Chi vuole vivere da Avatar?

Stefano Vaj

Da qualche anno il western americano inverte con qualche scandalo i poli del bene e del male. Il «cattivo indiano» tende a cedere il posto al «buon indiano»

(Soldato Blu, Un uomo chiamato cavallo, Piccolo Grande Uomo).

Ma la funzione del film e sempre medesima. Si tratta, in un primo tempo, di mettersi a posto la coscienza giustificando il massacro; in un secondo tempo, quando, malgrado tutto, appare come tale, di mettersi la coscienza a posto denunziandolo (parallelamente, i figli espiano le colpe del padre indossando le spoglie delle sue vittime). Non si abbandona dunque l’universo del peccato.

(da C’era una volta l’America di Giorgio Locchi, 1978).

httpv://www.youtube.com/watch?v=sZ4ufb-ftng
(Avatar, Official Trailer, 2009)

Avatar non è un grande film. Il soggetto è rudimentale, retorico e pieno di “prestiti” da fantascienza cinematografica e narrativa risalente; i dialoghi sono superficiali; il plot ingenuo e incoerente. E’ però un film importante a numerosi livelli. A cominciare dalla natura colossale della produzione, per continuare con un livello sostanzialmente inedito della spettacolarità ed effetti speciali che ne costituiscono indubbiamente il lato migliore. Un duplice livello in effetti di immaginario tecnologico: quello soggiacente alla realizzazione, e quello (biologico, informatico, meccanico) rappresentato nel film stesso. Entrambi indubbiamente affascinanti, e che ci ricorda dolorosamente lo stato comatoso del cinema europeo.

La trama credo ormai sia nota a tutti. Un marine paralizzato viene mandato sul pianeta Pandora per pilotare un avatar “real life”, un organismo artificiale del tutto simile agli indigeni Na’vi e biologicamente adattato come loro all’ambiente e all’atmosfera del pianeta, ma pilotato attraverso qualche tipo di interfaccia dal suo sistema nervoso. La voce narrante fuori campo ci informa infatti che i marines, che «sulla terra difendono la libertà» (sic), qui si ritrovano in sostanza nel ruolo di mercenari di una società terrestre presente con una base sul posto per estrarre dal pianeta una materia prima fondamentale chiamata Nonobtanium (!). Incaricato di infiltrarsi tra i nativi, con la promessa tra l’altro della terapia necessaria a recuperare l’uso delle gambe, il protagonista tramite il suo avatar si socializza nel suo ruolo di cacciatore-guerriero dei Na’vi, supera i relativi riti di iniziazione, e al momento dello scontro tra questi e i terrestri si pone alla guida dei nativi, sino a vincere più o meno incredibilmente la relativa guerra, grazie all’aiuto della Natura del pianeta più o meno personificata in un’intelligenza “di rete” prodotta dall’interconnessione bioelettrica degli alberi di Pandora. Intelligenza che alla fine gli concederà la grazia di poter lasciare il suo involucro umano per essere “uploadato” definitivamente nel suo corpo Na’vi artificiale, così da sposare la figlia del capo, e nuova sacerdotessa, della tribù che lo ha adottato.

Se a qualcuno sembra di averne già sentito parlare, ecco qui:
http://i.blogs.indiewire.com/images/blogs/eug/archives/6puxi1_thumb.jpg.

Cambia l’ambientazione e qualche nome, e il remake è servito. Ma se qualcuno non avesse troppa familiarità con Pocahontas, l’identica struttura narrativa richiamata anche dai film contenuti nella citazione di Locchi in apertura è parimenti replicata in numerose altre pellicole ugualmente destinate al pubblico adulto di fattura più recente, da Balla coi lupi per arrivare all’Ultimo Samurai (rappresentazione fumettistica dei conflitti dell’epoca Meiji davvero imbarazzante proprio per chi nutre la più profonda ammirazione per la cultura samurai…). Poco cambia.

