I fuochi fatui de Il Giornale

Fabrizio Fiorini

Abbiamo sempre sostenuto, con la più ferrea determinazione, non solo la sovranità della politica rispetto alle dottrine accessorie che la accompagnano nello svolgimento dell’arte del governo di una comunità, ma anche la superiorità della scienza politica nell’insieme delle teorizzazioni e delle analisi dei fenomeni sociali. E’ una visione organica e anti-economicistica del mondo che si proietta – anche nei momenti di massima crisi e di riduzione al minimo dell’azione politica stessa – nella speculazione sui fenomeni e nell’analisi degli eventi.

Altri approcci metodologico-analitici a-politici o extra-politici, per avere validità, devono necessariamente sottostare alla politica in una ideale scala gerarchica che la vede collocata sul gradino più alto (o almeno su quello materialmente più alto, essendo la speculazione sullo spirito e la pura contemplazione dei livelli immateriali del pensiero, da cui tutto prende forma, ma che comunque rivestono un ruolo superiore ed estraneo alla presente dissertazione). I livelli di analisi sociale sottostanti alla politica sono da distinguersi essenzialmente in due gradi: quello dell’economia politica, che riveste comunque un dignitoso ruolo di eccellenza nello studio dei fenomeni sociali e nella ricerca delle soluzioni ma che deve tuttavia essere ideologicamente secondario, invertendo lo schema marxiano di struttura/sovrastruttura, e, in fondo, la cronaca giudiziaria, le teorie amministrative, fiscali e finanziarie.

A differenza di questi altri livelli di indagine, infatti, la scienza politica deve giocoforza essere intelligente; deve, per conformità alla propria natura, individuare i legami tra gli eventi, leggere tra le righe, identificare la scaturigine e cosa sia stato precursore di un determinato avvenimento, intuirne le più probabili evoluzioni future.

Il desolante scenario della politica e dell’informazione nazionali, purtroppo, non sembra volersi conformare a questo schema. Seguendo quanto riportato dai più importanti mezzi di informazione e leggendo i resoconti dei periodici che vantano le maggiori tirature ci si rende immediatamente conto di come gli accadimenti della politica interna e internazionale non siano analizzati coi lungimiranti occhi della politica, non subiscano quell’analisi organica che permetterebbe una lettura più completa e veritiera degli eventi stessi. Ciò può essere determinato da due principali cause, che spesso si rivelano essere concause, in quanto non scisse l’una dall’altra: 1) la censura: la lettura tra le righe e l’analisi approfondita possono svelare (e quasi sempre lo fanno) dei retroscena “politicamente scorretti” la cui divulgazione non è prevista al di fuori di certi canali o non è prevista tout court; 2) la mediocrità dell’informazione stessa, fondata spesso sul più vuoto sensazionalismo, sullo scandalo o sulla più breve contingenza nei termini di tornaconto personale o di parte. Qualcuno sostiene che sia sciocco lamentarsi del proprio governo o della propria classe dirigente, essendo essa un riflesso delle caratteristiche – oggigiorno per lo più negative – di chi è da questa classe politica rappresentato. Come dire: abbiamo il governo che ci meritiamo. Per quanto semplicistica, questa affermazione assume una particolare veridicità se traslata nel campo dell’informazione: abbiamo l’informazione che ci meritiamo: Paese umiliato e mediocre, informazione umiliata e mediocre.

Assistiamo in questi giorni, nel decennale della morte del presidente Craxi, al fiorire di notizie inerenti alle sensazionali scoperte secondo cui ci sarebbe una regia occulta dietro l’inchiesta cosiddetta “mani pulite”, notizie che spesso hanno come corollario la dubbia moralità di uno dei personaggi più rappresentativi di quella stagione, Antonio Di Pietro. Riguardo quest’ultimo soggetto, lungi da noi il voler abbracciare la triste e consueta aneddotica ispirata all’amenità del suo personaggio: non occorre sottolineare la sua scarsa dimestichezza con l’italiano scritto e parlato (e, aggiungerei: pensato) per muovere una critica radicale alle sue posizioni, ammesso e non concesso che le sue posizioni siano degne di una critica “radicale”. Così come guardiamo con disprezzo e compassione chi ironizza sul nanismo del ministro Brunetta o sull’obesità di Giuliano Ferrara. La gogna del difetto fisico è l’arma di chi non ha argomenti; e noi, da che mondo è mondo, argomenti ne abbiamo.

Argomenti sembra volerne avere, in questi ultimi giorni, Il Giornale di Vittorio Feltri. Il quotidiano meneghino, anzi, ultimamente sembra un fiume in piena.

Sabato 16 gennaio: si sfogliano le prime tre, quattro pagine e, se non fosse per la carta di qualità e i colori sgargianti,   con un po’ di immaginazione sembrerebbe quasi di avere tra le mani il Granma. E’ tutta un’accusa, una denuncia di intrighi dei servizi segreti, nostrani e d’oltreatlantico, che avrebbero manipolato le procure per delegittimare (attraverso la c.d. “tangentopoli”) una classe politica che – esaurito il ruolo del Pci – avrebbe potuto essere d’intralcio alle mire egemoniche degli Stati Uniti. Le accuse si accavallano alle esortazioni, nei confronti dell’ex-questurino, ex-pm ed ex-ministro, affinché proferisca tutta la verità sul suo passato, su chi lo ha spinto e sostenuto nella sua missione di sovvertimento di un ordinamento politico.

