole mettere sulla bandiera italiana e chi, credendo di vivere in uno stato laico, perde il posto di lavoro perché si rifiuta di tenere lezioni in un’aula scolastica o di esercitare la giustizia in quella di tribunale che espongono sul muro la nota icona del cristianesimo.

Uno è Franco Coppoli, insegnante nell’istituto professionale Casagrande di Terni che, lo scorso febbraio, era stato prima sospeso per un mese dopo aver ripetutamente tolto il crocifisso dall’aula nelle ore di lezione e poi definitivamente trasferito in un altro istituto.

Ieri, poi, è stato rimosso dall’Ordine giudiziario Luigi Tosti [nella foto], magistrato di Camerino perché tra maggio 2005 e gennaio 2006 si era rifiutato, sempre per lo stesso motivo, di esercitare giudizio. La decisione è stata presa dalla sezione disciplinare del Csm.

Come è noto, la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche e in quelle dei tribunali non è sancito da alcuna norma legislativa vigente. Nel primo caso, l’uso è stato introdotto dal Codice Albertino, decaduto con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana e, nel secondo, fu disposto da una semplice circolare del già Ministro della giustizia Alfredo Rocco nel 1926.

La questione, più volte sollevata negli anni, è stata per così dire legittimata da un parere espresso in tempi relativamente recenti dal Consiglio di Stato con sentenza n. 556 del 13 febbraio 2006, mentre, lo scorso 3 novembre la Corte europea dei Diritti umani di Strasburgo ha chiesto la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche italiane, ottenendo dal nostro governo l’annuncio di un ricorso contro l’ingiunzione.

Non è mai gradevole quando sono entità sovranazionali a dettare i principi a cui ci dovremmo attenere in casa nostra. Pur tuttavia, finché resterà in vigore, l’articolo 7 della Costituzione italiana che così recita: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani», e il numero 8 che stabilisce: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», viene da chiedersi: perché non obbediamo a noi stessi?

Ora, nessuno ha niente da obiettare che negli istituti scolastici cattolici sia esposto il crocifisso, ma in quelli statali l’imposizione del simbolo al cittadino non credente o altrimenti credente, non è in aperta violazione dei principi costituzionali?

E se a essere giudicato da un tribunale è un ateo o un buddista, la presenza del redentore in supplizio sulla parete, non rappresenta una contraddizione rispetto al dettato dell’art. 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione…»?

Tanto appare ovvia la risposta che non si finisce mai di sorprendersi quando si leggono commenti come quello espresso da Francesco Storace, leader de La Destra:  «La rimozione del giudice Tosti è una bella notizia per chi chiede rispetto per l’identità cristiana del nostro popolo».

Ah, già, l’identità… dimenticavamo l’identità: evidentemente il giudice Tosti e l’insegnante Coppoli sono biechi musulmani che minano le radici della nostra identità cristiana… Mica sono cittadini italiani…

Avanti il prossimo…

PROCESSO BREVE. ISTITUTO DI CIVILTÀ

Roma, 21 gennaio 2010 – Da due giorni non si parla d’altro che dell’approvazione in Senato del Dl sul cosiddetto processo breve. Se ne parla di più di quell’obbrobrio che sta per essere anch’esso approvato e che prevede la privatizzazione della servizio di Protezione civile nazionale [leggi l'articolo di ieri in coda a questo].

La legge, che entrerà in vigore dopo che sarà approvata della Camera dei deputati, suscita perplessità, ma non è un obbrobrio giuridico.

Non è un obbrobrio, innanzi tutto, perché fra gli altri mali di cui soffre la giustizia italiana c’è anche quello degli iter processuali che durano spesso decenni. Se era stato necessario introdurre una legge, quella cosiddetta Pinto che prevedeva la possibilità di richiedere un risarcimento, fra i mille e duemila euro, per ogni anno di durata eccessiva di un processo, vuol dire che qualcosa non andava bene.

Se il Consiglio Europeo aveva più volte richiamato la giustizia italiana ad adeguare i tempi processuale a quelli “ ragionevoli” raccomandati dall’art. 6 della nota Convenzione sui diritti che così recita: «Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale», vuol dire, di nuovo, che il nostro sistema giudiziario era considerato fuori norma.

Ebbene, un correttivo è stato apportato con questa legge che stabilisce con precisione quali sono i “tempi ragionevoli” entro i quali devono essere celebrati i tre gradi di giudizio: 3 per il primo grado, 2 per il secondo, e 1 un anno e sei mesi per il terzo giudizio di legalità (Cassazione). 6 anni e mezzo, insomma, per arrivare ad una sentenza definitiva, altrimenti subentra la prescrizione dei reati che prevedono pene fino a 10 anni di reclusione.

Lo scandalo, manco a dirlo, è che a varare il provvedimento sarà il governo presieduto da Silvio Berlusconi il quale, con ottime probabilità, vedrà qualche sua pendenza giudiziaria prescritta dalla nuova legge. Ma non possono essere sempre e solo gli interessi di Berlusconi a stabilire se un provvedimento è o non è giusto e necessario.