La metafora “politico-antropologica” che ricollega Avatar a queste pellicole supera in effetti quella “ecologico-antiumanista” nel contesto del film, e come ha notato ad esempio Io9 (“When Will White People Stop Making Movies Like ‘Avatar’?“): «Questi sono [non sono film sul confronto con altre culture], sono film sulla ‘colpa bianca’ [cioè americano-occidentale]. Avatar è una fantasia sul fatto di cessare di essere ‘bianchi’, buttando il vecchio sacco di carne per entrare a far parte del popolo blu, ma senza perdere i ‘privilegi bianchi’. [Il marine] non sa mai davvero cosa vuol dire essere un Na’vi perché ha la scelta se diventare Na’vi o restare umano, che un Na’vi non ha… Si tratta di una storia che rivisita gli stessi vecchi tropi della colonizzazione. I bianchi, dopo aver tradito la propria razza, continuano a diventare i leaders dei nativi – solo in una forma più gentile di quella che sarebbe stata presentata in un vecchio film di Flash Gordon…» Così che la recensione  conclude: «I bianchi devono piantarla di rifare sempre la storia del senso di colpa bianco, che non è altro che un modo subdolo di trasformare ogni storia su popoli diversi in una storia sul fatto di essere bianco… Alla fine del fine uno si chiede perché il film abbia bisogno del personaggio del marine. Il film avrebbe potuto teoricamente concentrarsi sui ‘veri’ Na’vi che vengono in contatto con umani pazzi senza rispetto per il loro ambiente».

Ma naturalmente questo non avrebbe funzionato, perché il punto è proprio la spettacolarizzazione catartica della “colpa” collettiva del modello occidentale, e della relativa redenzione. Ciò obbedisce infatti ad una logica di interiorizzazione della dialettica tra la distruzione ed omologazione “moralmente ed economicamente” necessaria del Diverso, e la retorica parimenti moralista del nobile selvaggio, che continua ad ogni nuova occasione a venire distrutto, ma rispetto a cui l’unico altro modo possibile di rapportarsi sarebbe il tradimento, nel senso letterale della parola, della propria identità e delle proprie appartenenze di partenza. Giacché se è impossibile tenere per gli americani-terrestri e per la insensata corporation il cui unico modo per rapportarsi con il pianeta sono i bulldozer e i marines, la posizione del protagonista appare almeno altrettanto alienata. “Che effetto fa tradire la tua razza?”, dice al marine il suo colonnello dopo che questo ha guidato il massacro dei suoi simili da parte dei nativi in nome di ideali di “giustizia” altrettanto astratti di quelli che più spesso guidano invece il massacro dei “nativi” stessi in ogni angolo di questo pianeta. Ma naturalmente se è difficile aspettarsi che un film USA esca dal mentale americano, è impossibile aspettarselo da un film di Hollywood…

“Razza” d’altronde in questo caso non è una parola strettamente pertinente, perché ciò che il marine tradisce è la sua specie, l’umanità intera. Ora, personalmente non mi sento troppo disturbato dall’anti-umanismo soggiacente al concetto stesso dell’identificazione del protagonista con la creazione tecnologica rappresentata dal suo avatar, e dal suo “upload” definitivo in quest’ultimo – cose che invece dovrebbero forse preoccupare coloro più facilmente portati a leggere il film in chiave neoluddita. Ma il messaggio esplicito del film, come si accennava e come nota Steve Bremner (“Avatar: Misanthropy in Three Dimensions“, in Spiked), echeggia in realtà non solo il cliché psico-antropologico e politico sopra richiamato, ma anche un certo “star male nella propria pelle” più cosmico, che si traduce in rifiuto del portato dell’ominazione e della rivoluzione neolitica cui la prima alla fine ha portato. La società dei Na’vi è dipinta infatti come una sorta di utopia primitiva, dove malgrado accenni a “guerrieri”, “cacciatori” e “sciamani”, tutti gli individui paiono svolgere lo stesso ruolo in un identico contesto di vita e restano interamente determinati dalla loro immersione in un'”armonia planetaria” che non appare affatto minacciata dalla penuria, da catastrofi naturali, dall’ambiente violentemente ostile e “darwiniano”, etc., ma solo dall’irruzione della storia che gli “umani”, benché rappresentati dalla meccanica insensatezza della base militar-mineraria insediata sul pianeta, pur finiscono per rappresentare. Giacché l’unica ragione che rende plausibile la sopravvivenza dei Na’vi, dalle prestazioni fisiche pur eccezionali, sul violentissimo Pandora, è la trasformazione in realtà, nella metafora cinematografica, di alcune illusioni correnti: il fatto che la metafora di Gaia corrisponda ad una realtà vivente in senso stretto e in un certo senso cosciente, e che sia possibile ottenerne la concreta benevolenza mediante una comunione “spirituale” che ne lasci per quanto più possibile i supposti “equilibri” e “voleri”.

