Denatalità+Immigrazione=Fine Europa? Sì, No

Luca Leonello Rimbotti – Miro Renzaglia

Luca Leonello Rimbotti

L’Europa sta vivendo il momento più tragico della sua storia trimillenaria. Siamo dinanzi a eventi di portata epocale che, secondo tutte le previsioni, condurranno nel giro di pochi decenni alla pura e semplice estinzione fisica dei nostri popoli. Questa drammatica situazione sta precipitando lungo un piano inclinato, privo di ostacoli e a velocità crescente. L’Europa, quale è esistita dal Neolitico agli anni Sessanta-Settanta  del Novecento, sta rapidamente scomparendo sotto i nostri occhi. L’Europa della nostra nascita, della nostra cultura, delle nostre città, di tutti i nostri valori, non è più già oggi la stessa. E nel breve volgere di una generazione sarà un ricordo del passato. Sarà diventata un’altra cosa. A leggere il recente libro di Walter Laqueur Gli ultimi giorni dell’Europa. Epitaffio per un vecchio continente (Marsilio) c’è davvero da rabbrividire. Nessun allarmismo a effetto, intendiamoci, non si tratta di un instant book a sensazione. È semplicemente una riflessione basata sui fatti. Che atterrisce per le prospettive che squaderna, solo osservando i dati già acquisiti e quelli in dinamica evoluzione. La questione di vita o di morte si riduce a due semplici ma esplosivi fattori: denatalità e immigrazione.

Laqueur dà qualche cifra e avanza osservazioni elementari su dati che sono pubblici, alla portata di tutti, ma che nessuno divulga: «Fra cent’anni la popolazione dell’Europa sarà solo una minima parte di quello che è ora e in duecento anni alcuni paesi potrebbero scomparire». E aggiunge che «alcuni hanno sostenuto che se l’Europa sarà ancora un continente di qualche importanza duecento anni da adesso, sarà quasi certamente un continente nero». Poiché i bianchi sono sterili, non fanno e non vogliono fare figli, mentre gli immigrati di colore sono fertilissimi e si riproducono a tassi esponenziali. Tutto vero, si dirà, ma insomma si tratta di proiezioni parecchio lontane, nulla di cui preoccuparsi oggi…Non esattamente. La catastrofe è già in pieno svolgimento e il cappio si chiuderà tra breve. E nel corso della nostra stessa vita avremo modo di verificarlo non per sintomi, magari anche gravi come sta già accadendo, ma per una travolgente evidenza. Secondo le stime della Comunità Europea e delle Nazioni Unite, che l’autore riporta, la Francia, nel corso del secolo XXI, passerà dagli attuali 60 milioni di abitanti a 43, il Regno Unito da 60 a 45, la Germania da 80 a 32, la Spagna da 39 a 12…

L’Italia poi, dagli odierni 57 milioni, si troverà a contarne 15 verso la fine del secolo. Occorre ovviamente considerare che i dati riferiti a queste proiezioni sulle popolazioni europee dei prossimi decenni contengono il fatto che moltissimi di quei cittadini non saranno altri che i figli di recente e recentissima immigrazione. Tanto che le popolazioni europee in calo vedranno velocemente elevarsi il numero dei propri concittadini di origine non europea: maghrebini, mediorientali, asiatici, africani…Laqueur attira non a caso l’attenzione sul fatto che il declino demografico relativamente contenuto che si rileva nei casi di Francia e Gran Bretagna dipende essenzialmente dal «tasso di fertilità relativamente alto nelle comunità di immigrati, neri e nordafricani in Francia, pakistani e caraibici in Gran Bretagna». Cioè: le previsioni sulle popolazioni europee del prossimo futuro non riguardano la popolazione bianca che in una parte sempre meno numerosa…I bianchi europei, come già accade negli Stati Uniti – che nel 2050 vedranno il gruppo ispanico prevalere su quello anglosassone, e quello nero avvicinarglisi sensibilmente –, vittime della loro denatalità conculcata dalla società del benessere e del profitto, stanno andando incontro a un rapido inabissamento, che presto ne farà una minoranza minacciata di estinzione sul suolo europeo.