Un’altra legge ad personam? Può darsi. Stavolta, però, non gli si può imputare (a Berlusconi) l’esclusività del beneficio: la certezza dei tempi di giudizio è un istituto di civiltà pari a quello della certezza della durata della pena e vale per tutti, comprese le vittime.

Basta pensare che in Italia vige il principio del primato del processo penale su quello civile: la vittima di un reato che prevede risarcimento economico del danno subito, non può intraprendere iniziativa giudiziaria civile e quindi non non può essere risarcita, se non dopo che l’iter penale sia concluso o estinto. I “tempi ragionevoli” quindi, stabiliscono anche  una tutela ed un vantaggio in questo senso…

Semmai, c’è da opinare sul fatto che tra i reati esclusi dalla legge:  associazione per delinquere, incendio, pornografia minorile, sequestro di persona, atti persecutori, circonvenzione di persone incapaci, violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro e di circolazione stradale, traffico illecito di rifiuti, sia stato compreso quello di clandestinità, che ha per soggetto il cittadino straniero che si trattiene nel territorio dello Stato in violazione di un ordine di allontanamento o vi fa reingresso prima dello scadere del termine di divieto- solitamente fissato in 10 anni.

È un’equiparazione ai reati maggiori che francamente lascia interdetti.

COME TI PRIVATIZZO L’EMERGENZA NAZIONALE

Roma, 20 gennaio 2010 – …e dopo la privatizzazione Telecom, Seat, Ina, Imi, Eni, Enel, Mediocredito Centrale, Bnl, Iri, Finmeccanica, Aeroporti di Roma, Cofiri, Autostrade, Comit, Credit, Ilva, Stet, Acea… e dopo la privatizzazione dell’acqua… Signori, ecco a voi: la privatizzazione della Protezione civile nazionale…

E’ in discussione in questi giorni al Senato il decreto legge che trasformerà l’istituzione pubblica in una Società per azioni.

Solo il 30 novembre scorso, l’attuale capo del Dipartimento, Guido Bertolaso [nella foto] dichiarava: «Non ho mai parlato di una trasformazione in Spa della Protezione civile nazionale, ma della possibilità che si costituisca una società in house con compiti strumentali rispetto alle finalità della protezione civile».

Ahi! per lui, l’articolo 16 del DL 30 dicembre 2009, n. 195, al comma 1, così lo smentisce recitando testualmente:

«Al fine di garantire economicità e tempestività agli interventi del Dipartimento della protezione civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per lo svolgimento delle funzioni strumentali del medesimo Dipartimento è costituita una società per azioni d’interesse nazionale denominata: “Protezione civile servizi s.p.a.”, con sede in Roma».

Sì, sì, è vero: le azioni della Società (un milione di euro, il capitale di costituzione, tanto per cominciare) saranno interamente sottoscritte dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che esercita i diritti dell’azionista e non possono formare oggetto di diritti a favore di terzi (comma 2).

Sì, sì, è vero: la Società, è posta sotto la vigilanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della protezione civile (comma 3).

Sì, sì, è vero: è prevista la proprietà esclusiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri del capitale sociale ed il divieto esplicito di cedere le azioni o di costituire su di esse diritti a favore di terzi (comma 7/a) ed è fatto divieto di chiedere la quotazione in borsa o al mercato ristretto.

Tutto vero, per carità. Ma è altrettanto vero che: «la Società può assumere partecipazioni, detenere immobili ed esercitare ogni attività strumentale, connessa o accessoria ai suoi compiti istituzionali» (comma 5) e, soprattutto che:  «gli utili netti della Società sono destinati a riserva, se non altrimenti determinato dall’organo amministrativo della società previa autorizzazione del soggetto vigilante».

E già qui si solleva una questione di metodo: se il soggetto proprietario di fatto, Il presidente del consiglio (comma 2) e quello vigilante coincidono (comma 3) chi può sindacare sugli utili della neo Spa destinati altrimenti che alla riserva?

Ma c’è dell’altro: «Il rapporto di lavoro dei dipendenti della Società è disciplinato dalle norme di diritto privato e dalla contrattazione collettiva» (comma 10).

Insomma, sta nascendo un mostro: capitale pubblico con possibilità, però,  di assumere «partecipazioni» (presumibilmente private); nessuna diffusione di azionariato con quel che ne deriva in termini di controllo dell’impresa da parte di altri azionisti che non sono previsti dalla legge; dipendenti privati; proprietario e organo di vigilanza coincidenti; utili nella riserva SE NON «altrimenti determinato».

Un gran bel feudo privato per il Viceré Bertolaso che da dipendente pubblico si ritroverà grande e unico imprenditore delle emergenze nazionali… Quelle che da noi non mancano mai…

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