In questo senso, Avatar rappresenta non solo la colpa e la redenzione del maschio bianco americano confrontato con le sue contraddizioni ideologiche, ma anche la nostalgia per uno stato preumano o extraumano idealizzato, che risponde alla diffusione crescente tra il suo pubblico dei memi e dei mitemi dell’ecologia del profondo. Nostalgia che nega se stessa, perché per rappresentare i Na’vi come una cultura cui sia possibile allo spettatore identificarsi, diventa inevitabile attribuirle tratti largamente antropomorfi, e talora grottescamente antropomorfi e addirittura occidentalomorfi (cfr. la vicenda dei rapporti del protagonista con la femmina Na’vi con cui si accoppia, con il suo rivale nella tribù, etc.); così che vediamo i Na’vi stessi allevare ed utilizzare animali, fabbricare armi, produrre tessuti, celebrare riti, utilizzare la rete botanico-digitale del pianeta come strumento di comunicazione, etc. Ma una nostalgia che continua a rappresentare instancabilmente la rimozione, il disagio e il rifiuto rispetto alle scelte che la tecnica moderna ci consegna, rispetto innanzitutto a questo pianeta; e che pure non sono seriamente eludibili, se non con esiti probabilmente catastrofici; né lasciando che il “mercato segua il suo corso”, né rifiutandone la responsabilità in vista di ritorni al passato o alla Natura attraverso fughe puramente oniriche.

L’ultima importante, doppia metafora che Avatar ci consegna, riguarda infine proprio un altro tipo di “fuga”, un altro tipo di sogno. L’identificazione del protagonista con il suo avatar sino a rinnegare il “sacco di carne” rappresentato dal suo corpo umano paralizzato, e di cui la paga prevista prometteva il restauro e la guarigione, richiama la perversione rappresentata dal passaggio dalla tecnica come promessa di un’appropriazione faustiana del mondo ad una tecnica asservita al simulacro di un’esperienza puramente “virtuale”, che rischia contribuire non ad aprire la porta a nuove avventure, ad un nuovo mondo, ma alla crescente stagnazione di quello esistente. Se alla fine degli anni sessanta lo spazio era lo sbarco umano sulla luna, oggi sono i satelliti per le telecomunicazioni. Anzi, è quello che tali satelliti trasmettono.

Come già scriveva Faye negli anni ottanta in ll sistema per uccidere i popoli, il cittadino occidentale parte ogni giorno sugli incrociatori spaziali alla conquista delle stelle. Sul divano di casa, di fronte alla televisione, ad una console per videogiochi, o magari oggi a qualche mondo virtuale su Internet, è chiaro, intanto che si chiude nella confusione e nel disinteresse l’indecorosa farsa degli Shuttle. E se il protagonista del film vede il centro della sua vita gradualmente trasferito nel suo avatar, il salto di qualità rappresentato dal livello di coinvolgimento dello spettatore che l’audio, il video, gli effetti speciali, le tre dimensioni di Avatar consentono ha già creato un piccolo fenomeno di costume di persone che vorrebbero “vivere” nel film, come alternativa alla propria vita più o meno squallida o confortevole nella piattezza insignificante della quotidianità occidentale.

Non vogliono, sia chiaro, partire in criosospensione verso altri pianeti, imparare a guidare mech con cui farsi strada in giungle ostili, e tantomeno trasformare davvero i propri corpi in snelli e muscolosi giganti azzurri alti tre metri, o progettare biologicamente draghi alati che questi possano cavalcare tra predatori altrettanto volanti in pericolose evoluzioni. Tutto questo è riservato ai loro… avatar. Loro – a differenza del marine che alla fine sceglie di diventare il suo avatar, cosa che rappresenta il simbolo più positivo di tutta la storia… – vogliono fare l’esperienza di tutto ciò nella quiete e nella sicurezza di un bozzolo quale quello che rinchiude il corpo paralizzato del protagonista intanto che rischia “virtualmente” la sua vita nei riti di iniziazione dei Na’vi. Un bozzolo che oggi è rappresentato dalla poltrona preferita e dall’elettronica del proprio piccolo Home Theatre di casa. E che domani potrebbe essere rappresentato dalle interfaccie di Surrogates (infelicemente presentato in Italia con il titolo di Il mondo dei replicanti), da cui pilotare i corpi che si vorrebbero a spasso per il mondo.

Ma questo è un altro film.

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