L’Europa orientale, sulla quale qualcuno si poteva fare delle illusioni di tenuta demografica, è investita da una sterilità ritenuta addirittura più micidiale, “catastrofica” la definisce Laqueur, con percentuali di decrescita spaventose. La Russia in cinquant’anni vedrà ridursi la sua popolazione dei due terzi. L’Ucraina viaggia a un ritmo di perdita di popolazione stimato al 43%, la Bulgaria al 34%, la Croazia al 20%…Lo studioso di statistica demografica Paul Demeny, nella rivista Population and Development Review, ha osservato che «non c’è alcun precedente di un crollo demografico così rapido in tutta la storia umana». Questo veniva segnalato nel 2003. In cinque-sei anni le cose sono ulteriormente precipitate. A fronte di questa inaudita contrazione delle nascite, si erge un contro-dato terribilmente minaccioso: l’esplosività demografica del Terzo Mondo, e in particolare di quella fascia territoriale che sta a diretto contatto con le frontiere meridionali dell’Europa: Nord Africa, Africa sub-sahariana, Medio Oriente. Esistono studi e previsioni semplicemente agghiaccianti. Un solo esempio: lo Yemen, che oggi conta 20 milioni di abitanti, ne avrà oltre cento nel 2050. Cento milioni di yemeniti, in un paese povero di tutto e privo di strutture agricole e industriali, evidentemente non rimarranno mai a casa loro. Si sposteranno in massa. Sì, ma dove? Laqueur risponde con eufemistica pacatezza: «ci sarà una pressione demografica sull’Europa ancora più forte». Il solo Yemen – uno dei paesi più piccoli – ben presto avrà dunque un esubero di ottanta milioni di persone da indirizzare verso l’Europa.

Ma gli scenari tratteggiati da Laqueur riguardano anche altro. L’immigrazione in atto. Si tratta di una pietra tombale di fabbricazione mondialista, sotto la quale sta per essere tumulata l’idea stessa di Europa. Quella che dal dopoguerra in poi è stata prima un’emigrazione per lavoro, cui seguì il ritorno quasi generale in patria, dagli anni Ottanta è diventata una crescente infiltrazione, infine assumendo, in questi anni, i contorni dell’incontrastato arrembaggio di massa. Non diciamo frenato o regolamentato, ma neppure deplorato. Al contrario: i governi, la stampa, gli esponenti della letale “società civile” asservita ai suoi tabù, l’alimentano di continuo. A questi ambienti della sobillazione tengono dietro gli esecutori materiali. Cosche criminali, agenzie umanitarie, volontariati onlus debitamente sovvenzionati, Chiese: ecco i protagonisti di quella potente lobby – come la definisce Laqueur – che ha per tempo individuato nella sollecitazione della disperazione di massa e nel suo incanalamento verso l’Europa il business del secolo. Un neo-schiavismo che sradica il nero o il giallo, lo stipa nelle periferie degradate delle città portuali del Terzo Mondo, infine lo dirige verso le centrali dello sfruttamento turbocapitalistico di ultima generazione, operando la devastazione di ogni comunitarismo, sia nell’ospitante che nell’ospitato: con una criminalità reale e un umanitarismo di facciata (spesso unendo le due cose in un’unica intrapresa industriale), si ottiene così la spaventosa tratta, che ha come conseguenza matematica due avvenimenti simultanei: l’annientamento dei tessuti etnico-sociali delle millenarie culture europee; lo sgretolamento e la disumanizzazione delle stesse realtà terzomondiste attirate in Europa.