Domenica 17 ci si spinge oltre: le scandalizzate denunzie e le analisi inerenti l’area di stay behind celata dietro il moralismo d’accatto di “tangentopoli” proseguono senza tregua; non solo: in seconda pagina viene ospitato un intervento di Luca Josi[1] in cui si sostiene: «le tangentopoli, dopo l’89, esplosero come una pandemia: dopo l’Italia, in Francia, in Germania, in Spagna, in Grecia, in Portogallo, in Belgio. Deflagrano intere classi dirigenti grazie a una miscela fatta di polveri d’informazione e magistratura con una spruzzatina di finanza sopra. Leader buoni per un mondo diviso tra est e ovest non lo sono per uno nuovo diviso tra nord e sud. Intanto si fanno privatizzazioni a man bassa nell’idea che se 100.000 euro donati a un partito sono un furto, miliardi di euro smarriti in valorizzazioni sono operazioni finanziarie complesse».

La nuova settimana non cheta l’ardore de Il Giornale: lunedì 18 le circostanziate e polemiche invettive continuano. Gian Marco Chiocci ci erudisce sui legami di Antonio Di Pietro con Eduard Luttwak e con l’American Enterprise Institute di Michael Ladeen, a una cui conferenza semiclandestina l’ex-pm prese parte personalmente[2]. Poco più in basso, una ricostruzione dei fatti di quegli anni basata sulle affermazioni di Tiziana Parenti, che ci illustra le sue certezze relative alle connessioni tra gli eventi dei primi anni Novanta e i piani politici di Washington, e che su Di Pietro è lapidaria: «è nei servizi segreti».

Ora:  innanzitutto bisognerebbe cercare di capire perché se un grande quotidiano allinea a queste tesi la sua linea editoriale, a quasi due decenni dallo svolgimento dei fatti analizzati, si tratta di uno scoop frutto del libero giornalismo, mentre chi sostiene le stesse tesi da quando loro portavano ancora le ‘braghe corte’ è un becero complottista. Non abbiamo citato a caso Il Giornale: quasi tutta la carta stampata, chi più chi meno, ha dato spazio a queste notizie, e decine sono stati gli articoli al riguardo[3]. Ma il quotidiano milanese, a differenza di altri, si arroga indebitamente una putativa moralità, pronuncia un giudizio di valore, ed esprimendo una ferma condanna presume di dare un giudizio politico dei fatti. Presume, ma è fumo negli occhi. Un giudizio politico è ben altro: chi lo esprime in maniera intelligente poi deve trarre anche delle conclusioni; sono queste ad attribuire definitivamente valore alla veridicità di una tesi e all’efficacia della sua esposizione. E l’uomo libero, tratte le conclusioni, agisce di conseguenza. Non pretendiamo certo che nella redazione de Il Giornale si annidino uomini liberi (o così tanto liberi). Pretendiamo però chiarezza intellettuale, e questa può essere manifestata solo rispondendo a una semplice domanda: come possono essere coniugate una denuncia della prassi e dei metodi politici statunitensi, una presa di coscienza della loro natura colonialista e la ‘scoperta’ delle loro velleità di ingerenza nella nostra sovranità nazionale con una linea editoriale e politica marcatamente ed esplicitamente filo-atlantica? Perché la nostra grande informazione non trae le conclusioni di quanto afferma?

Forse è mediocrità: la stessa che, nel medesimo articolo, espone una critica nei confronti dei complotti orchestrati dagli Stati Uniti per poi, dopo poche righe, adulare proprio gli stessi Stati Uniti in quanto invisi alla ‘sinistra’.

Forse è miopia: un’accidentale ricaduta internazionale della ricerca di polemiche interne alla ‘politichetta’ nazionale.

Ma più probabilmente è solo mancanza di libertà, che permette di parlare, scrivere, argomentare, indagare, ma rigorosamente fino a un certo punto. Una cosa è certa: ciò che si spaccia per libero giornalismo, che vuole ammantarsi dei concetti di libertà e indipendenza, che si proclama alfiere della verità, altro non è che fuoco fatuo. Brillante, affascinante, intrigante. Ma che alla fine assume le sue vere sembianze, tramutandosi in quello che è: un fastidioso e fugace odor cadaverico.


[1] Tangentopoli? L’epilogo della guerra fredda, Il Giornale, 17-I-2010.

[2] Mistero Di Pietro: quei viaggi negli Usa, Il Giornale, 18-I-2010.

[3] Ad esempio, Il Riformista di martedì 19 gennaio ospita un’intervista a Paolo Cirino Pomicino, che sostiene le stesse tesi  e che accusa esplicitamente i protagonisti di tangentopoli di connessioni con la mafia e con gli Stati Uniti.

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