Fabrizio Sclocchini. I segni del sacro

Carlo Fabrizio Carli

Per illustrare l’edizione 2007 del calendario di Teramo, Fabrizio Sclocchini scelse dodici fotografie, tra le diverse centinaia da lui eseguite, che corredano il  monumentale e raffinato volume Teramo, promosso dallo stesso istituto bancario, per celebrare il decennale della propria fondazione.

Tale selezione, nella necessaria sinteticità, ha però assunto un significato diverso, rispetto all’organico corpus del libro. Se quest’ultimo si presentava, giusta la foto di copertina, come il diario per immagini di un’ideale visita di una scolaresca ai luoghi più significativi della Teramo storica e contemporanea, il succinto diorama proposto nel calendario costituisce piuttosto un richiamo alle insigni radici storiche e culturali della città abruzzese. Dalla civiltà romana, alla grande stagione medievale, alle testimonianze  rinascimentali e barocche, via via, attraverso i secoli, fino al XVIII (il mirabile dettaglio di un dipinto di Francesco De Mura costituendone, in un certo senso, il polo conclusivo), a testimoniare un retaggio di tradizione tuttora operante, in cui i valori cristiani assumono un ruolo eminente.

E sarà, poniamo, lo sguardo fisso, enigmatico di una statua marmorea conservata nel Museo Archeologico; o il volto, dolente e dolcissimo, del ligneo Cristo alla colonna  della chiesa di Santo Spirito; o ancora un particolare della triplice fascia decorativa, a mosaico e a rilievo, di uno dei portali del duomo; o un frammento d’affresco quattrocentesco con un santo anacoreta nella chiesa di San Domenico, fiabescamente rivestito della sua stessa e sola capigliatura..

Le fotografie di Sclocchini accompagnano una limpida poesia di Gianni D’Elia, Il melograno; tredici versi che, quasi per affinità metaforica con gli acini del frutto simbolico – simbolico quant’altri mai – cui essi sono dedicati, si sono suddivisi per accompagnare, quasi sigla araldica, uno dopo l’altro, un singolo mese e l’immagine che gli è associata.

Fabrizio Sclocchini si esprime mediante fotografie a colori; l’artista non si è mai riconosciuto nel novero di coloro, che con un’attitudine, per così dire, di un certo quale giansenismo visivo (e forse pure con una punta di snobismo), mai e poi mai sarebbero disposti a rinunciare al linguaggio austero, e per certi versi ineguagliabile, della fotografia in bianco/nero. Si direbbe, dunque, da parte sua, una scelta di adesione alla realtà; eppure, grande qualità del nostro artista è quella di saper nobilitare un particolare modesto, un oggetto d’uso corrente, trasfigurandolo mediante l’associazione concettuale ad una presenza più che aulica, alta.

Tuttavia non ci si trova affatto in presenza di una fotografia intesa come illusionismo; piuttosto quale procedimento alchemico: basti pensare all’immagine che, isolando e decontestualizzando una bocchetta di aerazione in ghisa in Piazzetta del Sole, le attribuisce la dignità di un rosone di cattedrale.

Sclocchini è artista colto, che conosce molto bene i percorsi dell’arte contemporanea; ma soprattutto è un artista che questa conoscenza non circoscrive alla sfera intellettuale, ma alimenta di passione, di amore profondo. Il nostro artista guarda al museo con occhi scaltriti e al tempo stesso commossi; esemplare a tale riguardo, una foto, presente nel libro ma non nel calendario, raffigurante una statua antica, con ancora appoggiate le corde dei trasportatori. Essa allude pelesemente a Michelangelo Pistoletto e alla sua celebre Venere degli stracci; come pure, in piena attitudine concettuale, altre foto scattate nel Museo archeologico evocano le opere di Giulio Paolini. La fotografia, superando la dimensione documentaria ed accedendo a quella ermeneutica, si propone in questi casi, come disvelamento di una realtà che a sua volta, se è lecito dire così, imita l’arte.

In questo caso sono piuttosto il segno, il graffito, la traccia – estreme, minimali eppure tenaci orme esistenziali registrate su frammenti di intonaco, su lacerti di antichi affreschi – ad intrigare l’immaginario (e l’obbiettivo) di Sclocchini. Come pure i frammenti ricomposti di un antico piatto in ceramica nera, restituiscono un singolarissimo effetto di cosmico mandala. Un’accensione cromatica in un umile dettaglio della chiesa del Sacro Cuore si trasforma spontaneamente in un Omaggio a Turner .

C’è, certo, dietro questa attenzione di Sclocchini, un versante di referenze eminentemente contemporanee, tutte rapportate al segno, al frottage, agli automatismi criptografici. Ma su di essa agiscono pure ben più antichi, forse ancestrali, stimoli immaginativi. Come non ricordare, ad esempio, le celebri parole che Leonardo dedicò alle muffe presenti sugli intonachi, alle efflorescenze di salnitro, che possono, via via, evocare alla fantasia dell’osservatore un arcano repertorio di lemuri mostruosi, di grotteschi fantasmi.

Eppure quello che maggiormente colpisce nelle fotografie di Sclocchini è il sentimento di pietas che le pervade. Certo, questa attitudine  risulta più immediatamente percepibile in taluni cicli, davvero struggenti, che l’artista ha dedicato all’antico orfanotrofio femminile o al manicomio della città, e che sono ormai ben noti anche ad un pubblico di non specialisti. Ma pure le foto selezionate per il calendario ci appaiono intrise di vita vissuta, gravate di un ineludibile carico esistenziale. Può trattarsi di immagini sacre, tali non solo per il soggetto, ma per la devozione di generazioni e generazioni di uomini, che su di esse si è depositata e resa percepibile. Oppure di autentici palinsesti di impronte disseccate, come nel muro di Piazza Sant’Anna, tacito testimone di una crudele demolizione, eretto ad una sorta di vanitas di fronte all’inarrestabile erosione del tempo.

Sclocchini si volge alla ricerca di testimonianze d’arte e di civiltà e scopre invece e ci trasmette, in primo luogo, altrettante tracce del sacro.

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