Laqueur fornisce prove a getto continuo. Per dire, anziché la tanto sbandierata integrazione – maniacale fissazione degli utopisti – presso le moltitudini immigrate si hanno delinquenza, asocialità, diserzione dallo studio e dal lavoro (massicciamente offerti dai governi, secondo binari preferenziali stabiliti dalle istituzioni europee a discapito secco delle popolazioni autoctone) e alla fine un oceano di odio. Un odio aggressivo e inestinguibile, che gli immigrati – specialmente i giovani – nutrono per tutto quanto è europeo. Ad esempio, le rivolte della banlieu parigina del 2005 furono causate da «l’odio per la società francese». La banda etnica delle periferie metroplitane arricchisce il quadro dei paradisi multiculturali. In Gran Bretagna si tratta di neri contro indo-pakistani, a Bruxelles di turchi contro africani, a Parigi di islamici contro ebrei…Il risultato delle politiche immigratorie, sottolinea Laqueur, è che ovunque «si è sviluppata una cultura dell’odio e del crimine».

Mentre i nostri governi applicano il principio dell’autolesionismo sistematico, dando privilegi sociali (sussidi, alloggi, lavoro, depenalizzazione dei reati, permissivismo sempre e ovunque), gli immigrati sfruttano i congegni legali offertigli su un vassoio d’argento. L’esempio tedesco: gli assistenti sociali «hanno insegnato ai turchi come approfittare delle rete di protezione sociale, il che significa ottenere dallo Stato e dalle amministrazioni locali il massimo possibile di assistenza economica e di altro genere con il minimo contributo possibile al bene comune». Integrazione? Per milioni di immigrati, ovunque in Europa, «i problemi sono gli stessi: ghettizzazione, re-islamizzazione, alta disoccupazione giovanile e scarso rendimento nelle scuole».

Le organizzazioni degli immigrati del tipo della potente Muslim Brotherhood – incoraggiate dagli europei e cavalcate da sciami di imam, leader etnici, predicatori – finiscono prima o dopo per «ottenere ciò che vogliono». E, mentre gli europei perdono mano a mano la loro identità, accade al contrario che gli immigrati rafforzino la loro: «I turchi in Germania rimangono turchi anche se hanno adottato la cittadinanza tedesca; il governo di Ankara vuole che essi votino alle elezioni turche, e allo stesso tempo che essi, ovunque vivano, difendano gli interessi della Grande Turchia che rimane la loro patria».

Nel frattempo, irresponsabili politici di tutte le sponde – ne sappiamo qualcosa noi in Italia – spingono per offrire al più presto il diritto di voto agli immigrati. Vogliono la fine dell’Europa. Vibrano di quella febbre suicida di cui parlò Spengler a proposito delle società corrotte, senili, morte dentro. Laqueur parla di declino irreversibile per l’Europa. Ci invita a fare un giro per Neukölln, La Courneuve o Bradford, concentrazioni urbane completamente extra-europee. E si chiede come mai «ci si sia resi conto così tardi di questo stato di cose». Ma noi chiediamo a lui: è sicuro che gli europei abbiano capito in che situazione si trovano? Ottenebrati dalla propaganda mondialista e dalla paura di incorrere nel tabù del “razzismo”, sapientemente evocato, gli europei guardano dall’altra parte. Questo bel capolavoro umanitario che è l’Europa multiculturale viene infatti perseguito agitando come bastoni alcune infernali parolette, dietro alle quali si ripara il trafficante europeo di uomini e di ideali: accoglienza, solidarietà, diritti umani, etnopluralismo… Queste parole ipocrite nascondono la violenza del senso di colpa instillato a forza nella nostra gente. Hanno il rintocco della campana a morto per  l’Europa.

NO

miro renzaglia

Premetto: non ho letto il libro di Walter Laqueur Gli ultimi giorni dell’Europa. Epitaffio per un vecchio continente. Per cui, le mie osservazioni faranno esclusivamente riferimento allo scritto di Luca Leonello Rimbotti, della cui onestà intellettuale sono assolutamente sicuro. In un certo senso, quindi, più che una recensione a Laqueur il mio articolo è un dialogo con Rimbotti.

La prima considerazione che mi viene da fare è questa: c’è una relazione causale diretta fra denatalità europea e immigrazione? Meglio: l’immigrazione in Europa è causa della nostra denatalità? Già ad occhio nudo, e con un po’ di logica, la risposta dovrebbe essere assolutamente negativa. Non è colpa degli immigrati, infatti, se per mantenere il livello numerico di una popolazione ogni coppia (matrimoniale o di fatto) dovrebbe mettere al mondo almeno 2,1 figli mentre, per esempio, in Italia se ne concepiscono 1,2, in Spagna 1,1, in Germania 1,4, in Francia 1,7… E se non è colpa degli immigrati, le ragioni devono risiedere altrove. Sì, ma dove? Io sarei propenso a considerare tre diverse ma contigue possibili cause: socio-ambientali, politiche, economiche.

Socio ambientali – Non è certamente colpa degli immigrati se l’art. 29 della Costituzione italiana recita testualmente: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». E così continua ad essere anche se è facilmente osservabile come dal dopo Ultima guerra mondiale si sia radicalmente trasformato il nucleo centrale della riproduzione umana, vale a dire: la famiglia. La struttura tradizionale, padre-lavoratore e madre-educatrice, uniti in sacro o civile matrimonio, contemplava quasi automaticamente  la possibilità  di dar vita a una prole più (quasi sempre) o meno (raramente) numerosa.Non è più così…

Politiche – Infatti, quella struttura solidificata (la famiglia tradizionale) è quasi del tutto scomparsa in Europa, per fare posto ad altre organizzazioni flessibili. Il rinnovamento sarebbe stato salutare, anche ai fini riproduttivi, se gli stati si fossero accorti per tempo della mutazione in atto e, anziché intestardirsi nella difesa di un modello-unico-familiare che non c’era più, o andava come destino vuole a scomparire, avessero  avviato piani di riconoscimento e sostegno ai nuovi nuclei riproduttivi. Non lo hanno fatto. Tanto è vero che ancora oggi si fatica (e in questo l’Italia è maestra, stante anche la pervasiva influenza della Chiesa su partiti e istituzioni) a contemplare fra i soggetti meritevoli di diritto/dovere (pacs, dico…) le coppie di fatto. Tanto per fare un esempio: il dovere di reciproca contribuzione, previsto dall’art. 143 del codice civile, non è applicabile alle coppie di fatto, anche di lungo corso.

Economiche – Da un recente rapporto del Senato della Repubblica italiana sulle cause della denatalità, apprendiamo: «Lo stato dei servizi deputati al sostegno della maternità e della famiglia risulta insufficiente, ovvero non accessibile, in quanto la famiglia media italiana, non ha i canoni per entrare nella graduatorie di accesso, perché, paradossalmente, gode di un reddito superiore. Si pensi agli asili nido inseriti nei posti di lavoro o a quelli statali, oppure alle scuole a tempo pieno, le quali sono ancora poco diffuse nel territorio italiano. Il sostegno pubblico per la prima infanzia risulta , quindi, alla luce di quanto affermato, particolarmente carente e, se si considera che la comparsa del figlio nel nucleo familiare comporta un aggravio di circa il 22 per cento delle spese sostenute, la scelta di procreare dipende anche dalle possibilità economiche, soprattutto in un quadro di indebolimento del potere di acquisto. Inoltre anche le attività del cosiddetto dopo-scuola, per i bambini e i giovani della scuola dell’obbligo, ricreative e , in maggioranza, sportive, restano di prerogativa di strutture private, con un ulteriore aggravio di spesa per una famiglia media». E’ una evidente dichiarazione di autoaccusa  istituzionale, e va dato atto al Senato di un certo qual grado di onestà intellettuale nell’averla espressa. Sì, ma quali sono i provvedimenti atti a porvi rimedio? Io – sarò orbo? –  non ne intravedo alcuno. In queste condizioni di mancato sostegno economico alla ripresa della natalità, appare quasi naturale che le nuove coppie si astengano dal mettere al mondo figli.

E veniamo, adesso, all’altro problema, quello dell’immigrazione, da cui il continente Europa è investito. Laqueur,  sommandolo al primo (la denatalità), lo dichiara esiziale per i nostri destini.

E Rimbotti, proprio in apertura del suo articolo, lo accoglie in forma totale:  «Siamo dinanzi a eventi di portata epocale che, secondo tutte le previsioni, condurranno nel giro di pochi decenni alla pura e semplice estinzione fisica dei nostri popoli. Questa drammatica situazione sta precipitando lungo un piano inclinato, privo di ostacoli e a velocità crescente. L’Europa, quale è esistita dal Neolitico agli anni Sessanta-Settanta  del Novecento, sta rapidamente scomparendo sotto i nostri occhi».

Pur nella stima incondizionata che nutro per l’amico Rimbotti, gli avanzo alcune obiezioni: l’Europa che è sempre «esistita dal Neolitico agli anni Sessanta-Settanta  del Novecento» non ha mai conosciuto ondate immigrative prima d’ora? Ovvero: è rimasta illesa nel suo nucleo originario fondativo? Oppure, ancora: ha coltivato la propria cultura senza mai essere contaminata da quelle altrui? Beh! vediamo un po’.

Il primo movimento migratorio da cui fu investito il nostro continente  è stato quello degli Indo-Europei, che in buona parte lo resero popoloso, e che avvenne tra la fine del terzo e quella del secondo millennio a.C., e riguardò  l’Anatolia, la regione meridionale della penisola balcanica, l’Italia, la Gallia, gli Ittiti, gli Elleni. Il secondo, avvenne con la caduta dell’Impero Bizantino, quando gli eserciti arabi si lanciarono, a partire dai deserti del Vicino Oriente, alla conquista di molte regioni meridionali del nostro continente: quasi tutta la Spagna, la Sicilia,  e molte regioni costiere della penisola italica, soprattutto. La terza ondata, infine, la realizzarono, nel Nono secolo, i turchi che, provenendo dalle steppe dell’Asia centrale, s’installarono in Anatolia e nei Balcani.

E torno alla mia domanda iniziale: dov’è l’Europa pura, incontaminata e identica a se stessa dal neolitico agli anni 60 del 1900 dell’era volgare? La verità è che senza questi flussi né l’Europa avrebbe mai visto la luce, né si sarebbe «rinnovata col sole e a ogni sole rinnovata». Tanto per fare un esempio, ad un certo punto della sua splendida storia, la Grecia, tra il II e il I millennio a.C., chiudendosi in un decadente isolamento, dimenticò il dono della scrittura. Glielo restituirono gli immigrati fenici…

Vogliamo, poi, parlare di miti? E va bene: Europa era una fanciulla fenicia che sognò una terra senza nome; a quella terra, di nome diede il suo. Vogliamo fare poesia? D’accordo: Enea, fondatore di Roma secondo Virgilio, era un immigrato mediorientale.

Vogliamo restare ai fatti? E io li rovescio. Se è come dice Laqueur, a proposito di denatalità,  e come Rimbotti riporta: « la Francia, nel corso del secolo XXI, passerà dagli attuali 60 milioni di abitanti a 43, il Regno Unito da 60 a 45, la Germania da 80 a 32, la Spagna da 39 a 12…», le ondate migratorie di questi ultimi decenni sono l’unica possibilità che ha l’Europa per sopravvivere. Il progressivo invecchiamento della popolazione indigena, dovuto alla denatalità, non offre altre possibilità di soluzione. Un esempio? Senza i due milioni di lavoratori immigrati regolari, per i quali i datori di lavoro versano i contributi pensionistici, la nostra previdenza sociale sarebbe già in bancarotta.

Resta da sciogliere il dilemma dei dilemmi: non vogliamo un’Europa senza europei? Bene: riprendiamo a fare figli. Ma per riprendere a farli, dobbiamo sovvertire – sissignore, sovvertire – il sistema che produce denatalità e immigrazione forzata: il capitalismo. Ingiungere la dismissione dei preservativi, alzare muri di cemento o di filo spinato, negare cittadinanza e diritti agli immigrati non serve assolutamente a nulla.

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